venerdì 5 aprile 2024

Il mito di Elvis nel vero biopic che ripercorre il mito attraverso gli occhi di Priscilla Beaulieu Presley

PRISCILLA
La regista Sofia Coppola dirige con maestria un film segnato dalle ambizioni di un amore “bruciato” dalle sue stesse paure, interpretato da Cailee Spaeny e Jacob Elordi

Una riuscita operazione commerciale, quella della regista figlia d’arte, conosciuta come Sofia Coppola. E parliamo, si, di una vera macchina propagandistica, debellata dalla stessa famiglia Presley, abituati a quelle proverbiali distanze su come ci si possa arricchire sulle spalle di un mito. Un mito frantumato dalle proprie ossessioni, debolezze, imperfezioni. Come siamo sempre stati abituati a “polverizzare” la vita dell’unico vero Re del Rock ‘n’ roll, sprezzanti di quelle verità che hanno frantumato la sua stessa vita, annullata dai farmaci e dai propri sbagli. Quelli che i fan non hanno mai voluto perdonare al proprio mito. Unica tra tutti proprio lei, l’artefice del suo stesso abisso, unico per entrambi. Un grande amore, vissuto nel nome della passione e dei tradimenti, raccontato nella biografia scritta da Priscilla assieme a Sandra Harmon, senza tralasciare nulla a chi si vuole nutrire delle ceneri di una storia consumata. E il cinema degli ultimi anni ci ha sempre insegnato come difficile sia raccontare i segreti di chi divide la propria vita con chi abusa dei privilegi del prossimo. Sofia Coppola ha avuto la delicatezza di non “sgretolare” l’identità di un amore condiviso, nato giovanissimo per entrambi. Lui ventiquattrenne e lei appena quattordicenne. Lui giovane star in ascesa, lei piccola studentessa immersa in quell’alcova famigliare fatta di patriarcale protezione e perbenismo cattolico americano. Lui imperfetto nella sua gabbia d’orata, lei vittima della sua stessa adorazione. Una Priscilla, interpretata dalla ventiseienne Cailee Spaeny, un po’ distante dalla vera persona, ma sempre autentica nella riuscita rappresentazione di una purezza dei sentimenti. Quelli così facili da provare per chi poteva godere di una attenzione così troppo grande da assecondare. Un Elvis, interpretato da Jacob Elordi, così simile al mito (non solo fisicamente), così sbagliato nelle sue paure e debolezze. Imperfetto, si, ma sempre unico. Sui giornali scandalistici, le riviste di musica, le locandine dei concerti, i manifesti dei suoi film. Sempre tanto e troppo… di tutto.

Sofia Coppola ha saputo tratteggiare al meglio una biografia essenziale (Elvis and Me), scarna degli abbagli musicali delle sue stesse canzoni (rifiutato il permesso di usufruire dei loro diritti) ma saturo di tutto quello che serve per confezionare la stessa rovina di un rapporto cresciuto “malato”. Il cinema della Coppola è cresciuto bene, partendo da quell’esordio nel nome di Il Giardino delle Vergini Suicide, tratto dal romanzo di Jeffrey Eugenides per finire a L’inganno, corale reunion di attrici nel nome di un cinema che sa il fatto suo. Una celebrazione deviata, come tanti tentativi riusciti nella stessa maniera. Parliamo delle fragilità inespresse nella sua vera natura di una Diana Spencer consumata da quegli abusi che la famiglia reale ha sempre sostenuto. Per approdare nelle ridondanti scanalature di una Jackie Kennedy Onassis, così scomoda nelle vesti della sua stessa esistenza (come la stessa Natalie Portman poteva sembrare insolita nella sua interpretazione).

Un film ben costruito, sostenuto dalle scenografie dosate di Tamara Deverell, in quella Graceland barricata dai suoi stessi fan e sapientemente riproposta nella sua d’orata magnificenza. Soporifera e allentata dai ricordi di un amore che si chiude come quei cancelli che segnano la fine di una favola che, per tutti noi, continuerà a cantare sulle note delle sue canzoni.

