lunedì 25 giugno 2012

DiCinema: la nuova Hollywood

Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi  che hanno rinnovato l'ultima generazione di miti in celluloide

Volto angelico e sensuale, la bellezza di un'attrice che ha ridato valore alle icone Hollywoodiane senza tempo, nelle grazie seducenti di Madeleine Stowe.  
 

Le abbiamo sempre desiderate così, da quando Ava Gardner era  Il Bacio di Venere e Rita Hayworth la spietata amante di Gilda, per non tralasciare la dolcezza di Jennifer Jones immortalata da De Sica nel suo nostalgico Stazione Termini, icone intramontabili di quella seduzione che si chiama desiderio. Tante attrici si sono "prodigate" per perpetuare quel clichè tanto caro al pubblico maschile, a volte ricorrendo a quelle "scorrettezze" che hanno fatto la fortuna di audaci caratteri immolate alla semantica cinematografica dei tempi moderni (vedi la Stone nel feticcio Instinct di Verhoeven o la Close nell'attrazione più fatale di Adrian Lyne). Oggi abbiamo un recente passato caratterizzato da un ventennio che ha segnato, nei pregi e difetti, il meglio della commedia drammatica devoluta in ogni genere, e Madeleine Stowe è, senza dubbio, una delle grandi attrici che ha saputo elargire bellezza e talento recitativo, anche quando il disimpegno sembra destabilizzare gli oneri di una critica che "felicemente" preferisce demonizzare a scapito della gloria. Classe '58, nel segno del Leone, con studi riversati nei corsi universitari di Cinema e Giornalismo, il battesimo cinematografico della Stowe avviene con la serie televisiva Baretta, per approdare al primo ruolo importante nella commedia diretta da John Badham, Sorveglianza... Speciale, accanto a Richard Dreyfuss e Emilio Estevez, poliziotti nebulizzati dalle grazie di una cameriera, che detiene la refurtiva per mano di un ricercato. Ma il colpo grosso viene fatto da Tony Scott, nel suo prolifico Revenge (recentemente riadattato e interpretato come serie televisiva), moglie bellissima e contesa dal solito dualismo affidato ad Anthony Quinn e Kevin Costner. Prova di merito al sequel di Chinatown, diretto e interpretato da Jack Nicholson, Il Grande Inganno, con un cast di prestigio che annovera nomi tra i quali Harvey Keitel, Meg Tilly e il cameo feticcio di Faye Dunaway. Incursione degna di merito nel Thriller drammatico diretto da Jonathan Kaplan, Abuso di Potere, nella solita disputa amorosa interpretata da Kurt Russell e Ray Liotta, rispettivamente marito e un agente addetto alla sicurezza, un pò troppo "invadente". La più meritevole celebrazione arriva con il film Kolossal di Michael Mann, L'Ultimo dei Mohicani, tratto dal romanzo scritto nel 1826 da J. Fenimore Cooper, cosceneggiato dallo stesso regista con Christopher Crowe, per il remake dell'omonimo diretto nel 1936, per riproporre romanticismo e azione storica, affidati alle doti di Daniel Day-Lewis e Wes Studi. Ritorno di fiamma per Kaplan, nel suo feticcio western Bad Girls, nella corale e più improbabile raccolta di prostitute "dal cuore d'oro" volute da Hollywood (Mary Stuart Masterson, Andie MacDowell e Drew Barrymoore le coprotagoniste), per immergersi nell'apocalittico cinecult diretto da Terry Gilliam, L'esercito delle Dodici Scimmie, per poi divagare nel caotico giallo-drammatico voluto da Simon West, La Figlia del Generale, tra i disimpegni disarticolati di John Travolta, James Woods e Timothy Hutton. Lasciato il grande schermo, la carriera di Medeleine si infittisce di produzioni televisive, tra le più meritevoli Southern Comfort, Raines e Revenge.

