domenica 11 settembre 2022

Apocalittici d'autore

APOCALITTICI D'AUTORE

L'evoluzione fantasy attraverso i registi più "profetici" del cinema: Lang, Scott e Kazuaki

Un viaggio onirico nel cinema fanta-drammatico di culto

Se facciamo testo basandoci sullo stesso movimento letterario nato negli anni che hanno preceduto il secondo conflitto bellico, a cui hanno aderito poeti come Fraser, Treece o Findly, dove il rifiuto dei canoni poetici tradizionali poteva essere l'unico nutrimento per animi straziati dagli stessi eventi che richiamavano bibliche visioni sull'epilogo dell'umanità, quello che il cinema ha saputo completare nel proprio contributo fatto di arte visiva e sonora ha indiscutibilmente definito, nei massimi espressivi, ciò che d'apocalittico continuerà a perseverare nell'eternità, claustrofobica, distruttiva, di speranza e rinascita, non solo metaforica o di pura finzione cinematografica. Quella rinascita che ha da sempre ispirato ogni cineasta responsabile di un prodotto che, per soggetto e valenza, rimane la testimonianza concreta di un livello qualitativo destinato ad etichettare non solo un genere cinematografico, ma di riuscire a migliorare quella ricerca continua di stile e buongusto che ha fatto grande il cinema fantastico. Lo stesso livello qualitativo che ha consacrato, per primo, il genio di Fritz Lang, nel suo indiscusso capolavoro di rara abilità visiva del 1926, Metropolis, capostipite di quella scuola espressionista di un cinema che ha saputo reinventare tradizione e innovazione come filtro di un'epoca ancora assopita da quei canoni conservatori, immutati per generazioni sino ai nostri giorni, e pur sempre garanti di quella qualità rigenerativa riversata su quelle tecniche cinematografiche che riescono a stupire nell'imbarazzante paradosso temporale, per immutata innovazione riflessa. Ispirato dalla stessa emozione legata allo squarcio d'orizzonte newyorchese suscitata al regista, Metropolis diventa un autentico crogiolo di riferimenti, non solo puramente biblici (vedi "La Torre di Babele" come apice di quel conflitto sociale riversato sulla rudimentale lotta di classe tra potere e schiavismo), ma testimonianza indiretta di un'epoca realmente toccata da disastri ambientali strettamente connessi al progresso vissuto del periodo. Elementi come il pericolo energetico, il disastro ambientale, un progresso tecnologico sempre meno primordiale di come sia stato egregiamente rappresentato, hanno saputo non solo dare merito all'autentico romanzo di Thea von Harbou, ma hanno definito quel legame di cinema drammatico caratterizzato dagli elementi narrativi espressi. Quel progresso tecnologico futurista nella stessa creazione di una donna androide, simbolo perfetto dell'avidità dell'uomo, dell'eccesso desiderio estremizzato sino all'autodistruzione, miscelando sofisticatamente il fine spirituale e il bene materiale. Lo stesso dualismo che ha innalzato il sentimento d'amore e possessione, nella diversità intrinseca allo stesso, nell'ossessione di Deckard-Harrison Ford nel Blade Runner di Ridley Scott. Mezzo secolo di innovazione cinematografica, per passare dal metodo Schufftan del film di Lang alle moderne riprese in computer grafica che hanno introdotto l'universo futurista dello stesso George Lucas nella sua trilogia ripresa in due parti, la più colossale della storia del cinema, in Guerre Stellari. La stessa città introdotta da quella panoramica aerea sulle ali delle note di Vangelis, nel caos urbano intriso di mercanti del sesso e paure legate all'eterna caccia tra uomo e donna, legge e trasgressione, vita e morte. Lo stesso dolore incarnato dal glaciale volto di Roy-Rutger Hauer, leader e padrone di quel mondo segreto capace di destare compassionevoli sentimenti di umanità e disprezzo verso la stessa commiserazione.

