mercoledì 29 maggio 2013

DiCinema: la nuova Hollywood


Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi  che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide

Uno dei volti più rappresentativi della Hollywood “perbene”, nel  fascino senza tempo di un talentuoso Leonardo DiCaprio.
  
Di ragazzini prodigio battezzati nelle serie televisive, varcato il nuovo millennio,  sembra che se ne possano disperdere i proseliti, visto con quanta commerciale audacia possano essere riciclati senza tante pretese. Ma questo non poteva succedere tanto facilmente, naturalmente quando si punta il dito nella culla sempreverde degli anni ’80, che ha visto crescere alcuni dei talenti cinematografici che hanno firmato il proprio nome nella walk of fame dello star system americano. Da Michael J. Fox a Tom Hanks, da Ricky Schroder a Ron Howard, tanti aspiranti giovani attori hanno avuto il merito di essere veri e propri talenti che hanno saputo mantenere alte le aspettative di critica e meritato successo. Leonardo DiCaprio, classe ’74, è decisamente uno degli ultimi “astri nascenti” di una felice casistica di giovani pargoli. Partendo da un tanto altisonante cognome paterno, fumettista dalle origini italo-napoletane, e da un nome avuto in merito ad un quadro del noto Da Vinci, mentre la madre lo ammirava col piccolo in grembo, la carriera dell’attore non poteva essere di miglior auspicio, contando su simili presupposti natali. Iniziato dalla soap opera Santa Barbara e proseguito il cammino nel più renumerativo Genitori in blue jeans,  il cinema lo accoglie con lo splatter Critters 3, firmato Kristine Peterson, per approdare alle soglie del successo, dietro l’ombra di un avviato Johnny Depp, nel Buon Compleanno Mr.Grape, firmato Lasse Hallstrom. Il successo comincia ad arrivare con il biopic Poeti dall’inferno, diretto da Agnieszka Holland, incentrato sullo scomodo rapporto omosessuale tra la coppia Arthur Rimbaud e Paul Verlaine (David Thewlis), con un’interpretazione del giovane DiCaprio che si preparava ad affrontare il successo venuto l’anno successivo (1996), con la fresca e originale riedizione del classico di William Shakespeare, Romeo+Giulietta, diretto da Baz Luhrmann (oggi alle prese  con Il Grande Gatsby), in coppia con la docile Claire Danes. In contemporanea col meno pretenzioso La Stanza di Marvin (al fianco di Meryl Streep),  il successo femminile del neo-Romeo si riconferma con il Kolossal firmato James Cameron, Titanic, dove Kate Winslet sancisce un epico sodalizio cine-sentimentale, ripreso dieci anni dopo col meno pluripremiato (11 statuette per la cronostoria del transatlantico più renumerativo della storia del cinema) Revolutionary Road, con la “mano felice” di Sam Mendes che, analogalmente al fortunato American Beauty, cerca di dare una risposta adeguata al quesito lasciato aperto da Cameron, sondando con amarezza le difficoltà di una coppia “troppo importante”. Di riuscito richiamo, rimangono il “sospeso” Prova a prendermi, firmato da un insolito Steven Spielberg, in coppia con un Tom Hanks più in sintonia con i ritmi tipici del regista e lo storico classico, tratto dalla trilogia di Dumas, La Maschera di Ferro, nei panni del gemello di Re Lugi XIV, tenuto nascosto alle spalle del mondano fratello sovrano e liberato dai ripresi e inediti tre moschettieri, con il guascone Gabriel Byrne nei panni di D’Artagnan. Martin Scorsese lo ha diretto a più riprese, cominciando con Gangs of New York (2002), il capolavoro mancato del regista, in una sterile storia cucita sullo spaccato storico di un’America prossima alla guerra Civile, comprimario Daniel Day Lewis nei panni di Bill il Macellaio, padre adottivo del giovane DiCaprio, di cornice alla storia. Segue  The Aviator (2004, Golden Globe come miglior attore), biografia sceneggiata sulla vita del magnate, produttore (regista di due film) e costruttore di aerei (proprietario della TWA), Howard Hughes, per proseguire con  The Departhed – il bene e il male, nuova incursione del regista sulla malavita organizzata, graniticamente fossilizzata con un Jack Nicholson forse troppo prosaico, per finire con  Shutter Island, una sorta di redenzione sulle estreme condizioni a cui vengono sottoposti i detenuti, riversando sul ruolo di DiCaprio le angosce già esplorate da Eastwood in Changeling. Riuscito dramma fantasy-politico diretto da Christopher Nolan (il papà dell’intera trilogia dell’ultimo Batman), con Inception (Ellen Page  e Gordon Levitt da spalla), interessante tessitura psicologica ad opera degli effetti speciali, sulla manipolazione  celebrale, già avvalorata nell’83 da Douglas Trumbull con Breinstorm – generazione elettronica. Ad un soffio dall’Oscar per J. Edgar, diretto da Eastwood, sulle tracce del biopic più controverso sulla vita del fondatore dell’F.B.I., Edgar Hoover. Una carriera decisamente di tutto rispetto, per un giovane quarantènne che si può permettere il lusso di raggelare i propri fuochi di successo, con l’incursione western estrema di un Quentin Tarantino sempre in cerca di prodezze da Oscar, vedi l’ultimo Django Unchained.