Di seguito, tutti i film dell'attrice:

Baretta (1978) - serie Tv
Blood & Orchids - serie TV (1986)
Sorveglianza... speciale (Stakeout), regia di John Badham (1987)
Revenge, vendetta (Revenge), regia di Tony Scott (1990)
Il grande inganno (The Two Jakes), regia di Jack Nicholson (1990)
Closet Land, regia di Radha Bharadwaj (1991)
Abuso di potere (Unlawful Entry), regia di Jonathan Kaplan (1992)
L'ultimo dei Mohicani (The Last of the Mohicans), regia di Michael Mann (1992)
America oggi (Short Cuts), regia di Robert Altman (1993)
Occhi nelle tenebre (Blink), regia di Michael Apted (1994)
China moon - Luna di sangue (China Moon), regia di John Bailey (1994)
Bad Girls, regia di Jonathan Kaplan (1994)
L'esercito delle dodici scimmie (Twelve Monkeys), regia di Terry Gilliam (1995)
Scherzi del cuore (Playing by Heart), regia di Willard Carroll (1998)
La proposta (The Proposition), regia di Lesli Linka Glatter (1998)
La figlia del generale (The General's Daughter), regia di Simon West (1999)
Impostor, regia di Gary Fleder (2002)
The Magnificent Ambersons, regia di Alfonso Arau - Film TV (2002)
We Were Soldiers - Fino all'ultimo uomo (We Were Soldiers), regia di Randall Wallace (2002)
Avenging Angelo - Vendicando Angelo (Avenging Angelo), regia di Martyn Burke (2002)
Octane, regia di Marcus Adams (2003)
Saving Milly - Film TV (2005)
Southern Comfort - serie TV (2006)
Raines - serie TV, 5 episodi (2007)
The Christmas Hope - Un regalo speciale - Film Tv (2009)
Revenge - serie TV, 22 episodi (2011)

giovedì 31 maggio 2012

Ma quale CANNES?


Impeccabili, denigratori e autentici: i film che hanno insignito la 65° edizione del Festival di Cannes, nel nome di Cronenberg

Dalla Palma d’Oro del regista/attore Michael Haneke con Amour, alla nemesi esistenziale di Robert Pattinson, per finire con la grottesca “denuncia” all’italiana di Matteo Garrone.    

Per il Red Carpet più atteso della stagione cinematografica mondiale made in Europa, c’erano proprio tutti, patrocinati da un Nanni Moretti “rispettabilmente”entusiasta di come siano stati egregiamente devoluti oneri e meriti ad un cinema che nella semantica contemporanea ha dimostrato di essere all’altezza di una Società dichiaratamente in crisi di “Valori”. Mentre Michelle Williams rievoca le grazie patinate della Monroe, nel biopic dell’attrice intramontabile di una plasticità iconastica che l’ha consacrata sino all’estremo, le stelle contemporanee non hanno di certo risentito di mancata celebrità, partendo da una Kidman sempreverde (The Paperboy), seguita da un Brad Pitt che sembra non risentire ancora dell’incedere di nuove leve destinate allo scettro di sex-symbol, richiamato da Andrei Dominik dopo il “colpaccio” di Jesse James, per Killing Them Softly. Ma Cannes è fatto per il Cinema, ed è quello che è stato soppesato, criticato e giustamente premiato, lasciando quei vuoti destinati ai nomi che hanno mantenuto tante attese aspettative, enunciando il tanto declamato David Cronenberg, “astro cadente” dell’edizione,  giustamente innalzato dalla critica per il suo Cosmopolis, complice il carisma del meritevole Robert Pattinson, “provato” da una sceneggiatura che lo ha voluto in viaggio su una bianchissima auto di lusso, alle prese con i problemi finanziari di un ventottenne uomo in carriera, “separato in casa” da una Kirsten Stewart, nell’analogo On the Road di Walter Salles. La Palma d’Oro è toccata al film intimista, diretto e interpretato da Michael Haneke, Amour,  nella tragedia della malattia che segna la vita di due coniugi artisti, tracciando un profilo umano da intenditori (già vincitore nel 2008 con Il nastro bianco),  facendo dimenticare le improbabili scivolate fuori concorso, vedi l’improponibile Dario Argento’s Dracula, affiancabile solo al Madagascar 3, per non deturpare l’autentica maestria di Bernardo Bertolucci con il suo Io e Te. Ma l’Italia ha ancora una volta avuto il suo Garrone quotidiano, bissando il precedente Gomorra (increduli, dopo le traversie giudiziarie), riproponendo grottesche marionette di una povertà partenopea che nei "prograammi" verità televisivi riesce a trovare la propria giusta autoeliminazione. Per chi volesse sapere il titolo, dopo i vari cinepanettoni vacanzieri alla Vanzina, a cui il regista deve tutto... Reality.

