lunedì 11 maggio 2015

Il ragionier Fantozzi compie quarant'anni

AUGURI FANTOZZI... e sono 40!
Il tragico anniversario del ragionier perdente più di successo degli italiani

Paolo Villaggio e il tributo al personaggio che lo ha elevato tra i grandi attori italiani.
 
Deve essere dura attraversare otto lustri di belpaese, raccontandone le “umane disgrazie” di un piccolo, miserabile, impiegato di una città senza nome. Perché Paolo Villaggio il suo personale Fantozzi lo ha conosciuto davvero, perché è esistito, quando anche lui faceva l'impiegato presso la Cosider, diventata poi la Megaditta tra le pagine dei suoi innumerevoli romanzi di successo, imprigionato per sempre tra le drastiche traversie di un ragioniere qualunque, come un novello Italo Calvino perso tra i suoi mulini a vento. Dieci film iniziati con il proverbiale Fantozzi del 1975, diretto da Luciano Salce, per introdurre quelle macchiette che sono diventate patrimonio nazionale di un italiano medio che tanto caricaturale non è. Un successo che non lo ha mai abbandonato, come i compagni Gigi Reder (Rag. Filini), Anna Mazzamauro (Sig.na Silvani), Liù Bosisio e successivamente Milena Vukotic (la moglie Pina) e la mostruosa figlia Mariangela (Plinio Fernando), per passare il testimone a Neri Parenti che lo ha diretto sino a Fantozzi - Il ritorno e oltre, mentre le tracce dei personaggi televisivi che lo hanno fatto crescere artisticamente lo hanno disperso in quelle commedie parallele di un successo che “riscaldato” non si è mai meritato di esserlo. Complici lo stesso Lino Banfi e Renato Pozzetto, come ricordare lo stesso Gianni Agus di un Giandomenico Fracchia che si è ritagliato un posto speciale in quell'Italia in bianco e nero un pò kitsch e naif, tanto simile a quel professor Kranz e i suoi indivisibili cammelli di peluche, nel battesimo televisivo del 1968 con il programma Quelli della domenica.
L'addio a Fracchia per il cinema impegnato di Villaggio
La carriera seria di un comico di successo”, come si definirebbe oggi, tra i salotti televisivi di chi lo celebra con entusiasmo, per ricordare quella maturità di attore impegnato che lo ha fatto emergere in quell'umanità sprezzante e sognatrice che è parte naturale dell'attore genovese, cominciando da Mario Monicelli con L'armata Brancaleone, artefice di un sodalizio con Vittorio Gassman che lo ha portato sino alla commedia di Pirandello ne Il turno di Tonino Cervi. Per non tralasciare la chiamata di Federico Fellini ne La voce della Luna, in coppia con Roberto Benigni, tratteggiando un disimpegno nato nella Compagnia goliardica Mario Baistrocchi che lo ha plasmato per quei ruoli che nel neorealismo sembrano trovare la giusta identificazione, vedi i riusciti Io speriamo che me la cavo di Lina Wertmuller e lo stesso Camerieri di Leone Pompucci. Una vita assorbita dalle sue passioni, quella per la Sampdoria e per le amicizie che davvero contano e che non ti lasciano sino alla fine, per quell'amico fragile Frabrizio De Andrè, insieme per sempre.

Paolo Vannucci 

domenica 3 maggio 2015

MAD MAX: FURY ROAD

MAD MAX: FURY ROAD
Il riavvio di una trilogia firmata sempre dal regista George Miller, con un inedito Tom Hardy a riprendere il ruolo di Mel Gibson

Reboot in grande stile, per la saga che ha iniziato trent’anni fa il genere apocalittico reinverdito dalla Graphic Novel.  