Paolo Arfelli Vannucci

lunedì 11 marzo 2024

OSCARS 2024: Vincitori e Vinti di un anno di grande cinema

OSCAR 2024
Una cerimonia all’insegna della sobrietà, per vedere trionfare il film “Oppenheimer” di Christopher Nolan e la struggente visione offerta da Yorgos Lanthimos, nel suo “Povere Creature”

Una cerimonia di grande stile e contegno, come non se ne vedevano da decenni. Tutto per celebrare un anno di cinema che finalmente può dire di essersi liberato da convenzioni scomode di rito. Sì, perché quel cinema saturo di realtà surrogate cominciava a dare fastidio, proprio perché stava inquinando la bellezza di una settima arte che, oggi più che mai, riesce a essere testimone di una evoluzione dinamica di un arte che sa stare al passo con i tempi. Anzi, di più. Abbiamo, quindi assistito a una premiazione minimalista, che ha saputo valorizzare la grandezza di un arte visiva e sonora che, nel corso di un 2023 ancora “rovinato” da conflitti bellici che non vogliono vedere lo spiraglio di una fine, ha saputo rimboccarsi le maniche e dare il meglio di se. Al cerimoniere Jimmy Kimmel è toccato la quarta conduzione, dimostrandosi all’altezza della serata, senza scivoloni di ilarità volgari o poco consone alla situazione. Questo vuol dire che le “nudità celate” di John Cena sono apparse pudiche e pulite, per contornare di sano divertimento una consegna delle statuette all’insegna dello stile.

Ha fatto da padrone il premiato Christopher Nolan, con il suo Oppenheimer, raccogliendo ben sette statuette, tra cui miglior film, regia e attore protagonista, Cillian Murphy. La tanto attesa conferma di Emma Stone è arrivata proverbiale, ricevendo quel riconoscimento a miglior attrice per una pellicola visionaria e rimarchevole. La solita delusione per un cinema italiano ancora assente non poteva stonare, almeno per chi credeva che il cinema di Garrone (era in corsa con Io Capitano) potesse ritoccare le sorti di un Pinocchio ancora bruciante e carico di aspettative. Quelle solite confermate dall’ennesima statuetta ricevuta per il Miglior film di animazione, andata a Miyazaki (il suo secondo Oscar, dopo quello vinto nel 2003 con La città incantata), accostabile all'onorificenza massima toccata a Takashi Yamazaki, Kiyoko Shibuya, Masaki Takahashi e Tatsuji Nojima per gli effetti visivi. Di forte impatto emotivo la consegna degli oscar per Robert Downey Jr.e Da'Vine Joy Randolph (Migliore Attore e Attrice non protagonisti). Divertente il cammeo rilasciato da Arnold Schwarzenegger e Danny DeVito, nel loro duetto a distanza in sala con Michael Keaton comodamente seduto, incorniciando una serata di emozioni impreziosite dai vocalizzi musicali di Billie Eilish e lo stesso Andrea Bocelli con il figlio Matteo. Degno di citazione, l’entusiasmo di un talentuoso Ryan Gosling, nel ricordarci le plastiche visioni di un Ken “abbandonato” da una Barbie che ha racimolato gli oneri per la migliore canzone originale.

Di seguito, tutte le statuette della cerimonia:

Miglior film

Oppenheimer, regia di Christopher Nolan

Miglior regista

Christopher Nolan - Oppenheimer

Miglior attrice

Emma Stone - Povere creature! (Poor Things)

Miglior attore non protagonista

Robert Downey Jr. - Oppenheimer

Miglior attrice non protagonista

Da'Vine Joy Randolph - The Holdovers - Lezioni di vita (The Holdovers)

Miglior sceneggiatura non originale

Cord Jefferson - American Fiction

Miglior sceneggiatura originale

Justine Triet e Arthur Harari - Anatomia di una caduta (Anatomie d'une chute)

Miglior film internazionale

La zona d'interesse (The Zone of Interest), regia di Jonathan Glazer (Regno Unito, Polonia)