Palma d’oro: Amour di Michael Haneke
Gran premio: Reality di Matteo Garrone
Miglior attrice: ex aequo per Cristina Flutur e Cosmina Stratan in Beyond the Hills di Cristian Mungiu
Miglior attore: Mads Mikkelsen in The Hunt di Thomas Vinterberg
Miglior regia: Post tenebras lux di Carlos Reygadas
Miglior sceneggiatura: Beyond the Hills di Christian Mungiu
Premio della giuria: The Angels’ Share di Ken Loach

Paolo Vannucci

mercoledì 16 maggio 2012

DiCinema: la nuova Hollywood


Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi  che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide

Scaltro amatore, irriverente e sportivo dongiovanni: il volto di Hollywood che ha segnato la nuova commedia americana, nel talento di Dennis Quaid.
  
Beffardi e impegnati, con quella “faccia da canaglia” che scioglie i cuori di ferventi ammiratrici e “invidiosi” emulatori di tanta disinibita ostentazione. Hollywood li ha sempre cercati così, in bilico tra realtà e finzione, come ogni vero artista deve essere.  Dennis Quaid è decisamente uno degli attori che ha saputo deliziare la sofisticata commedia, senza danneggiare il risvolto drammatico che ogni talento deve saper confermare. Fratello di Randy Quaid, senza dubbio di comprimario valore nella carriera artistica di entrambi, la carriera da Dennis stenta a “decollare”, prima con un battesimo televisivo nella serie TV Baretta, per passare al primo cinecult firmato Peter Yates, All American Boys, 6 nomination all’Oscar e uno vinto per la sceneggiatura, elaborata revisione del sogno americano costruito sulla determinazione sportiva, non l’ultimo, visto l’analogo biopic sul football girato in coppia con Jessica Lange, Un Amore una Vita. Incursione “ad effetto” nel terzo episodio della saga battezzata da Spielberg de Lo Squalo, per approdare al celebrato cult fantascientifico-intimista di Wolgang Petersen, Il Mio Nemico, insieme a Louis Gossett Jr. nel ruolo dell’alieno, parabola cinematografica sulla diversità. Ritorno di fiamma del regista Peter Yates con il drammatico Suspect-Presunto colpevole, in coppia con la cantante-attrice Cher sulla scia delle aule di tribunale,  per approdare alla felice commedia di successo, Innerspace-Salto nel buio, restyling del cult diretto da Richard Fleischer  nel ’66, Viaggio Allucinante, con la vena comica irresistibile di Martin Short, vincitore di un Oscar per gli Effetti Speciali, coprodotti da Spielberg. Grande incursione musicale sulla vita di Jerry Lee Lewis, nel Great Balls of Fire diretto da Jim McBride, con Winona Ryder nei panni della cugina, per consolidare la propria capacità e talento nel capolavoro di Alan Parker, Benvenuti in Paradisoepopea famigliare (deliziosa Tamlyn Tomita) sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale, tra i campi di prigionia per i deportati nipponici in terra americana. Lawrence Kasdan lo vuole nel Doc Hollyday di Wyatt Hearp, mentre Rob Cohen lo rilancia nel fantasy con Dragonheart, primo prequel di un filone che farà la fortuna di Peter Jackson nel nuovo millennio, per approdarci con il drammatico Frequency-Il Futuro è in ascolto, diretto da Gregory Hoblit, comprimario di James Caviezel. Roland Emmerich lo conferma nell’apocalittico The Day After Tomorrow, per poi deliziare la commedia patinata nel In Good Company, complici Scarlett Johansson e Topher Grace, diretti da Paul Weitz. Incursioni di analoga importanza, nei successivi G.I. JOE-La nascita dei COBRA, e il restyling voluto da Craig Brewer del cinemusical Footloose.