Mad Max è tornato... ma quale vigilante  deve assumere i tratti del poliziotto postatomico che nel lontano 1979  fu del rimpianto Mel Gibson è presto svelato. Reduce da una ineguagliabile trilogia rilasciata da papà Frank Miller, Tom Hardy si ritrova oggi buono e bello, alle prese con inseguimenti e cervelli deteriorati da una visionaria pazzia che si consuma tra le polverose strade di un Medioevo truculento dedicato solo ai grandi eroi... fuori di testa lo aggiungiamo tranquillamente noi, con il benestare del regista George Miller, lo stesso che ha iniziato la prima trilogia che ha fatto la fortuna di un genere ripreso dallo stesso Ridley Scott per il suo Blade Runner, e le somiglianze non si sprecano. Tutto ha avuto inizio con Interceptor (Mad Max), primo capitolo del regista australiano, fedelmente devoto a quel feticcio di attore che ha saputo rappresentare quel nuovo concetto di violenza gestita da riprese turbolente impastate di motociclisti semimutanti e di una trama rilasciata da quelle letture per ragazzi che attingono da una fantascienza reinventata a dovere. Olocausto è sempre stata la parola magica che ha aperto un mondo di distruzione che ha preso in prestito le lande desertiche della stessa Australia per farne un mondo di antieroi pronti a uccidere senza causa (Interceptor – il guerriero della strada), grotteschi nella maniacale ripetitività di sequenze che devono tutto il loro fascino alla stessa colonna sonora a cui fanno riferimento. Qui entra in causa il terzo episodio girato nel 1985, Mad Max oltre la sfera del tuono,  dove una grintosa Tina Turner si vede chiamata in causa per il ruolo della regina Auntie, madrina di quel duello perpetuato in sfavore del protagonista alle prese con il signore della città sotterranea di Barteltown. Un protagonismo ripreso oggi da una adeguatissima Charlize Theron nel ruolo di Furiosa, tra protesi e incarnazioni di un gene ribelle che seduce  con lo stesso ritmo di un fumetto da intenditori, nella visionaria distruzione di un Gimenez dai tratti seducenti, complici le eterne pianure australiane care al regista, miscelate dai deserti sudafricani dei Cape Town Film Studios. La giostra del futuro è nuovamente allestita a dovere, per riprendere Max Rockatansky laddove lo avevamo lasciato e sappiamo tutti che dover eguagliare un personaggio che ha sempre avuto un debito con la fisicità di Mel Gibson non è impresa tanto facile e scontata per il nostro Tom Hardy. I presupposti per non far rimpiangere nulla partono tutti da George Miller, camaleontico regista che ha saputo reinventare generi al ritmo di Happy Feet o lo stesso L’Olio di Lorenzo, sapendo gestire situazioni completamente diverse per genere e moralità. Che la corsa di Fury Road abbia inizio...                        

Paolo Vannucci    

martedì 7 aprile 2015

AVENGERS: AGE OF ULTRON



AVENGERS: AGE OF ULTRON

Secondo capitolo della saga dei vendicatori, diretto da Joss Whedon, con James Spader a ristabilire le ire psicoanalitiche di un collaudato gruppo di super eroi

Tornano Cap, Iron Man, Thor e soci per un secondo capitolo da prequel a una saga di lunga durata.   

“Super eroi con super problemi?” Se inizialmente il motto della Marvel poteva attingere da un simile binomio, non c’è mai stato sbarbatello che si possa essere lamentato riguardo a quali origini potessero fare riferimento le fantastiche prodezze che hanno sempre contraddistinto gli alfieri di quel patriottismo  tutto made in USA. Se singolarmente hanno fatto la fortuna dei botteghini, le cose non potevano andare meglio per quel corposo e vincente “gruppetto” di superuomini che rispondono al nome dei Vendicatori, uniti dal magnate Tony Stark/Iron Man (Robert Downey Jr.) che ha fruttato più di un miliardo di dollari con il primo episodio del 2012, tanto per riprendere confidenza con quegli agenti rimpiazzati dello S.H.I.E.L.D, voluti da Nick Fury (Samuel L. Jackson) e reimpastati in maniera più o meno omogenea e con le pecche caratteriali che li hanno fatti scontrare prima di scendere al compromesso di unire le proprie qualità per migliorare il genere umano. Quindi ecco nuovamente il dottor Banner/Incredibile Hulk (Mark Ruffalo) a dividere il proprio sapere scientifico con Stark, dopo aver sbollito i propri risentimenti nei confronti di Steve Rogers/Capitan America (Chris Evans) e il mitico Thor (Chris Hemsworth), senza essere sedotti da Natasha Romanoff/Vedova Nera (Scarlett Johansson) o nella mira del dardo di Occhio di Falco (Jeremy Renner)... insomma tutti ancora in vena di scazzottate per una umanità che sembra non meritarsi tanto dispiego di cervelli e muscoli. La soluzione sembra venire proprio da Tony Stark, che per evitare di indossare maschere e relative doppie identità, ha creato un clone di se stesso, ma dalla moralità evoluta dallo stesso ingegno che porta Ultron (James Spader in capture motion) a concepire la soluzione divina di porre fine al genere umano. A mali estremi, estremi rimedi, che hanno garantito un secondo episodio in veste di prequel al terzo capitolo in uscita nel 2018, diviso un due parti e con l’epitaffio Avengers: Infinity War  (la seconda parte nel 2019), tanto per ricollegarsi al fumetto originale che in Guerra Civile (in Italia edito dalla Panini) ha gettato le basi per una crisi morale all’altezza dell’ego dei singoli personaggi. Tutto si ricollega alla fervida fantasia di Stan Lee, con una maturazione contemporanea che dal terrorismo reale può facilmente deviare una contemporaneità quasi d’obbligo verso questi eroi chiamati a difendere un’umanità sempre più idealizzata e identificata in un super-cattivo di turno che ne possa rappresentare la debolezza che non sempre si può associare alla meschinità. Quindi non possiamo che aspettare il 22 Aprile per “scendere in campo”, senza essere assuefatti dalle problematiche di un Avengers: Age of Ultron che sicuramente saprà rimanere fedele alle aspettative di chi non dubita dell’efficacia dei sani eroi Marvel. Staremo a vedere...      
                    