Miglior film d'animazione

Il ragazzo e l'airone (君たちはどう生きるか?, Kimi-tachi wa dō ikiru ka), regia di Hayao Miyazaki

Miglior fotografia

Hoyte van Hoytema - Oppenheimer

Miglior scenografia

James Price, Shona Heath e Zsuzsa Mihalek - Povere creature! (Poor Things)

Migliori costumi

Holly Waddington - Povere creature! (Poor Things)

Migliori trucco e acconciatura

Nadia Stacey, Mark Coulier e Josh Weston - Povere creature! (Poor Things)

Migliori effetti visivi

Takashi Yamazaki, Kiyoko Shibuya, Masaki Takahashi e Tatsuji Nojima - Godzilla Minus One (ゴジラ-1.0マイナスワン)

Miglior montaggio

Jennifer Lame - Oppenheimer

Miglior sonoro

Tarn Willers e Johnnie Burn - La zona d'interesse (The zone of interest)

Miglior colonna sonora originale

Ludwig Göransson - Oppenheimer

Miglior canzone originale

What Was I Made For? (musiche e testo di Billie Eilish e Finneas O'Connell) - Barbie

Miglior documentario

20 Days in Mariupol, regia di Mstyslav Černov

Miglior cortometraggio documentario

The Last Repair Shop, regia di Kris Bowers e Ben Proudfoot

Miglior cortometraggio

La meravigliosa storia di Henry Sugar (The Wonderful Story of Henry Sugar), regia di Wes Anderson

Miglior cortometraggio d'animazione

War Is Over! Inspired by the Music of John & Yoko, regia di Dave Mullins

Paolo Arfelli Vannucci

sabato 9 marzo 2024

Timothèe Chalamet è di nuovo Paul Atreides nel sequel “Dune – Parte II”

Timothée Chalamet è PAUL ATREIDES
Il regista canadese Denis Villeneuve torna a dirigere un cast corale per la seconda parte dell’inedita trilogia dei romanzi di Frank Herbert

A tre anni dall’uscita del primo capolavoro del regista Denis Villeneuve, vincitore di ben sei statuette impalmate dalla Academy, arriva sugli schermi il secondo capitolo della saga, tratto dalla seconda parte del primo romanzo scritto da Frank Herbert, Dune. Un autentico e magistrale estratto di quel mondo epico fantascientifico che ha tratteggiato i caratteri aspri e taglienti di una casta eletta di nobili regnanti, in un mondo conflittuale dove potere e politica sono sorretti da una spezia intesa come nutrimento vitale intriso nella stessa Acqua della Vita, potenzialmente mortale e rigeneratrice delle stesse anime di cui si nutre. Una sottile linea di confine tra due mondi che parlano con la profonda voce di una conoscenza sorretta da una sacralità tramandata da una élite che impone il proprio sapere, come una sorta di casta femminile e portatrice di un dono celato e ambizioso. Quel mondo interiore a cui sente di appartenere il primogenito Paul Atreides, conflittuale e redentore come gli stessi dubbi che lo trascinano allo stesso destino di una famiglia perseguitata nel nome del tradimento.

Le forti tinte di un sequel tratteggiato in modo sublime, dove gli umori acri di una sacralità amara vengono orchestrati e assorbiti dalle capacità espressive dei suoi interpreti. Enigmatico rimane il protagonista sorretto da una longilinea grazia, nelle forme nervose e scaltre di un attore che sembra continuare la sua ascesa di fortunati ruoli, dove la mimica dei personaggi interpretati sembra annullarsi nel riciclo dei suoi stessi caratteri. Timothée Chalamet è il nuovo Re Mida dello star system di Hollywood, passando da quei successi che parlano nel nome di Piccole Donne (regia di Greta Gerwig, 2019) e lo stesso Wonka (diretto da Paul King, 2023), nelle stesse doti riconosciute da un Woody Allen che lo ha diretto nel suo Un giorno di pioggia a New York. A sostenerlo, valgono le decise prove di attore di una nutrita alcova di ottimi comprimari, passando da un ritrovato Javier Bardem nel ruolo di Stilgar, leader dei Fremen, colui che più crede nella profezia dello Lisan al-Gaib (il messia che porterà il popolo di Arrakis al Paradiso). Josh Brolin riveste il ruolo di Gurney Halleck, il mentore di Paul, mentre Christopher Walken evoca il cardine di Shaddam IV, il mandante dello sterminio della casta degli Atreides. Di prima grandezza il parterre femminile, guidato da una Charlotte Rampling d’effetto, nel ruolo della Reverenda Madre del Bene Gesserit. Ad affiancarla, le valide prove di Zendaya nel ruolo di Chani (la guerriera dei Fremen, primo amore del giovane Atreides e contraria alla divinizzazione del presunto Messia), e la stessa Rebecca Ferguson, nel ruolo di Lady Jessica, madre di Paul.