Di seguito, tutti i film interpretati dall’attore:

Baretta (1977) - serie Tv
All American Boys (Breaking Away) (1979), regia di Peter Yates
I cavalieri dalle lunghe ombre (The Long Riders) (1980), regia di Walter Hill
La notte in cui si spensero le luci in Georgia (The Night the Lights Went Out in Georgia) (1981), regia di Ronald F. Maxwell
Il cavernicolo (Caveman) (1981), regia di Carl Gottlieb
Bill (1981), regia di Anthony Page - Film TV
Dreamscape, fuga nell'incubo (Dreamscape) (1983)
Lo squalo 3 (Jaws 3) (1983), regia di Joe Alves
Uomini veri (The Right Stuff) (1983), regia di Philip Kaufman
Il mio nemico (Enemy Mine) (1985), regia di Wolfgang Petersen
Suspect - Presunto colpevole (Suspect) (1987), regia di Peter Yates
The Big Easy (The Big Easy) (1987), regia di Jim McBride
Salto nel buio (Innerspace) (1987), regia di Joe Dante
D.O.A. cadavere in arrivo (Dead on Arrival) (1988)
Un amore una vita (Everybody's All American) (1988), regia di Taylor Hackford
Great Balls of Fire! - Vampate di fuoco (Great Balls of Fire) (1989), regia di Jim McBride
Benvenuti in paradiso (Come See the Paradise) (1990), regia di Alan Parker
Cartoline dall'inferno (Postcards From the Edge) (1990), regia di Mike Nichols
Coppia d'azione (Undercover Blues) (1993), regia di Herbert Ross
Triangolo di fuoco (Wilder Napalm) (1993)
Omicidi di provincia (Flesh and Bone) (1993), regia di Steve Kloves
Wyatt Earp (Wyatt Earp) (1994), regia di Lawrence Kasdan
Qualcosa di cui... sparlare (Something to Talk About) (1995), regia di Lasse Hallström
Dragonheart - Cuore di drago (Dragonheart) (1996), regia di Rob Cohen
Istinti criminali (Gang Related) (1997), regia di Jim Kouf
Linea di sangue (Switchback) (1997), regia di Jeb Stuart
Scherzi del cuore (Playing By Heart) (1998), regia di Willard Carrol
Genitori in trappola (The Parent Trap) (1998), regia di Nancy Meyers
Savior (Savior) (1998), regia di Predrag Antonijević
Ogni maledetta domenica (Any Given Sunday) (1999), regia di Oliver Stone
Frequency - Il futuro è in ascolto (Frequency) (2000), regia di Gregory Hoblit
Traffic (Traffic) (2000), regia di Steven Soderbergh
A cena da amici (Dinner with Friends) (2001), regia di Norman Jewison - Film Tv
Un sogno, una vittoria (The Rookie) (2002), regia di John Lee Hancock
Lontano dal paradiso (Far From Heaven) (2002), regia di Todd Haynes
Oscure presenze a Cold Creek (Cold Creek Manor) (2004), regia di Mike Figgis
The Day After Tomorrow - L'alba del giorno dopo (The Day After Tomorrow) (2004), regia di Roland Emmerich
Alamo - Gli ultimi eroi (The Alamo) (2004), regia di John Lee Hancock
Il volo della fenice (The Flight of the Phoenix) (2004), regia di John Moore
In Good Company (In Good Company) (2005), regia di Paul Weitz
I tuoi, i miei e i nostri (Yours, Mine and Ours) (2006), regia di Raja Gosnell
American Dreamz (American Dreamz) (2006), regia di Paul Weitz
Prospettive di un delitto (Vantage Point) (2008), regia di Pete Travis
The Express (The Express) (2008), regia di Gary Fleder
The Horsemen (The Horsemen) (2008), regia di Jonas Åkerlund
G.I. Joe - La nascita dei Cobra (G.I. Joe: Rise of Cobra) (2009), regia di Stephen Sommers
Pandorum - L'universo parallelo (Pandorum) (2009), regia di Christian Alvart
Legion (Legion) (2010), regia di Scott Stewart
I due presidenti (The Special Relationship) (2010), regia di Richard Loncraine
Footloose (2011), regia di Craig Brewer
Che cosa aspettarsi quando si aspetta (What to Expect When You're Expecting), regia di Kirk Jones (2012)