La fragilità in quella diversità sostenuta da Rachel-Sean Young, nel bisogno di riscoprire se stessa, per conoscere la vera origine della sua esistenza, combattuta dai ricordi e dalla paura di non essere viva, concreta e infine consapevole.

Quell'atto finale di esasperazione che ha consacrato l'ultimo capolavoro di Kiriya Kazuaki, Kyashan. Nato come originale serie televisiva d'animazione nipponica dei primi anni settanta, nella stessa gestazione dello studio Tatsunoko che ha dato i natali ad altre serie di analogo consumo (vedi Hurrikane Polimar), Casshern (il titolo originale della saga) riprende egregiamente i toni cupi e strazianti dei suoi due illustri predecessori sopracitati, miscelando, con devozione ad un pubblico più maturo e consapevole di un genere, angosce e conflitti etnici riversati nella visionaria e distruttiva ovazione bellica.

Il conflitto edipico padre-figlio, già rivalutato da Fritz Lang, la trasformazione uomo-androide, la ricerca estenuante di quell'ideale perseguitato sino all'estremo riscatto, diventano gli unici elementi capaci di consacrare un genere non solo cinematografico, ma di autentico valore letterario. Come conclude Roy, nel suo tragico epitaffio: "Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser, e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire”.   

Paolo Arfelli Vannucci

giovedì 8 settembre 2022

Bandito di Cuori: Jesse James rivive nel mito di Brad Pitt

BRAD PITT: BANDITO DI CUORI

Il mito della frontiera americana, vissuta dai fuorilegge più famigerati del cinema

Retrospettiva dei film western che hanno raccontato un genere cinematografico

 Di Brad Pitt si può dire di tutto, fuorché un "ragazzone" (cinquantottenne, classe '64) per nulla coerente alla propria immagine di attore, nei ruoli che interpreta, fedelmente legato alla sua natura di solido ragazzo dell'Oklahoma, paese natale che lo ha consacrato nel più ecologista film di "Rob" Redford, quel In mezzo scorre il fiume, diretto nel '92, in coppia con Craig Sheffer, il più autobiografico dell'attore, visto che lo stesso Pitt si è laureato all'Università del Missouri, in giornalismo.

Per un attore che ha esordito, nel suo curriculum di prestigio (antecedente e non, visto che il suo debutto cinematografico è stato un quasi anonimo Cutting Class, diretto nel 1989 da Rospo Pallenberg), interpretando quella canaglia scavezzacollo voluta da Ridley Scott nel suo (ammettiamolo) scialbo Thelma e Louise, impegnato a sedurre e derubare una ingenua Geena Davis in piena crisi coniugale, vestire oggi i panni del bandito più cult del west americano diventa il completamento di una carriera che lo vede come un autentico divo-camaleonte, primo in assoluto per carisma e originale protagonismo.

Come lo stesso Redford, padre "cinematografico" putativo dell'attore, vestire i panni dell'antieroe poteva non essere scelta meno scontata, visto che le canaglie, nel mondo di Hollywood, sanno sempre garantirsi i favori di tutti. Butch Cassidy è stato impalmato in coppia con un Paul Newman quasi nel finire dell'epoca d'oro del genere western (era il sessantanove), riproponendo regista, coppia e stile nel successivo La Stangata, sempre di George Roy Hill, del settantatrè. Le atmosfere ovattate nel bianco e nero di Fred Zinnemann nel suo celebre Mezzogiorno di fuoco (1952), hanno, quindi, devoluto stile e forma nel più diretto Wyatt Earp, immortalato a più riprese nell'omonimo film diretto da Lawrence Kasdan e il recentissimo Tombstone di Cosmatos, tra i virtuosismi interpretativi di Costner e Russell. Eroi ambigui che fanno del dolore virtù, sofferti nel loro radicato essere uomini di frontiera, poche parole e colt nel cinturone ciondolante, "Robin Hood" rivisitati d'importazione, chiusi in quel crogiolo di aspra polvere che è sempre stato il mito del selvaggio west.