Un film perfetto nella sua esecuzione, dove i temi sacri sono abilmente sottolineati dalla partitura di un collaudato autore che risponde al nome di Hans Zimmer (Inception e Pirati dei Caraibi, già vincitore dell’Oscar per le musiche del primo capitolo del 2021), mentre per le location possiamo ritrovare le fortificate terre italiche di Attivole, in provincia di Treviso, con incursioni ad Abu Dhabi e le provincie della Giordania. Un film contemplativo ed epico, dove fede e tradizione sono le sole porte da attraversare, nei complessi sentieri della Vita di ognuno di noi.

Paolo Arfelli Vannucci

giovedì 11 maggio 2023

La Sirenetta in live action diretta da Rob Marshall… il 24 Maggio in sala

LA SIRENETTA DISNEY
Una delle principessine Disney più amate finalmente in carne e ossa, interpretata da Halle Bailey

È dal 2016 che la Disney aveva già in cantiere una delle operazioni più attese, ovvero l’inedita riedizione in live action di una delle fiabe più incantevoli mai portate sullo schermo: La Sirenetta, dalla fiaba originale di Hans Christian Andersen e portata sullo schermo nel cartone animato diretto a quattro mani nel 1989 da John Musker e Ron Clements, vincitore di due Oscar per Miglior Colonna Sonora e Canzone Originale (Under the Sea). A dirigere questa lodevole operazione di restyling è toccato a Rob Marshall, in una operazione di adattamento cinematografico alquanto complessa per l’elaborazione visiva delle scene e dei personaggi. La scelta stessa di ricadere in una giovanissima ragazza di colore per l’interpretazione di Ariel ha destato subito molte perplessità e accuse di razzismo… tutte infondate a parer nostro, ma la diversità riposta nell’intreccio morale già voluto da Andersen ha subito pacato ogni illecito dubbio.

Halle Bailey sarà la giovanissima Ariel, nei vocalizzi affidati a Yana C (a scapito di una Ariana Grande fortemente desiderata dai fan) per la versione italiana del canto nel doppiaggio, mentre Javier Bardem sarà un posatissimo e paterno Re Tritone, affiancato da una malefica Melissa McCarthy nel ruolo della perfida strega del Mare, Ursula. Non mancano i personaggi indimenticabili comprimari della storia, a partire dal granchio Sebastian, affidato alla voce italiana del cantante Mahmood e lo stesso principe Eric, interpretato da Jonah Hauer-King. Insomma, un vero caleidoscopico viaggio nel profondo oceano per una delle versioni più originali della preziosa fiaba, le cui riprese sono state inizialmente girate nei Pinewood Studios per proseguire nelle coste italiane della terra di Sardegna, più precisamente a Santa Teresa di Gallura, Aglientu, Castelsardo e Golfo Aranci.

Una sceneggiatura affidata a Jane Goldman e David Magee affondando le mani nell’illustre cartone animato, per passare dalla fotografia di Dion Beebe (già vincitore dell’Oscar nel 2006 per Memorie di una geisha) e le musiche originali dello stesso Alan Menken. Insomma, un vero e proprio film culto per la Disney, che aveva già originariamente pensato al progetto come uno dei primi film della casa di animazione, proponendone una elaborata versione a tecnica mista sulla vita dello stesso scrittore Hans Christan Andersen, per approdare alla versione animata del 1989, come uno dei film più costosi degli ultimi decenni. Non ci resta che fare un bel respiro e immergerci nelle sale il prossimo 24 Maggio, in compagnia della più deliziosa e ribelle principessina dell’oceano e tutti quei personaggi che ci fanno ricordare il valore dell’amore. Oltre ogni diversità.