venerdì 4 maggio 2012

Hollywood si rinnova con la sfida di HUNGER GAMES

Cacciatori e vittime, nell’arena apocalittica nata dalla scrittrice Suzanne Collins, per il nuovo culto adolescenziale post Twilight

  Fantascienza intrisa di rimandi a un cinema che “sacrifica” soggetti adulti e problematiche giovanili, per la nuova fenice diretta da Gary Ross. 

 E’ inutile opporsi alle pretese delle nuove generazioni, quando sembra tutto manovrato da un “Mangiafuoco” che è sempre in cerca di svogliati seguaci di un cinema disimpegnato, ma che riesce ad entusiasmare “grandi e piccini”, spettatori paganti di una nuova moda di favole narrate nell’era dell’Ipad. Tutto è iniziato nei ‘70 chic, quando Michael Anderson rielaborò il romanzo scritto a quattro mani da William F. Nolan e Geoge Clayton Johnson, per essere quel La Fuga di Logan, sobriamente interpretato da Michael York e Peter Ustinov, novella futurista di una società regolata da un Carosello che raggira devoti contribuenti, nel nome di una Fede debellata da uno Statuto assassino. Stessa ideologica sorte per il culto uscito l’anno successivo (siamo nel 1976) firmato da Norman Jewison, dove un James Caan era (o sarà?) il gladiatore idolo di una Società che è riuscita a debellare la Guerra, incanalando Violenza e Sport in unico tributo chiamato Rollerball. Assuefatti ma non stanchi, ci ha riprovato Michael Bay nel 2005 (The Island), anestetizzando una Società tenuta “nascosta”, perfetti cloni di un mondo reale che garantisce privilegi e benessere alla classe più abbiénte. Oggi è il turno di Gary Ross, reduce da un analogo Pleasentville, per decorare di misticismo cinematografico, la trilogia scritta da Suzanne Collins. Il titolo è The Hunger Games, opera senza sequel, làscito delle innumerevoli saghe dedicate al culto vampiresco iniziato dalla Meyer con Twilight, oggi all’ultimo capitolo in attesa per l’uscita in sala in quel di Novembre. La nuova eroina è servita a dovere (Jennifer Lawrence, alias Katniss), moderna Cenerentola con la Sindrome di Robin Hood, immolata al gioco crudele per salvare la sorellina dodicenne, estratta dalla Lotteria che declama i Tributi, elargiti con cinica sobrietà televisiva, degnamente caratterizzata da Stanley Tucci (il conduttore Caesar Flickerman). Un apocalittico Reality Show dove i partecipanti ne possono solo uscire realmente sopravvissuti (complici le traversie Made in Italy offerte dalla RAI?), e sotto gli occhi di uno spettatore pagante (noi) che contuiniamo a chiedere sempre di più. La morale cinica di uno spettacolo circense interattivo, dove gli SMS che decretano le nomination sono veri e propri doni di cibo che “aiutano” i partecipanti a proseguire alla loro stessa autoeliminazione. Morte e Romanticismo sono, dunque, i principi animatori di questa giostra psichedelica, orchestrata dal regista, che allunga le mani “a più non posso”, tra gli stessi istrionismi cromatici offerti da Buz Luhrmann nel suo “autentico” Romeo+Giulietta, immergendo Lenny Krevitz (Cinna), Donald Sutherland (Presidente Snow) e lo stesso Woody Harrelson (l’anima redentrice Haymitch), in questa “aberrante” love story a lieto fine, dove il male viene sempre punito e l’esito è un risultato ambiguo di quella stessa equazione. Chi sarà la prossima vittima?