Personalità intrecciate di risvolti contraddittori, dove il tradimento rimane l'assoluzione per colui che infligge l'estremo rito finale, come nella tradizione di un Billy the Kid e il suo più diretto Pat Garrett, ripreso nelle nevrotiche complessità di un Bob Dylan d'autore nel film omonimo di Sam Peckinpah e nel recentissimo Young guns di Cristopher Cain, con un quasi isterico Estevez rivestire le complessità caratteriali di una canaglia forse più claudicante-adolescenziale del suo stesso mito.

Oggi, Andrew Dominik, con la produzione firmata dallo stesso Pitt e un garante Ridley Scott, ha regalato non un film, ma il film di Jesse James, capolavoro assoluto di un rinnovato neorealismo che ha voluto immortalare non solo un genere, ma una capacità narrativa salda ai temi fedeli al culto romanzato, a quel sottile equilibrio tra realtà e finzione, egregiamente espressa nello stesso prologo, nell'immagine stanca di un "Tom" Howard calato nei suoi ricordi, lo stesso feeling impresso nel vampiro di Neil Jordan, pregi e difetti di una vita passata combattendo i propri demoni interiori, per scavare nell'animo di un fuorilegge stimato e temuto, che ripercorre, nei suoi trentaquattro anni, le paure e i pregi di una personalità forte e a tratti ambigua. Quella personalità che insegue il giovanissimo Robert Ford (Casey Afflek, già reduce dall' Oscar di Damon nel suo Good Will hunting, in coppia col fratello Ben), il cardine umanamente vulnerabile di chi vive inseguendo un sogno, un mito che diventa protagonismo (il dialogo straordinario di Casey con Sam Shepard, che riveste il ruolo del fratello Frank James), dove la codardia diventa la negazione di un destino segnato da un fato costruito dalla stessa determinazione ("non l'ho ucciso io, è stato un incidente"). Un film che diventa corale nei caratteri duri e umani di chi ha circondato la sua stessa vita, dal cugino di Jesse, Wood Hite (Jeremy Renner), che muore per mano dello stesso Robert, in quella caotica lite nel monito del "non desiderare la donna d'altri". Tutto è autentico come la polvere da sparo e gli abiti sdruciti, i visi smunti e consumati dai troppi segreti celati nel freddo e dalla paura, caratteri che assorbono quasi una narrativa rigorosamente dickensiana nel risvolto giovanile di chi cresce nell'ombra di un successo pericoloso, che ha potuto attingere nello stesso Peter Weir, nell'introversa potenzialità di Anderson canzonato in camera dai suoi stessi compagni nell'Attimo fuggente, come lo stesso Robert che custodisce con cura e devozione i libri e i romanzi di Jesse, mentre vive, parallelamente, le gesta in prima persona. La rapina al treno è un gioiello di crudo realismo, dove i volti incappucciati e bendati fanno tremare come i colpi delle colt, pesanti e aspre come gli stessi grilletti ritratti dalle dita nervose di uomini capaci realmente di uccidere. La fiducia e il tradimento sono, quindi, pericolosi sentimenti come la stessa capacità di saperli dominare, con la stessa freddezza con cui Jesse, di fronte a Rob, taglia le teste ai suoi serpenti con una lama di coltello. Dominik dirige impeccabilmente ogni sequenza, scandita dalle atmosfere musicate da Nick Cave e Warren Ellis, dense e ritratte come gli sguardi attraverso i vetri, di occhi arrossati dal dolore di una narrazione appesantita e offuscata da una realtà fatta anche di lacrime.

Jesse James muore, quindi, per rivivere nelle ottocento rappresentazioni portate in scena dallo stesso Robert Ford e il fratello Charley (Sam Rockwell), ironico nella ripetitività con cui il dolore diventa mito, per essere poi un conto da pareggiare con la stessa morte di un codardo che è solo, in sostanza, la nostra paura di non riuscire a vivere una vita nell' autentica grandezza che solo i "Grandi Uomini" sanno costruire. Un film capolavoro, il cinema che tutti aspettavamo: L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford.