Paolo Arfelli Vannucci

martedì 14 marzo 2023

OSCARS 2023: Vincitori e Vinti di un anno di grande cinema

OSCARS 2023
Il trionfo del film diretto dalla coppia Daniel Kwan e Daniel Scheinert, nell’augurio di uno Spielberg padre/padrino di una nuova generazione di cineasti

Domenica notte, 12 Marzo, è avvenuta la tanto attesa premiazione delle statuette impalmate dalla prestigiosa Academy statunitense. Ben 7 statuette sono andate al meritatissimo lungometraggio diretto a quattro mani dalla coppia di registi Kwan-Scheinert, Everything Everywhere All at Once, comprese le ambite per miglior attrice a Michelle Yeoh, Miglior Attore non protagonista a Ke Huy Quan (commosso e riguardevole nei confronti del suo cerimoniere Harrison Ford) e Miglior Attrice non protagonista a Jamie Lee Curtis. Bellissimo preambolo per un cinema di animazione sempre più riguardevole, nel premiato e atteso Pinocchio di Guillermo del Toro. Un vero trionfo anche per il miglior film internazionale, Niente di nuovo sul fronte occidentale, negli echi di un conflitto ucraino tenuto sempre sottotono dallo stesso conduttore Jimmy Kimmel (sublime e sarcastico nei toni sempre sostenuti dalla stessa cerimonia), vincitore delle prestigiose statuette per miglior Fotografia, Scenografia e Colonna Sonora.

Nonostante le problematiche grandi assenze di Tom Cruise (vincitore di Miglior Sonoro per TOP GUN: Maverick) e lo stesso James Cameron per il suo grandioso Avatar – La via Dell’Acqua (a cui è andata la statuetta per i Miglior Effetti Visivi), l’entusiasmo e le scene di grande commozione non si sono risparmiate, vedi un turbato John Travolta dispensatore del memoriale ai grandi artisti scomparsi nell’anno passato. Lo stesso Steven Spielberg si è rivelato, con molta eleganza, padrino d’eccellenza di una nuova generazione di cinema nei suoi prossimi protagonisti, restando un grande non premiato della serata col suo The Fabelmans, assieme al suo inseparabile amico e compositore John Williams. Trionfatore della serata, per Miglior Attore, Brendan Fraser con The Whale, nella sua testimonianza di una rinascita di attore tanto acclamata dallo stesso Ke Huy Quan.


Di seguito, tutte le statuette della cerimonia:

Miglior film

Everything Everywhere All at Once, regia di Daniel Kwan e Daniel Scheinert

Miglior regista

Daniel Kwan e Daniel Scheinert - Everything Everywhere All at Once

Miglior attrice protagonista

Michelle Yeoh - Everything Everywhere All at Once

Miglior attore non protagonista

Ke Huy Quan - Everything Everywhere All at Once

Miglior attrice non protagonista

Jamie Lee Curtis - Everything Everywhere All at Once

Migliore sceneggiatura originale

Daniel Kwan e Daniel Scheinert - Everything Everywhere All at Once

Migliore sceneggiatura non originale

Sarah Polley - Women Talking - Il diritto di scegliere (Women Talking)

Miglior film internazionale

Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues), regia di Edward Berger (Germania)

Miglior film d'animazione

Pinocchio di Guillermo del Toro (Guillermo del Toro's Pinocchio), regia di Guillermo del Toro e Mark Gustafson

Miglior montaggio

Paul Rogers - Everything Everywhere All at Once

Miglior scenografia

Christian M. Goldbeck ed Ernestine Hipper - Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues)

Miglior fotografia

James Friend - Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues)