 Paolo Vannucci

martedì 10 aprile 2012

E CHI LO DICE CHE NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI 80?


Dall’Argentina con furore, la rivoluzione del nuovo millennio delle telenovelas sudamericane, esclusivamente in salsa teenager

Da “Il Mondo di Patty” a “Champs 12”, la nuova moda televisiva che ha “catodizzato” il pubblico adolescenziale, strizzando l’occhio a chi ne sà di più.

Ne è passato di tempo, da quando il palinsesto della neonata tv commerciale “voluta” da Berlusconi era un continuo contendersi i favori e l’Auditel delle casalinghe devote a quelle nevrotiche maratone pomeridiane che non lasciavano tregua, tra una “Mamma RAI” debordata dal titanico DALLAS in conflitto con la seducente malizia della Collins “made in DYNASTY”, che non temevano il confronto con la spavalda audacia di quella neonata produzione sudamericana che osava di più, contrapponendo “Anche i ricchi piangono” (ahhh... malinconica Veronica Castro) alla prolifica vena statunitense fortificata in Sentieri (mentre Bold and Beautiful iniziava la sua “estenuante” ascesa con il benestare di Capitol, tra interscambi di prime serate “complici”), ignari di diventare interminabili saghe semiepistolarie, con interpreti che allungavano il passo a colleghi che volentieri ridavano volto e fattezza senza fotoritocco (ahimè, oggi si fa così). In Italia, hanno fatto la fortuna di qualche produzione che neppure in America avrebbero sperato tanto, vedi Quando si Ama (Loving, la serie originale, è proprio il caso di dirlo), dove alcuni episodi furono ambientati a “casa nostra”, proprio per omaggiare tanto inaspettato successo. Luca Ward era la voce-idolo di Palomo, in perfetto look capello permanentato lucido- piratesco, nei salotti di Patrizia Rossetti, madrina dei pomeriggi di Rete 4, anticipando la contemporanea Milly Carlucci che cerca (invano?) di far “danzare” combinate coppie di “gente di spettacolo”, ritrovandoci un Ridge (Ron Moss, l’attore...) che vuole ancora stupire le sue fans. Di certo, ha vinto Andrè Gil, ventenne protagonista della “Telenovelas” made in Disney Channel, Il Mondo di Patty, resa pubblica su Italia 1 solo lo scorso anno, per tastare una audience senza payTV... tanto noi tutti abbiamo RaiGULP, e di produzioni italiane ne contiamo a dozzine, vedi la primissima riedizione di Kiss me Licia, con la stessa Cristina D’Avena, cantante idolo delle sigle televisive anni 80, a dare voce e volto in carne e ossa all’omonima trasposizione del cartone animato. Oggi, il risultato è identico... traumatizzati o meno, ma per fortuna la fascia di età a cui, presumibilmente, tali produzioni sono rivolte è rimasta immutabile. Quindi benvengano tutte queste sobrie adolescenti in cerca del loro primo bacio, tanto la tv può ancora servire a qualcosa, mentre per chi è più “grandicello”, si consiglia “caldamente” Champs12, vero alveare di giovani bellezze che non hanno nulla da invidiare alle “consorelle” Megan Fox e Liz Taylor, rispettivamente Dolores e Paula Castagnetti, a proprio divertito agio in simili dipartite di Cuore. Per i più masochisti: www.champs12.com