Paolo Arfelli Vannucci

“Indovina chi viene a cena? SOUL MAN”

 

Indovina chi viene a cena? SOUL MAN

La morale di un cinema antirazzista a confronto, nel valore riproposto da Steve Miner

Se la morale della società dovesse essere misurata con l’identificazione di un dialogo recitativo che ha l’unico scopo di abbattere ogni barriera razziale determinata dalla pelle, dalla religione e dalla cultura, non ci sono dubbi su quello che nel film di Stanley Kramer viene innalzato in assoluto come principio di massa. Considerando l’epoca in cui è stato girato, alla fine degli anni sessanta, la società iniziava già a risentire di quello che lo stereotipo della diversità non rappresentava più la vergogna di una ostentazione, ma il bisogno di essere sempre più emancipati nei confronti di una verità, di una convivenza libera nel rapporto di una società che negli sbagli del passato ha sempre saputo trarre giovamento. Non è stata l’America puritana a voler affermare lo spirito integro di un messaggio morale, ma la consapevolezza data dall’intelligenza che è capace di stabilire il valore degli uomini, a prescindere dalla loro diversa pigmentazione. La stessa parola usata da Spencer Tracy, in quel monologo finale capace di sciogliere i cuori di ogni ostinato moralista, nella evidente e sincera commozione di Katharine Hepburn, in quel trasporto deliziato dal compassionevole coinvolgimento dei protagonisti.

L’amore ostinato di due persone capaci di essere se stesse, fondendo quelle individualità che rimangono radicate nel dogma stesso della propria diversità. Non esistono frasi di circostanza. Non servono più scrupoli forgiati nell’intolleranza, figlia di quella paura nello scoprire se stessi.

Sidney Poitier e Cecile Kellaway sono stati i primi testimoni di quella affermazione, che nella commedia ha avuto il merito di essere grande cinema.

Dopo circa vent’anni, Steve Miner ha avuto il delicato compito di riproporre quel dialogo, accostando un linguaggio cinematografico che è diventato l’emblema stesso di quella generazione X, delineata dai caratteri giovanili che hanno affermato la nuova Hollywood.

C. Thomas Howell e Rae Dawn Chong, hanno rappresentato quel passaggio di testimone, in uno spessore di ruoli lasciati alla modernità di uno stile interpretativo che ha delineato indubbiamente la commedia americana degli anni ottanta.

Un’impostazione di ruoli sicuramente meno drammatica, ma ugualmente definita nella sua morale e nei tempi di recitazione. Soul Man ha avuto indubbiamente questa grande qualità, nel coinvolgere l’etica nell’unica intenzione di annullare ogni preconcetto ormai senza nessuna importanza.

Un uomo che conosce se stesso, vivendo la condizione della stessa diversità.

Indubbiamente, l’America ha da sempre avuto il primato di saper rappresentare quel conflitto razziale, nato da quella stessa convivenza che nel crogiolo di razze ha saputo attingere la stessa patria della cinematografia mondiale. Quell’America che ha visito nascere l’affermazione di tanti attori di colore, che hanno annullato il pregiudizio con la propria indiscussa capacità artistica, e che noi oggi abbiamo il privilegio di elogiare.


Ti presento i miei genitori


Non ci sono esitazioni nel ritenere lo stereotipo del conflitto razziale, una delle più profonde e autentiche fonti da cui trarre ogni tipo di “denuncia sociale”, dall’arte espressa nella cinematografia e da ogni estremo ad essa associata. Se dai tempi nostalgici di “Via col Vento”, l’eloquenza verbale si poneva all’infinito, facendo diventare fin troppo caricaturale la subordinazione afroamericana, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, per la fortuna di tutti noi, come riconoscimento nel diritto stesso determinato dalla crescita di una società che vuole essere fiera di ciò che ha dovuto costruire, nel complesso cammino fatto di sbagli e di conquiste.