Paolo Vannucci      

venerdì 13 marzo 2015

LA “SUITE FRANCESE” DI MICHELLE WILLIAMS


SUITE FRANCESE

Dalla tragedia della seconda guerra mondiale, il romanzo postumo di Irène Némirovsky rieditato dal regista Saul Dibb, con una memorabile Michelle Williams tra gli orrori dell’Olocausto

Prova d’autore di prim’ordine, con una Kristin Scott Thomas dalle grandi aspettative.  
  
Un romanzo che ha avuto una lunga gestazione da parte della stessa scrittrice, Irène Némirovsky, nei due libri scritti febbrilmente nei mesi che precedettero il suo arresto e la deportazione ad Auschwitz; Tempesta in Giugno (che narra la fuga dei parigini all’arrivo dell’occupazione tedesca) e Dolce,  passionale narrazione del destino di una “Sposa di guerra” (la Williams) con un ufficiale tedesco (Matthias Schoenaerts). Tutta la storia si snoda secondo un intreccio di ferventi passioni nate dal conflitto sociale che li sconvolge, dal ricco banchiere al giovane prete, lo scrittore vanitoso e il giovane ribelle che si vuole arruolare al fronte ma che trova conforto tra le braccia di una donna di facili costumi. E’ un romanzo “vivo e sentito”, dove si mescolano tutti i sentimenti tipici di un periodo storico che ha messo a dura prova la moralità degli uomini e delle donne. Il cinismo, la meschinità, l’eroismo, l’amore e la pietà. “La cosa più importante, qui, e la più interessante” scriveva la Némirovsky due giorni prima di essere arrestata (morta nel ‘42 durante la prigionia), “è che gli eventi storici, rivoluzionari ecc. sono appena sfiorati, mentre viene investigata la vita quotidiana, affettiva, e soprattutto la commedia che questa mette in scena”. Kristin Scott Thomas dona un’ennesima grande interpretazione, con quel tocco di vero teatro che ha potuto sfoggiare nel recente Nowhere boy, mentre Sam Riley sembra voler dissociare l’esperienza favolostica di Maleficent da un dramma storico che si può solo riscontrare nel celebre manoscritto di Anna Frank, dove la stessa Irène annotava in un diario l’evoluzione stessa di quel triste romanzo che l’ha vista premiata postuma dai giurati del Prix Renaudot. Un film per non dimenticare, diretto da Saul Dibb, in cui gli equilibri dei sentimenti possono solo diventare lo specchio infrangibile di una grande storia d’amore e di guerra, quella che ogni uomo porta dentro di se e che può solo essere raccontata con i rigori dell’anima.        
                  
Paolo Vannucci   

martedì 10 marzo 2015

CIO’ CHE INFERNO NON E’


CIO' CHE INFERNO NON E': Alessandro D'Avenia

Terzo libro dello scrittore siciliano, nel viaggio intimo di una Palermo vissuta nelle sue aspre contraddizioni, attraverso gli occhi del giovane Federico e padre Pino Puglisi

Alessandro D’Avenia racconta la propria adolescenza in un omaggio ad una Sicilia che non sà dimenticare.