Paolo Vannucci

lunedì 26 marzo 2012

ALLAN POE indagato tra le pagine di THE RAVEN


John Cusack interpreta lo scrittore culto della letteratura gotica americana, nelle mani del regista James “V” McTeigue

Dal regista di "V per Vendetta", l’inedita trasposizione del padre precursore del romanzo noir e poliziesco, nel capolavoro cult dello scrittore.

“Un corvo si adagia stanco su di un ramo, mentre l’eco del suo richiamo pervade la gelida scena di un delitto”. Bastano queste brevi righe per introdurre l’immaginario collettivo degli estimatori (e non) di quella cultura letteraria nata a metà ottocento, dai natali esclusivamente statunitensi e riassunta in un nome che ha firmato i racconti più celebri di quel genere noir che ha definito lo stile gotico di intere generazioni rinnovate sino ad oggi, devote ai titoli che hanno infervorato la fantasia dell’autore Edgar Allan Poe, dall’omonimo The Raven (il corvo), scritto nel 1845 insieme ad una raccolta di poesie, attingendo dalla prosa shakespeariana da cui è debitore, mantenendo quell’autenticità che ha definito lo stile poliziesco, riversato nel personaggio di Auguste Dupin, nato nel 1841 per i giornali dell’epoca (il Gift e Graham's Magazine), da quel racconto inedito I delitti della rue Morgue, ispirando lo stesso regista James McTeigue nel ridosare quegli stessi ingredienti (da non tralasciare Il Pozzo e il pendolo e Lo Scarabeo d’Oro tra i titoli dello scrittore), per riproporre “l’originale” The Raven come biopic di Poe. Distaccandosi dalla plastica dinamicità lasciata alla Graphic Novel del celebre V per Vendetta, surrogato postadolescenziale di “Orwell 1984” (discutibile), rubando John Cusack dal filone apocalittico-catastrofico di Emmerich, per non debilitare l’attore nel ritrovato ruolo di scrittore “squattrinato” (lo stesso Allan Poe deturpato dai diritti d’autore per l’omonimo romanzo pubblicato all’epoca), McTeigue ridona forma e contenuti (restyling degno del collega cineasta Oliver Parker per il “suo” Dorian Gray) a questa riuscita riedizione, senza tralasciare nessun dettaglio al caso (appunto), partendo dallo stesso Luke Evans nel ruolo del detective Emmett Fields, lettore non estimatore dei racconti di Poe, incaricato a risalire all’artefice dei delitti di un omicida che usa i saggi dello scrittore come mittente assassino. In un’atmosfera celebrata dalle scenografie di Roger Ford e dalla fotografia di Danny Ruhlmann (orchestrati dagli effeti speciali di Paul Stephenson e Szilvia Paros), si ritrovano gli stessi indizi trafugati dalla vita dello scrittore, in una inedita Emily (l’attrice Alice Eve), l’amore ostacolato dal padre nell’autentica Sarah Elmira Royster, tra le tante muse che hanno animato l’animo romantico dello scrittore. Tutto si evolve in quel perfetto mix di ironia e noir gotico degni dell’autore. In una lettera scritta a Kennedy nel 1835, uno dei pochi suoi ammiratori, Poe si confessò:« Sono in uno stato depressivo spirituale mai fino a ora avvertito. Mi sforzo invano sotto questa malinconia e credetemi, quando Vi dico che malgrado il miglioramento della mia condizione mi vedo sempre miserabile. Consolatemi Voi che lo potete e abbiate di me pietà perché io soffro in questa depressione di spirito che se prolungata, mi rovinerà… ». La risposta alle critiche caratteriali e bizzarre dell’amico fu la sua stessa ammissione: « Dopotutto potrebbe essere vero che i miei racconti siano scritti per scherzare anche se è possibile che questo scopo sia rimasto ignoto in parte anche a me. »