Per fortuna, dopo circa un lustro di “moderna civilizzazione”, sappiamo distinguere l’ipocrisia commerciale di ciò che facilmente rimane prodotto o pura sostanza. Questo non vuole assolutamente dire di essere criticamente inflessibili su quello che ci viene offerto come mezzo di paragone, ma indiscutibilmente siamo dipendenti e fragilmente influenzabili da tutto ciò che passa come fenomeno di costume, in una società sempre più modernizzata al limite della tecnologia, estremizzando in ogni maniera possibile quella barriera che nessuno vuole riconoscere più.

I sentimenti diventano, in assoluto, quella scintilla capace di innalzare ogni ostinata battaglia morale, dove la quotidianità diventa la diretta conseguenza di quella denuncia fatta di comune emancipazione, nelle scelte di vita e, principalmente, con chi viverla.

Il colore della pelle diventa inevitabilmente di poca importanza, là dove il pregiudizio diventa essenzialmente un principio morale e nulla di più, dove ogni uomo ha da sempre convissuto con la ferma convinzione di essere uomo come tutti, dove l’intolleranza è solo il proprio senso del ridicolo radicato nella poca intelligenza.

Soul Man e Indovina chi viene a cena? rimangono quindi due piccoli capolavori nati dallo stesso principio, non come vittimistica denuncia, ma come ferma e riuscita determinazione nel lasciarci alle spalle gli stessi grotteschi preconcetti che hanno solo danneggiato il buonsenso di una società che ci vuole sempre più bene. A prescindere dal colore della pelle.

Paolo Arfelli Vannucci

venerdì 19 agosto 2022

L’ULTIMO SALUTO A WOLFGANG PETERSEN… la sua “Tempesta Perfetta”

L'ULTIMO SALUTO A WOLFGANG PETERSEN

Si spengono i riflettori sul regista tedesco che ha impreziosito l’ultima era del cinema statunitense

Si è spento lo scorso 12 Agosto, a Los Angeles, l’ottantunenne regista tedesco Wolfgang Petersen. Una perdita incolmabile, se consideriamo le sue opere più importanti che hanno traghettato il cinema europeo d’esportazione in quel sodalizio hollywoodiano indispensabile nel valorizzare i virtuosismi di ogni buon successo commerciale. Una carriera iniziata in quei primi cortometraggi riposti nella propria formazione registica e teatrale, che mettono in luce le doti riposte nel suo primo film di successo U-Boot 96, in una trasposizione realistica e visionaria di un cinema sempre fedele ai rigidi canoni interpretativi del war movie d’annata. Un film che sancisce quel breve sodalizio musicale riposto nel compositore Klaus Doldinger, devoluto nel suo più importante kolossal rilasciato dal best seller di Michael Ende, La Storia Infinita. Alto budget e incassi esorbitanti (indimenticabile la hit omonima prodotta da Giorgio Moroder e cantata da Limahl) che celebrano l’ascesa del regista, valorizzata dal successivo Il mio nemico, un piccolo gioiello di stile e filosofia regalato dall’interpretazione dei suoi stessi protagonisti, Louis Gossett Jr. e Dennis Quaid. Si susseguono produzioni di facile presa, rilasciate ai nomi di prestigio del cinema del periodo, da Tom Berenger (Prova schiacciante), Clint Eastwood (Nel centro del mirino) e Dustin Hoffman (Virus letale). Un “ritocco presidenziale” nella drammaticità espressa dall’accoppiata Ford-Oldman (Air Force One), per immergersi nella battuta di pesca più dispersiva e devastante interpretata da un cast riuscito e bilanciato tra cui spiccano George Clooney e John C. Reilly (La tempesta perfetta), quest’ultimo sublimato dalla recente candidatura ai Golden Globe per la calzante interpretazione nel biopic Stanlio e Ollio. La più alta celebrazione al peplum d'élite nello sfarzoso Troy, un vero e proprio crogiolo di star nelle dispute omeriche estasiate dalle fisicità dei suoi stessi interpreti, dall’Achille di Brad Pitt all’Ettore di Eric Bana, sotto l’ala putativa di un patriarcale Peter O’Toole a rinverdire un genere cinematografico ormai assopito. L’opera registica di Petersen ritrova un impeto di fulgore nel genere catastrofico espresso dal suo Poseidon, un riuscito accostamento al mix adrenalinico rilasciato da L’inferno di cristallo di John Guillermin e lo stesso Titanic di James Cameron, superato negli effetti speciali devoluti dalla stessa Industrial Light & Magic nel regalarci nuove prodezze in computer grafica e pixel. Un lutto sentito e celebrato, quindi, per ricordare un regista che ha saputo valorizzare quel prestigio che solo nomi come Fritz Lang e Werner Herzog hanno saputo innalzare, nell’importanza di un’arte cinematografica che rimarrà come testimonianza di un lascito unico e inimitabile.