P. A. Vannucci   

martedì 7 maggio 2013

DiCinema: la nuova Hollywood


Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi  che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide

Quando la rude virilità si sposa con il sentimentalismo, il volto volitivo di uno dei machi della nuova mecca Hollywoodiana, nel talento di Bruce Willis.
  

Duri a morire... è proprio il caso di dirlo, quando il cinema americano è  sempre  stato avido di protagonisti in grado di sostenere un non facile fardello di credibilità, suddivisa nel clichè assoldato dai ruoli e la stessa tempra dell’attore. Chi si è cimentato in una simile impresa, dai celebrati Robert Mitchum, maschera quasi dandy di un machismo ben arbitrato, passando da I forzati della gloria (The Story of G. I. Joe), il caposaldo di un cinema documentaristico nella propria assoluta devozione, al compendio devoluto nel Sangue sulla Luna (Vento di Terre Selvagge), dove la metamorfosi umana del potagonista segue una redenzione quasi prosaica del duro da intenditori, possiamo resettare l’antagonismo caratterizzato da un Yul Brynner, che facilmente poteva passare da ruoli di comprimaria cattiveria al classico sentimentale, vedi i più rappresentativi  Agli ordini del Fuhrer e al servizio di Sua Maestà, per deliziare i palpiti femminili con il tradizionalismo espresso dal sempreverde Anastasia. Bruce Willis (Walter all’anagrafe, classe ’55) è senza dubbio il più alto esponente di un cinema adrenalinico con ampi crediti da kolossal commerciali.  Di controversi natali (è nato in una base militare tedesca, da padre meccanico e madre casalinga), dopo un college d’Arte Drammatica interrotto per seguire la propria indole artistica, la solita gavetta di mestieri umili (dal barista al camionista) lo porta ad affrontare le prime esperienze professionali, passando dalla profetica sostituzione in un musical a scapito di Ed Harris, a cui si susseguono provvidenziali partecipazioni e occasioni mancate (una parte “glissata”al Cercasi Susan disperatamente di Madonna), per approdare, da vero protagonista, alla serie televisiva Moonlighting, fortunata saga giallo-romantica, trasmessa dal 1985-89 al fianco di Cybill Shepherd, mentre la commedia di Blake Edwards lo raccoglie ancora fresco di programmazione per le analoghe performance di  Appuntamento al buio (1987), rocambolesca soap rosa al fianco di Kim Basinger, e Intrigo a Hollywood. La vera performance che marchierà la tempra di Willis arriva con la regia di John McTiernan, nel Trappola di Cristallo (Die Hard), apparentemente un innocuo rifacimento dell’originale Inferno di Cristallo, firmato da Guillermin, per diventare una inedita trilogia fine a stessa, arrivata sino al capitolo odierno con l’epitaffio “Un buon giorno per morire”, siglato John Moore. Robert Zemeckis lo riabilita alla commedia con tanto di effetti speciali ereditati dalle fatiche spielberghiane, nel suo La Morte ti fa bella, mentre Quentin Tarantino non può che approfittare del proprio taglio di attore, per non assecondarlo in Pulp Fiction. Uno dei primi registi ad immolarlo in una inedita dimensione data al cinema di fine secolo (siamo nel 1997) è Luc Besson, con una piccola gemma di fantasy che mette in ombra il capolavoro di Scott e Lang (rispettivamente Blade Runner e Metropolis), ne Il Quinto elemento. Una moderna e urbana visione del futuro, con una Milla Jovovich, barocca e sensuale icona femminile (vestita da Jean Paul Gaultier) all’altezza di un cinema francese che ha saputo ammaliare Hollywood. Analogo è il più introspettivo dramma ritratto da Terry Gilliam, L’Esercito delle 12 Scimmie, con un Brad Pitt all’altezza dei ranghi. Il ciclone Armageddon, pilotato dal Re Mida Michael Bay,  lo consacra definitivamente attore di culto, in una miscela di citazioni, tessute su una sceneggiatura che vuole uscire dai margini del disaster movie, per desistere dall’essere semplice film da blockbuster. Considerando la parentesi privata di Planet Hollywood (non di meno il matrimonio con l’attrice Demi Moore), la catena di ristoranti per celebrity voluta insieme a Stallone e Schwarzenegger, con i quali gira la serie di film I Mercenari  (tra camei e protagonismi di convenienza), la punta di diamante del fumetto d’autore, Frank Miller (insieme ai registi Robert Rodriguez e Quentin Tarantino), lo immortala nel bianco e nero “rossosangue” di Sin City, cult della graphic novel moderna. Tema che incoraggia e motiva il regista Jon M. Chu a definire un ponte degno dell’attore con il culto dei comics G.I. Joe, nell’omonimo “La Vendetta”, ristabilendo quel vincolo naturale che, già nel film di William A. Wellman (girato in contemporanea con il secondo conflitto bellico), ha sempre stabilito il legame di appartenenza ad una categoria di uomini che cadono, si rialzano e sopravviveranno per sempre.