Paolo Vannucci

lunedì 5 marzo 2012

QUELLI CHE DISSERO NO


Premier della destra “rimandati” in prescrizione, Zar russi riconfermati dal popolo “sentitamente” commossi... e c’è chi dice NO?

Analisi di una società dispersa, attraverso uno spaccato morale di un dopoguerra ancora drasticamente attuale, nelle pagine scritte da Arrigo Petacco.

“Veramente i campi erano cinque, ma formavano un blocco solo. Vi si praticavano tutti gli sport e si mangiava bene. Era proprio bello stare là. Le nostre baracche erano comode. Era un’altra vita. Credevi mai di essere trattato così bene dai nemici!”

Siamo ancora sempre italiani, oggi come allora, quando l’8 settembre ’43, l’allora capo del Governo Pietro Badoglio annunciò la firma dell’Armistizio con gli Alleati, trasformando in fantasmi quei quasi seicentomila soldati, prigionieri nei vari campi allestiti da inglesi e americani, senza una bandiera a cui fare riferimento, divisi dal fascismo crollato e un re costretto alla fuga.

“Fascismo o antifascismo, monarchia o repubblica non rappresentavano d’altronde i veri termini del dissenso. Ciascuno avrebbe voluto dire la sua, spiegare il perchè e il percome della propria decisione, ma non c’era verso: era consentito soltanto un monosillabo, si o no”.

La stessa domanda che ci facciamo oggi, ricercando un improbabile ordine tra “giochi di potere” che rimandano a farse rielaborate, in preda ai deliri di onniscenza che padroneggiano, con sfacciata, denigrante imposizione, le trame di un mediatico processo di autoassoluzione. Chi sono i vinti e i vincitori? Un Luigi Fasulo emulò un attacco terroristico, “atterrando” contro il nostrano grattacielo Pirelli (ma sì, chiamiamolo pure PIRELLONE), attoniti e increduli, “mooolto” di meno di uno Schettino che ammonisce con un pittoresco “iamme... và”, ammutinando una nave da crociera, telefonino in mano, sotto le imprecazioni di un Capitano De Falco, rimpiangendo forse i fasti di un Poseidon, arenato “tra le braccia del Titanic”. Eppure continuiamo a voler credere che possa essere tutto frutto di una “dissacratoria” voglia di emulazione, con tanto di veri protagonisti di un Reality Show raccapricciante, sulle spalle di una crisi economica che oscilla sulle parole esangui di un Monti che sembra costretto a fare il doposcuola, mentre Berlusconi si “dimentica” che c’è un Segretario di Partito in carica, rimediando un calcio d’angolo con incursioni da ritrovato Presidente di un Milan, rollando un Galliani che sembra partecipare a “Quelli che il Calcio”, imprecando per poi sorridere, dietro le traversie di un Signori, che reclama una Nazionale “onesta” all’unico che crede di fare squadra nel nome che fu in quel di Prandelli (o a brandelli), mentre continuiamo a essere italiani.

“Anni dopo, nel 1951, il competente distretto militare inviò a utti i “condannati”, il seguente comunicato

La punizione a gg.5 A.S. inflitta – all’atto del rimpatrio – dalla commissione centrale per l’interrogatorio degli ufficiali reduci dalla prigionia è da considerarsi annullata.

Fu un’ipocrita riabilitazione generale o la riparazione consapevole di un’ingiustizia? Chissà...”

Paolo Vannucci