Paolo Arfelli Vannucci

domenica 14 agosto 2022

UNA SERA A CENA (Racconto)

 

UNA SERA A CENA

"Apparentemente una serata qualunque, immersa nelle vie spoglie e silenziose tipiche della periferia moderna. Non è ancora buio, ma le fioche luci che riflettono voci e gesti visibili dall'esterno delle finestre, accendono di vita il tramonto di una giornata."


Un racconto nato per rendere omaggio a uno scrittore, Italo Calvino, che mi ha accompagnato nelle prime letture dell’infanzia, sui banchi di scuola con un libro di Marcovaldo e l’amorevole insegnamento di una maestra che conserverò nei miei più cari ricordi per tutta la vita. Quella narrativa essenziale e affidata alla fantasia dei suoi personaggi. Oggi, ho potuto arricchire l’immaginario della mia narrazione, unendo due mondi distinti e unici dello stesso scrittore, conferendo a Il Barone Rampante quelle prerogative indispensabili per completare il simbolismo dei suoi personaggi autentici, nella mia originale rilettura.


Clicca sul link per leggere il racconto:

https://www.wattpad.com/story/319125271-una-sera-a-cena

mercoledì 10 agosto 2022

QUELLA PICCOLA BASTARDA (Racconto)


QUELLA PICCOLA BASTARDA

Alessandro Acerbi è un attore emergente che ha un desiderio: possedere l'auto maledetta di James Dean, la "Little Bastard". Per festeggiare la scrittura ad un'importante produzione cinematografica, l'acquista, ignorando la malasorte. Fino all'ultimo.


Alessandro Acerbi stava appoggiato al solito bancone elegante di un bar di Piazza del Duomo. Aveva ordinato un espresso e non riusciva a distogliere lo sguardo dai volti fuggenti di chi entrava e usciva dal locale. Gente sconosciuta, senza famigliarità acquisita da quell'assidua frequentazione che aveva maturato sin da quando aveva preso una casa nel centro di Milano. Ed erano passati ormai cinque anni, praticamente una vita, visto che ne aveva ventinove. Faceva l'attore, e con successo. D'altronde la determinazione non gli era mai mancata. Suo padre faceva l'assicuratore e sua madre l'insegnante di lettere. Una bella famiglia, anche se il cruccio di essere figlio unico lo aveva sempre fatto sentire un figlio incompleto. L'idea di un fratello o di una sorella maggiore o minore, per lui non aveva importanza. Gli bastava l'idea di poter aver avuto un appoggio morale fraterno quando poteva servirgli. Ma di problemi esistenziali non ne aveva mai avuti, e di questo ne andava fiero. Si era sempre sentito sicuro di se. Soprattutto del suo aspetto. Alto, longilineo, occhi chiari e capelli scuri. Per lui era stato facile inserirsi nel mondo della moda. I primi servizi fotografici per quei cataloghi di abbigliamento, con cui si era pagato la scuola di recitazione a Firenze, la città in cui era nato e cresciuto. Il salto di qualità, arrivato grazie al suo agente, nel suo primo ruolo importante. Una serie di venti episodi trasmessi dalla RAI. Chi l'avrebbe mai detto. Ma non l'aveva mai considerata fortuna. Sapeva di essere destinato a qualcosa di unico e oggi gli sforzi lo avevano decisamente premiato. La vita è un succedersi di eventi di cui si è gli unici artefici, questo aveva sempre pensato.