Paolo Vannucci                              


lunedì 8 aprile 2013

BIANCA COME IL LATTE, ROSSA COME IL SANGUE... e si gira!



Dal successo del romanzo d’esordio di Alessandro D’Avenia, il film diretto da Giacomo Campiotti al seguito del “cinemoccia” italiano

Ritornano Leo & Beatrice, novelli Romeo & Giulietta revisionati dal professore liceale D’Avenia, per deliziare il genere adolescenziale iniziato da Federico Moccia.
  
“Formula giusta non si cambia”, sembra suggerire la nuova commedia italiana rivolta ai giovanissimi, arrivando persino a prendere in prestito volti e atmosfere che sfiorano il plagio dei diritti d’autore. Tanto nessuno se ne accorge, almeno così si augurano i produttori di un cinema italiano che ha trovato una strada battuta dalla fiction televisiva dalla quale nessuno vuole recedere, e ne sa qualcosa la giovane Aurora Ruffino, oggi Silvia, al fianco di Filippo Scicchitano, ex Scialla comprimario di Fabrizio Bentivoglio, immersi in quella voglia di crescere che non arriva mai... e quando arriva è ormai troppo tardi. L’importante è cogliere quell’attimo, viverlo e colorarlo meglio che si può, complice l’avidità di chi l’adolescenza l’ha già vissuta, meglio se è anche un professore di lettere ancora troppo giovane per smettere di guardare il mondo con gli occhi di un sognatore. Il professore è svelato, dietro i riccioli ribelli e ossigenati di un Alessandro D’Avenia che ha saputo calarsi nel ruolo di scrittore, con un corso di sceneggiatura e la capacità di riadattare la propria esperienza di giovane professore di un liceo qualunque, al servizio di quella fantasia intrisa di filosofia e poetica che, forse, “rompe” soltanto un pochino, ma sempre quel tanto che basta per farci essere sempre migliori. La storia la conosciamo tutti, almeno per chi il libro, da cui è tratto il film, lo ha divorato. Leo (Scicchitano), sedicenne immerso nel suo problematico mondo di studente, con l’amico Niko (Romolo Guerreri) compagno di vita e di calcetto. Poi c’è Silvia (Ruffino), seduta al banco di scuola e innamorata persa di quell’incosciente che pensa sempre a Beatrice (Gaia Weiss), bella e destinata a morire, tra quei capelli rossi che svaniscono tra le lenzuola bianche di un ospedale. Nomi importanti, che sembrano emergere dalle pagine del libro di letteratura del Sognatore (Luca Argentero) che ammonisce di congiuntivi e prosa le incertezze dei propri studenti. Una storia come tante, ma che riesce a dare vita ad un film carino e convincente, proprio come i colori che lo devono caratterizzare, il Bianco e il Rosso, appunto. Una regia riposta in Giacomo Campiotti, che ha saputo cogliere il meglio dei suoi recenti predecessori, ripescando Questo piccolo e grande Amore di Riccardo Donna, sulle note della celebre canzone di Claudio Baglioni, in quel valzer di colore e musica architettata ad arte, per saper essere cinema che può ancora valere il prezzo di un biglietto. Le note della canzone dei Modà, Se si potesse non morire, riesce a convincere quel scetticismo quanto basta, coreografando un videoclip che merita il successo di un film che vuole rimandare sempre l’attenzione al libro da cui è stato tratto. Merito di quel giovane professore di Lettere, cha a forza di sognare è riuscito a trovare la propria strada. Complimenti...           