Migliori costumi

Ruth E. Carter - Black Panther: Wakanda Forever

Miglior trucco e acconciatura

Adrien Morot, Judy Chin e Anne Marie Bradley - The Whale

Migliori effetti visivi

Joe Letteri, Richard Baneham, Eric Saindon e Daniel Barret - Avatar - La via dell'acqua (Avatar: The Way of Water)

Miglior sonoro

Mark Weingarten, James H. Mather, Al Nelson, Chris Burdon e Mark Taylor - Top Gun: Maverick

Migliore colonna sonora originale

Volker Bertelmann - Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues)

Migliore canzone originale

Naatu Naatu (musiche di M. M. Keeravani; testo di Chandrabose) - RRR

Miglior documentario

Navalny, regia di Daniel Roher, Odessa Rae, Diane Becker, Melanie Miller e Shane Boris

Miglior cortometraggio documentario

Raghu, il piccolo elefante (The Elephant Whisperers), regia di Kartiki Gonsalves e Guneet Monga

Miglior cortometraggio

An Irish Goodbye, regia di Tom Berkely e Ross White

Miglior cortometraggio d'animazione

Il bambino, la talpa, la volpe e il cavallo (The Boy, the Mole, the Fox and the Horse), regia di Charlie Mackesy e Matthew Freud


Paolo Arfelli Vannucci

venerdì 20 gennaio 2023

Spielberg attraverso gli occhi di “The Fabelmans”

SPIELBERG "THE FABELMANS"
La crescita e i sogni del regista, nell’omaggio più autentico al suo amore per il cinema

A oltre settant’anni il grande Steven Spielberg attraversa mezzo secolo di storia americana, nel suo amarcord più autentico e delicato. Lo fa attraverso quell’esperienza maturata con gli occhi di quell’eterno bambino senza età, con quella maniera di raccontare le sue storie più belle, riuscendo a migliorare quel linguaggio narrativo che aveva fatto intravedere già con l’autentico Munich, vero e tagliente come solo la drammaticità della vita può esserlo. Un ritmo meno favolistico che corre sui binari di quella narrazione che del linguaggio cinematografico ne si conoscono tutti i segreti. E di segreti Spielberg non ne ha mai avuti, almeno per il regista che ci ha fatto scoprire se stesso e sognare con le pagine più commoventi di quel racconto per immagini in movimento nato più di un secolo fa, attraverso l’obiettivo di una cinepresa. La stessa cinepresa che viene vista come il più grande mezzo che un giovanissimo Spielberg scopre di saper usare, e bene. Tutto per un cinema che nasce dalle sue stesse paure, come quelle di un bambino di sei anni che assiste in sala alla proiezione di Il più grande spettacolo del mondo (di Cecil B. DeMille), per rimanerne impaurito e affascinato, sorretto dall’amore artistico di sua madre e dal pragmatismo autentico del padre.

Una crescita fatta di giorni scanditi da quelle paure che ci fanno maturare, anche se l’odio antisemita non è mai un motivo per crescere. In questo film Spielberg si racconta a fondo, senza maschere e soprattutto senza quelle bellissime metafore che hanno sempre nascosto la vita del regista oltre la macchina da presa. Se E.T. era sempre stato dichiarato il film più autobiografico di tutti, oggi Steven si spoglia di quelle storie nate dalla fantasia e arricchite di quegli effetti speciali, per mettere da parte esseri surreali e fantastici e mostrarsi veramente a fondo. Ecco che si vedono i giochi di un bambino prendere nuova vita, da quel disastro ferroviario filmato in super 8 per tirarne fuori il suo primo filmino girato in casa. In questo film ci sono tutti gli elementi splendidamente fotografati da Janusz Kamiński, inseparabile come lo stesso John Williams dietro la partitura musicale della sua colonna sonora. E come poteva non esserlo.