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Il Cinema di domani? Un po' di rispetto per il cinema di oggi


Il cinema di domani? Un po' di rispetto per il cinema di oggi
Riflessioni serie sul destino di un cinema sempre in evoluzione

Fermiamoci un momento a riflettere. Ci siamo abituati ad una società ormai satura di ambienti social, dove la tecnologia viene fagocitata e digerita con la stessa voracità di cui ce ne serviamo… Ne abbiamo veramente bisogno? La risposta rimane sempre in quell’incedere generazionale che marca non solo il trascorrere inequivocabile del tempo, ma che caratterizza la crescita morale di questa “benedetta” società che definisce e rivalorizza i principi della nostra stessa esistenza. Il nostro pianeta invecchia sempre di più, che lo vogliamo o no… e noi siamo sempre i soliti “egoisti” un po' superficiali, che si rendono conto un po' troppo tardi e sempre più superficialmente, che tanto il conto da pagare lo lasciamo sempre a chi viene dopo di noi.

Quello che diventa sempre più consistente, è la consapevolezza che il nostro bisogno di svago e di piacere, lo rimettiamo in quella programmazione che, per l’amor del cielo, non deve distaccarsi da una sala cinematografica impaurita da canali a pagamento pregustati comodamente nei salotti di casa. L’unica certezza la riponiamo, quindi, nel bisogno che ha l’essere umano di recitare, interpretare, raccontare la sua società, con le solite fantasie infarcite di ogni tipo di “ben di Dio”. Il linguaggio cinematografico si trasforma, velocemente e con i suoi mirabolanti sogni elettronici. Quella recitazione un po' statica che rimane sempre di più un amarcord dei nostri trent’anni fa, non assomiglia nemmeno lontanamente al cinema digitale che ci viene riproposto oggi, con l’odore acre di un umore a bruciapelo che riesce sempre di più a cogliere il respiro di ogni nostra emozione. E tutto questo ci può anche spaventare.

Se proviamo a paragonare le star di Hollywood (e non solo… ci mancherebbe) di un nostro lontanissimo passato, sono diventate l’incedere celebrativo di quei biopic che riescono, per fortuna, a farci entusiasmare e commuovere ancora. Questo perché gli anni degli attori della nostra generazione, passano inesorabilmente anche per loro. Noi li vogliamo eterni e per sempre giovani, ma purtroppo invecchiano… e si vede.

Quello che ci rimane, è la consistente tecnologia del cinema che è stato fatto, con i suoi protagonisti e le sue sorprendenti aspirazioni. Senza accorgercene, ricicliamo interi decenni in cui tutto viene celebrato, minuziosamente e con ingordigia, lasciandoci soddisfatti, ma con un interrogativo che ci teniamo sussurrato dentro di noi: “e se tutto ci dovesse bastare?”. La risposta non la vogliamo sentire… che ci piaccia o no.

Le saghe epiche si moltiplicano… i fumetti non assomigliano lontanamente a quelle strisce minimalistiche con cui sono nati (per fortuna?)… la televisione obbliga il cinema a rinnovarsi, sempre di più. Il risultato è chiaro a tutti, ma lo vogliamo ignorare. Il traguardo raggiunto sembra esorbitante, a tratti anche bizzarro, ma sempre quella scatola meravigliosa che continua a farci sognare.

Pensare che tutto possa essere stato “girato” ci spaventa e, per fortuna, ci sono ancora tanti titoli che non sono ancora stati toccati da “restyling” di dovere. Possiamo solo accomodarci in quei multisala moderni, dove tutto continua ad essere rispettoso di un cinema universale fatto di arte e mestiere, dove gli attori sono ancora in carne e ossa (e non vogliamo immaginare cosa possa diventare senza di loro) e quelle dediche nei titoli di coda ci strappano ancora quell’applauso di consenso. Ci rimane altro da dire e scrivere? Mi auguro tanto di si…

Paolo Arfelli Vannucci