Paolo Vannucci

giovedì 28 marzo 2013

IL CACCIATORE DI GIGANTI: il ritorno di Jack e il fagiolo magico


Bryan Singer dirige Nicholas Hoult, nel reboot ufficiale della celebre fiaba popolare inglese, con un cast d’eccezione tra i prodigi in 3D

Ritornano le imprese narrate da Benjamin Tabart e Joseph Jacobs, nel restyling diretto dal “papà” degli X-Men, Bryan Singer.   

“Ucci, ucci sento odor di cristianucci”.  Lo ha esclamato il Bryan Singer che ha resuscitato il fumetto di Siegel & Shuster nel mantello di Kal-El (Superman returns) e il prequel della dinastia degli X-Men, in attesa dell’imminente seguito del giovane gruppo capitanato da McAvoy. Se la fortuna del regista è legata alle gesta di eroi di carta (e qui si parla di una delle fiabe più popolari, tramandate dalla cultura inglese e importata dalla voracità statunitense), allora ci troviamo al cospetto di una delle più belle e meritate trasposizioni “computerartigianali” che farebbero invidia persino a zio Walt (Disney), quando nel 1947 si cimentò voce e disegni nel quarto lungometraggio d’animazione “di gruppo” (il nono di serie) distribuito dalla RKO, deliziandoci con un Topolino, Pippo e Paperino alle prese con la proverbiale scalata alle spalle del pacioso gigante (Bongo e i tre avventurieri), frutto miracoloso della crescita del germoglio leguminoso più promettente che si possa sperare. Se l’ilarità da sempre tramandata sin dalla prima pubblicazione The History of Jack and the Bean-Stalk (stampato da Benjamin Tabart), è sempre stata la chiave di lettura che è la madre delle favole folkloristiche di ogni tempo, Nicholas Hoult è praticamente perfetto per immergersi nel mondo fantasy popolato da sortilegi e magie, quasi un promettente e aspirante stregone in quel di Merlino (impossibile non fare riferimento alla fortunata serie televisiva omonima, trasmessa dalla BBC con Colin Morgan interprete, a cui lo scenografo Gavin Bocquet deve i propri meriti), nei panni analoghi di un timorato Jack che si trova costretto a difenedere le proprie terre dal Mondo dei Giganti, risvegliati, irritati e cocciuti nel reclamare la legittima podestà del proprio regno. Che di Leggenda sia, leggenda sia fatta... anche se questi “stralunati bamboccioni” di cattivo sembrano aver ben poca fattezza, confidando nella propria proverbiale indole primitiva, confrontandosi nell’umanità contrapposta dalla nobile casta ridimensionata dalle vesti regali di Re Brahmwell (uno Ian McShane ormai abituato ad amorfiche trasfigurazioni, da quando Rupert Sanders lo ha immolato a nano nel suo Biancaneve e il cacciatore), per essere affiancato da Stanley Tucci (altro cardine d’eccezione, dopo il circense showman televisivo di Hunger Games), solo per fare breccia nel cuore della principessa Isabelle (Eleanor Tomlinson), senza tralasciare Ewan McGregor (Elmont) e Raine McCormack nelle rappresentative recriminazioni da gigante. Gli ingredienti ci sono proprio tutti, per non deludere tante aspettative, mentre per ora possiamo solo remunerare l’ultima impresa cinematografica risalente a dieci anni fa, diretta da Brian Henson, con un Matthew Modine in chiave dickensiana, per ristabilire ordine nelle dispute genetiche controllate con etica noncuranza. Che un fagiolo possa destare tanta attenzione, questo lo staremo proprio a vedere...        