“Dove sei tu che puoi cucirmi l’anima silenziosamente? Ragazza piena di luce, puoi tu rammendare un ragazzo fatto di vento? Io cerco il tuo nome, benchè tu non l’abbia” 
Federico è fatto di benchè... diciassette anni colorati da una poesia che lo fa sentire sicuro in quel mondo scolastico rappresentato da quel liceo costruito sulle parole del Petrarca, di Dante e di tutti quei poeti che lo fanno sentire utile, in un mondo ancora incerto ma che ha un porto sicuro che è la sua famiglia, i suoi genitori e il fratello Manfredi...
“I maschi risolvono così le vertenze: è una cosa che le donne non capiranno mai. Senza mio fratello sarei soltanto un’ipotesi di maschio”
E’ per questo che Federico si ritrova in un campetto di calcio malmesso, in quella parte di città che tutti chiamano Brancaccio, frequentato da ragazzi così diversi da lui, con una rabbia interiore che non conosce ma che identifica con quella testardaggine che ha sempre associato alla voglia di scoprire la vita, come i suoi poeti dannati che declamano amore e maledivivere... oppure quelle letture giovanili che si devono leggere per non essere nessuno. Come dice il suo “3P”, il professore di religione padre Pino Puglisi, quell’uomo che Federico scopre di giorno in giorno, portandolo ad avvicinarsi a quel mondo fatto di nomi nuovi... Francesco, Maria, Dario, Serena e Totò... uniti da un pallone che vogliono calciare alto nel cielo, oltre le nuvole... oltre il Cacciatore, ‘u Turco, Madre Natura. Lui, arbitro di una partita molto più grande della sua età, che gli procura un labbro rotto e una bicletta rubata. Ma Federico non vuole rinunciare a quel prete che gli ha fatto conoscere una realtà che sino a quel momento poteva essere solo quell’ostinazione che ha sempre conosciuto come dignità, molto più matura dei cartoni animati giapponesi che guarda alla televisione con suo fratello. Per questa nuova asprezza ha rinunciato al mese in Inghilterra, dimostrando a suo padre di essere cresciuto... almeno quel tanto che basta per essere responsabili delle proprie azioni, proprio come vuole quell’altro padre, il prof di religione. Lui le scatole le rompe... si consuma le nocche sugli usci di quella burocrazia che sembra oscurata da quel male che tutti chiamano Cosa Nostra.  Ma Federico ha imparato la più importante delle lezioni... “perchè il solo lievito per un cambiamento possibile è nascosto tra le mani di chi apre orizzonti dove il destino prevederebbe violenza e desolazione”.
“L’inferno non esiste. E se esiste è vuoto. Dicono. Vivono forse in quartieri con giardini e scuole . Ignorano. L’Inferno sono gli enormi palazzi di cemento, alveari screpolati e abbandonati dalla bellezza, che fanno di cemento l’anima di chi li abita. L’Inferno si annida nei sotterranei di questi palazzi stipati di polvere bianca tagliata alla meglio e carne umana in saldo. L’nferno è fame mai soddisfatta di pane e parole. Inferno è un bambino sfregiato da fuori verso dentro, dalla pelle fino al cuore. Inferno è il lamento degli agnelli accerchiati dai lupi. Inferno è il silenzio degli agnelli sopravvissuti.
Ciò che inferno non è”   

PaoloVannucci

giovedì 5 marzo 2015

CENERENTOLA... e la sua scarpetta magica



CINDERELLA: LILY JAMES

Kenneth Branagh a dirigere la trasposizione di uno dei classici Disney più amati dai piccini, con Lily James nelle fuligginose vesti di Cenerentola

Topini, matrigna, sorellastre e Fatina con la proverbiale Zucca, per il restyling più atteso di un classico Disney mai dimenticato.

“I sogni son desideri chiusi in fondo al cuor” cantava la voce narrante di uno dei lungometraggi Disney più cari ai piccoli, quando ancora gli studios di Zio Walt rappresentavano quell’alcova di stupore e magia che con l’animazione erano capaci di trasportare sogni per renderli credibili e senza tempo. Era il 1950, Bambi era la prova di un successo tutto in mano agli artigiani del disegno, e la tecnica del Live Action era quella meraviglia che oggi chiamiamo computer grafica. Helene Stanley rendeva reale quel corpo graziato di una fanciulla piegata a lavare pavimenti, sotto gli occhi crudeli di una matrigna perfida e senza scrupoli, capace di rinnegare ogni spiraglio di felicità a una Cenerentola succube delle perfide sorellastre Anastasia e Genoveffa.  Gli unici amici e compagni di quelle tristi giornate erano i fedeli topini Gas e Giac, ignari di poter assitere a quel prodigio che porterà la nostra dolce fanciulla alla corte del principe, con tanto di Zucca trasformata in carrozza e destrieri bianchi, ad opera di un sortilegio che la renderà protagonista sino al fatidico rintocco della mezzanotte... poi tutto ritornerà come prima. La favola è sempre la stessa, in punta di scarpetta di cristallo, grazie a quella fata madrina che oggi risponde al nome di Helena Bonham Carter, che regala alla nostra Cinderella (Lily James) la possibilità di trasformare in realtà un sogno per sempre legato al principe azzurro Richard Madden, mentre la perfida matrigna Cate Blanchett cerca sino all’ultimo di impalmare una delle due figliastre, rispettivamente Holliday Grainger e Sophie McShera, laddove la scarpetta non ne vuol sapere di calzare. Una produzione firmata dal regista Kenneth Branagh, con gli effetti speciali firmati da Charlie Graovac, Nick Joscylene e  Roderick Pulis, mentre le scenografie portano il magico tocco dell’italiano Dante Ferretti, nell’allestire quel palazzo reale recuperato dal Royal Naval College e lo stesso castello di Windsor, complici i Pinwood Studios dove tutto può essere ricreato. Che la favola abbia inizio...   

Paolo Vannucci