Interpretato da una collaudata Michelle Williams (la madre Mitzi Fabelman), Paul Dano (il padre Burt) e un giovanissimo Gabrielle LaBelle nel ruolo del giovane regista, il film è un autentico tributo a quegli anni formativi che sanno fare crescere l’entusiasmo necessario ad aprire l’animo per regalarsi agli altri. L’amore materno filtrato in quell’intelligenza artificiale che ci ha toccato sino alle lacrime, per ritrovarlo identico e intatto, attraverso gli occhi di un bambino che chiede tutto il suo amore verso i propri genitori. Anche se le cose belle non durano per sempre. Come quegli amici e compagni di scuola che vengono usati per girare quei primi cortometraggi di un talento che si sta delineando. Forte e prepotente proprio come Super 8, prodotto assieme a J.J Abrams, quasi la prima auto dedica alla vita del regista. Ora che sappiamo di conoscerlo veramente bene. Autenticamente Steven Spielberg, il nostro uomo dei sogni.

Paolo Arfelli Vannucci


venerdì 9 dicembre 2022

Pinocchio: le mille vite di un burattino

PINOCCHIO FIRMATO DISNEY

Arriva il live action del più amato burattino firmato Disney, nelle tematiche esistenziali di un fanciullo senza tempo

Dopo rimandi nel nome del Covid, arriva la trasposizione tanto cara a quelle radici italiane che hanno fatto animare un ciocco di legno nelle vesti di un bambino alla ricerca di un padre, una madre in quel della fatina Turchina e a spasso sulle ali di quella fantasia che nell’arte trova nutrimento. Ne sa davvero qualcosa lo stesso regista che di corse contro il tempo sembra averne una grande esperienza, in quel Robert Zemeckis che ci ha fatto correre al volante di una futurista macchina del tempo nel suo Ritorno al Futuro. Tra orologi e dipartite di cuore da risanare, è riuscito a trapiantare la stessa fede nell’anima e nel cuore di un Geppetto nelle poliedriche forme riuscitissime di un Tom Hanks in vena di favolistiche amorevoli ansie paterne, immerso nelle terre italiane di fine ottocento, quando lo stesso Carlo Collodi ne consacrò la nascita in quelle pubblicazioni a puntate disegnate poi da Enrico Mazzanti e che hanno visto nascere un vero culto letterario alla ricerca di un messaggio morale vestito di cartapesta e mollica.

Il primo successo firmato dalla Disney arriva nel 1940, ovvero quando i cartoni animati sapevano davvero di bontà artigianale e mestiere. Come lo stesso Geppetto, mastro orologiaio e intagliatore di giocattoli alla ricerca di un amore perduto nel figlio deceduto, assistito dalla compagnia dei fedelissimi Figaro e Cleo, oggi ritrovati simili all’originale prodotto animato. Non importa più di tanto se la Fatina Turchina arride a una inedita donna di colore nelle procaci forme di Cynthia Erivo, laddove una più devota Gina Lollobrigida ci aveva fatto sognare nella favola firmata Luigi Comencini, quando quella versione così originale ha saputo ritoccare la stessa storia riportata in vita dallo stesso Roberto Benigni, prima in veste di burattino (il suo film diretto e interpretato) e poi da Geppetto, nell’elaborata trasposizione fedele al romanzo firmata da Matteo Garrone.

Zemeckis ha saputo ridare nuova verve a un film incompleto di per , impreziosito dalla sceneggiatura firmata a quattro mani con Chris Weitz e musicato dal fedelissimo Alan Silvestri, riportando in vita un classico accostabile a quel vortice di pixel e sentimento siglato Dickens nel suo Canto di Natale. La formula è sempre invariata e il risultato può felicemente arridere a un pubblico di fanciulli estasiati da tanto colore e magia orchestrati a dovere.

Il rammarico più grande risiede sempre nella discutibile scelta di una distribuzione affidata all’esclusivo canale privato a pagamento Disney+, laddove lo stesso flop al botteghino siglato Dumbo ha fatto tremare una casa di produzione così fervida e ricca di sorprese, tanto quanto lo stesso Guillermo del Toro nel suo Pinocchio in stop motion, alimentando una fulgida vita nella continua rinascita di un burattino che proseguirà a rincorrere i propri sogni alla ricerca di sé, quando la fantasia rimane sempre l’unica bugia che vorremmo sempre ascoltare.

Paolo Arfelli Vannucci