Paolo Vannucci   

mercoledì 13 marzo 2013

CARLO VERDONE: LA CASA SOPRA I PORTICI... “il film più importante della mia vita”



Uno dei ritratti più intimisti e celebrativi del regista e attore Carlo Verdone, tra le pagine della sua biografia, intrisa di ricordi e devozione ad una famiglia del cinema italiano

La vita dell’attore, raccontata con la voce dei propri sentimenti, dedicato al padre Mario e la madre Rossana, ai fratelli... e a quella casa in via Lungotevere. 



Una casa paterna, in via Lungotevere dei Vallati 2, avvolta in quella spogliata malinconia tipica dell’attore romano che tutti conoscono, attraverso i film e i personaggi che lo hanno fatto diventare il regista comico che ha saputo raccontare l’italiano borghese, popolare e  “fraccicone”, proprio come il grande Albertone Sordi nazionale, che poteva spiare dalla finestra di casa sua, sin da ragazzino, prima di diventare il padre putativo cinematografico che tutti abbiamo apprezzato ne In viaggio con papà.  Lui è Carlo Verdone, romano verace e fiero di esserlo, con quell’ umiltà tipica dei propri personaggi,  maschera dell’italiano medio degli ultimi 50 anni  di Belpaese, attraverso la maniacale pignoleria di Furio, la stralunata ingenuità da bamboccione di Mimmo,  al fianco di Lella Fabrizi (insieme hanno girato Bianco, Rosso e Verdone e Acqua e Sapone), i capisaldi della propria comicità, scaturiti dal primo contenitore del moderno varietà televisivo di Enzo Trapani, Non Stop, nel palinsesto televisivo di Rai 2 del ’78.  Il Verdone che non lo ha mai abbandonato, sin dal pionieristico centauro su due ruote visto in Troppo forte, scritto e interpretato insieme a Sergio Leone, personaggio ripreso circa dieci anni dopo nel Gallo cedrone, girato nel ’98... coatto al punto giusto, proprio come i neosposi di Viaggi di Nozze, complice la fedelissima Claudia Gerini, nel monito de “lo famo strano” , voluta anche nel precedente Sono pazzo di Iris Blond, musicista nel nome di quella passione per la musica che non lo ha mai abbandonato, sin da quando ascoltava i 78 giri in vinile della madre Rossana, comprati con i soldi dati da zio Gastone (“I dischi non vanno conservati con le copertine, ma devono essere sistemati in pila l’uno sopra l’altro... che stronzata colossale!”), mentre col tempo, nelle pareti della sua stanza, ci appendeva i poster dei Pink Floyd, dei Beatles e di Hendrix... a cui ha dedicato un altro frammento della propria personalità, nei panni di Bernardo Arbusti, critico musicale ipernevrotico e con la sindrome dell’analista nel Maledetto il giorno che t’ho incontrato,  al fianco di Margherita Buy, sceneggiato con un io narrante che ricalca fedelmente l’introspezione soggettiva dell’attore, molto simile al libro odierno. Una vita di ricordi, di amori e di amicizie, tra il primo trauma subito per la perdita del nonno materno Aldo (“aprivo la mano e lui vi posava i due dobloni, poi mi dava un’affettuosa carezza prima che fuggissi a mangiare quei buonissimi cioccolatini”), alla conoscenza sui banchi di scuola di un giovanissimo Christian De Sica (il suo personale “Grande Freddo” con Compagni di Scuola), corteggiatore di una tredicenne Silvia, sorella dell’attore, passato sotto il severo permesso di papà Mario (“è soltanto un pallonaro”), per poter ufficialmente frequentare la donna che sarebbe diventata la moglie di oggi (sua è la dedica di Io e mia Sorella, al fianco di Ornella Muti). Oggi, quella casa paterna la guarda dal di fuori, vuota di tutto ciò che un tempo è stata la loro famiglia, “lontana, per certi versi estranea”, come una foto del suo volto, “giovane, con i capelli leggermente lunghi, ignaro del futuro che lo attendeva”.   

Paolo Vannucci 

mercoledì 6 marzo 2013

Mamma mia... IL GRANDE E POTENTE Oz!


Dopo Alice in Wonderland, Sam Raimi e James Franco all’appello in casa Disney per il prequel del romanzo di L. Frank Baum

Effetti speciali e atmosfere “prese in prestito” dal cinema di Gilliam e Barton, per una  delle favole fantasy più celebrative della letteratura di Baum, nel Il Meraviglioso Mago di Oz.   

Mamma mia!... non vi preoccupate, non stiamo parlando del musical diretto da Phyllida Lloyd (si proprio quello, con una Meryl Streep che duettava con le pirotecniche canzoni degli Abba) e nemmeno della “recente” versione voluta dal Re del pop Michael Jackson, con una virginale Diana Ross alle prese  con mattoni gialli e uomini di pezza (I’m Magic / The Wiz), perdipiù diretta da Sidney Lumet. Stiamo parlando di un riassaggio disneyano ad opera d’arte, “purtroppo” preceduto da un recente viaggio colorato da Tim Burton, impreziosito da un Cappellaio d’eccezione, nella chioma arancio di Johnny Depp e uno Stregatto (che più stregatto non si può) nelle spirali della computergrafica in 3D. Facciamo un passo indietro, cominciando dal pionieristico Barone diretto in primis da George Méliès, quel Munchausen illustrato a fine ottocento e remixato da un Terry Gilliam, vestito dai Monty Python e condito in salsa Lewis Carroll. Penso che ci si possa accontentare di tanta magistrale cinematografia dai presupposti letterari. Ma, ovviamente,  non per la Disney, che ha pensato bene di assumere Sam Raimi, trascinando nella magica tela anche James Franco, meravigliosamente mago nei panni di Oscar Diggs, intrepido illusionista che abbandona il mondo reale (un circo nella polverosa Kansas) per trovarsi scaraventato in mongolfiera, nella città di Oz. Se pensare di essere grande può essere impresa di non poco conto, a rammentarlo ci pensano tre ammalianti streghe che diffidano il saccente mago agli occhi del popolo, e per questo compito sono state investite di poteri le conturbanti Mila Kunis (svezzata dall’orsacchiotto Ted, per il ruolo di Theodora), Michelle Williams (Glinda e il doppio ruolo della proverbiale compagna Annie) e Rachel Weisz (in mummifiche riesumazioni da Evanora), solo per farlo diventare umanamente un Mago migliore. Se Victor Fleming aveva dato il meglio di se con una Judy Garland in treccine e grembiulino, abbracciando un leone senza coraggio (Bert Lahr), un uomo di latta senza cuore (Jack Haley), uno spaventapasseri senza cervello (Ray Bolger), per un mago che non è quello che sembra... allora possiamo toglierci tanto di cappello, al cospetto di un ennesimo prequel sotto il libero arbitrio degli autori Mitchell Kapner e David Lindsay-Abaire, tratto ovviamente dai 13 racconti di L. Frank Baum, autore anche di tre cortometraggi girati dal 1913 al 14, considerando anche una prima bobina del 1910.  Se la meraviglia non è un’opinione, possiamo solo immergerci in questa “originale” scenografia di Robert Stromberg, dove gli effetti speciali devoti al 3D assorbono l’espressionismo tedesco, chiave di lettura che legava le opere di G. Dorè e lo stesso Lewis Carroll, diventando il virtuosismo grafico che può “vertiginosamente” strabiliare nella buffoneria esorbitante in cui Terry Gilliam ci aveva introdotto. Le architetture metropolitane nebulizzate in colorate aurore, già decantate nella celeberrima “Over the Rainbow” premiata con l’Oscar nel ’39, assumono un valore di ineguagliabile potere evocativo, non potendo non citare l’analogo Parnassus – L’uomo che non poteva ingannare il diavolo, sempre diretto da Gilliam nel 2009, in quel valzer “agrodolce” diventato la celebrazione postuma di Heath Ledger, nei ruoli cameo affidati ai “sostituti d’eccezione” Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell. Allora... non è tutto come può sembrare?  Forse...       

Paolo Vannucci

giovedì 28 febbraio 2013

85th Academy awards: le nominations della notte degli Oscar

Un padrino d'eccezione, Seth McFarlane, per la cerimonia piu' prestigiosa del cinema, tra nominations e Golden Globe

Candidati e vincitori, in attesa della consegna delle ambite statuette.

Una voce imponente, baritonale, avvisa i signori invitati ad attendere qualche minuto, mentre voci di comprensibile curiosità si fanno sempre più silenziose... Un anno di cinema stà per essere “passato al setaccio” della più prestigiosa Academy mondiale, quest’anno giunta alla 85esima edizione, tra anniversari celebrativi di tutto rispetto, nel nome degli Universal Studio e lo stesso compleanno del Bond siglato United Artists. I film e gli attori che hanno viaggiato nelle sale cinematografiche di un 2012 così pieno di contraddizioni è giunto al capolinea, con la solita riserva dei più attesi capolavori in prossimità del verdetto finale. Tutti hanno un comune denominatore; qualità. Soprattutto quando si è riusciti a sormontare l’onda gigante di un’epoca che ha battezzato il nuovo digitale, strabordante di computergrafica e illusione virtuale al limite del blasonato 3D. Ma i registi e gli attori hanno saputo prevalere, umanizzando un linguaggio cinematografico fatto, pur sempre, di attori. Steven Spielberg, dopo Chaplin, Allen e Kubrick, ha definitivamente firmato la sua grandezza con l’attesissimo Lincoln, pluricandidato (12 nominations) nel nome di Daniel Day Lewis, già premiato con il Golden Globe per la migliore interpretazione maschile, “soffiando” il ruolo al valoroso Liam Neeson, anacronisticamente inadatto per la parte (?), ripassando la storia con lo stesso rito nell’analogo contendente formato musical, Les Misèrables, oggi nelle parti affidate a Hugh Jackman e Anne Hathaway, entrambi premiati con il Globe per miglior attore e attrice in una commedia musicale. Più di tutti, l’ha spuntata Ben Affleck (miglior film e regia con Argo), surclassando prestigiosi contendenti quali Ang Lee (Life of Pi, con ben 11 nominations), Spielberg e lo stesso Quentin Tarantino con il suo sorprendente Django Unchained, due Golden Globe per la miglior sceneggiatura e attore non protagonista (Christoph Waltz). Michael Haneke prosegue la sua scalata di nominations (5 statuette) dopo Cannes, ancora in cerca di allori con il suo Amour, assaggiando il Globe come miglior film straniero. Il prestigioso Kolossal Anna Karenina, sorretto da una interpretazione su misura per la celebrativa Keira Knightly, divide le sue quattro nominations con contendenti di analoga portata, vedi lo stesso Peter Jackson con il suo The Hobbit: An Unexpected Journey  e il pluricandidato Les Misèrables (8 nominations), mentre sembra ammonita dall’Accademy, la cinica amarezza di The Masters, nelle candidature devolute alla coppia di attori protagonisti Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman. Degne di merito le nominations come migliori effetti speciali, dove spicca l’originalità di Rupert Sanders con il suo Biancaneve e il Cacciatore, in corsa anche per i migliori costumi con il contendente Mirror Mirror... “e allo specchio l’ardua sentenza”. Miglior colonna sonora originale, canzone e film d’animazione (Brave, già deliziato al Globe) chiudono questa anticipazione sui film in concorso, affidando a Skyfall i meriti migliori delle prime due onorificenze (un Golden Globe già assegnato alla canzone omonima) e la piacevole sorpresa del brano apparso nella spensierata commedia diretta da Seth McFarlane, Ted,con il pezzo  “Everybody Needs a Best Friend” composto dallo stesso regista e presentatore della cerimonia, in coppia con Walter Murphy. Tutto è pronto per la serata celebrativa del 24 Febbraio, soddisfatti di un cinema che ha saputo mantenere le sue promesse, che è cresciuto insieme a noi... e a noi non ci rimane che assistere a tanto meritato riconoscimento. Buon OSCAR a tuttii! 

Paolo Vannucci