La Genesi firmata dal creatore Ridley Scott, per ridare autenticità al classico di fantascienza più cult di Hollywood
Il ritorno dell'Alieno di Ripley e soci, nella versione originale del regista che ha riscritto la fantascienza d'autore.
Anno 1979. Dieci
anni dopo che l’uomo scoprisse la prima grande “roccia bianca” chiamata
Luna, il sogno fantascientifico di ogni astronomo e scrittore,
rigenerando le aspettative sulla vita fuori dal pianeta Terra,
cominciando ad abbandonare la caratterizzazione atipica dell’alieno e
sensibilizzare un’angoscia più umana dell’ignoto e dell’infinito. A
fare di tutto questo un capolavoro della cinematografia ci pensò Ridley
Scott, magistrale nel mixare Fantasy e Horror in un thriller
fantascientifico che consacrò una giovane Sigourney Weaver come
androgina portatrice di quell’essere combattuto e protetto (impeccabile
Ian Holm, nella inedita impersonificazione dell’intelligenza
artificiale, tra acidi lattici e DNA), in quell’essere tecnologicamente
animato da Carlo Rambaldi, superando se stesso dopo il “primo contatto”
battezzato da Spielberg e il Kong pre-11 settembre, dove John
Guillermin sostituì l’Empire State Building con le monolitiche Twins
Towers. Scenografie e tensioni riprese da James Cameron nel suo Aliens-Scontro Finale,
sette anni dopo una conclusione che non presagiva alcun sequel, almeno
nelle intenzioni di Ridley Scott, che si è visto “rubare” il testimone
ben cinque volte, in oltre trent’anni di fantascientifica carriera,
passando da un terzo capitolo “religiosamente” emarginato in un ghetto
da ergastolani dello spazio (sei riscritture di una sceneggiature
diretta da David Fincher, per arrivare all’addio di Ripley nel quarto
episodio dedicato al genoma umano dispensato nella clonazione. Nel
2004, una svolta commerciale per giovani smanettoni da videogames,
iniziati dal regista Paul W.S. Anderson, ospitando un inconsueto Raoul
Bova, nel primo di due parentesi poco edificanti (Aliens Vs. Predator 1 & 2)
rispetto al valore originale dell’autentico progetto, oggi ripreso
dallo stesso Scott, in un vero e proprio prequel, come riferimento alle
origini della razza aliena. Un viaggio da Stargate, per omologare un
rituale voluto dalle civiltà fondatrici del genere umano, ribattezzate
“Ingegneri”, per annoverare filosofie celebrate da Kubrick e miti
aztechi in templi religiosi, elargiti dalla presenza comprimaria di Guy
Pearce (Peter Weyland, il presidente dell’omonima compagnia
finanziatrice del progetto Prometheus, la nave spaziale), in un soggetto già elaborato nel film diretto nel 2002 da Gore Verbinski e Simon Wells nel The Time Machine,
giovane scienziato inventore della prodigiosa macchina, tra citazioni
devote al codice Da Vinci e cultura primitiva da primordiali evocazioni
dell’horror. Alterego di un ritrovato androide nel compassato David (a
cui Bishop deve tutto), nell’inarrestabile Michael Fassbender, la cui
sorte ripercorre inalterata la matrice dei predecessori, accomodante
assistente di una “rivisitata” Ripley, nella ricercatrice Elizabeth
Shaw (l’attrice Noomi Rapace), portatrice finale di un rinnovato rito
perpetuato dalla inalterata razza Aliena. Fotografia di Dariusz Wolski
e montaggio di Pietro Scalia, per questo sogno criogenico offerto
dall’unico regista che poteva celebrare un autentico mostro sacro della
fantascienza d’autore... e noi non possiamo che ammirarlo!
Paolo Vannucci
martedì 25 settembre 2012
mercoledì 29 agosto 2012
IL CAVALIERE OSCURO: il ritorno
Epilogo della Trilogia di Christopher Nolan dedicata al fumetto di Frank Miller, con Anne Hathaway e Christian Bale dietro maschera e mantelloUltimo atto della saga dei personaggi creati da Bob Kane, con il rientro di Cat Woman a presagire un nuovo prequel.
La rinascita dell’uomo pipistrello è iniziata esattamente 13 anni fa, quando Tim Burton ci rivelò il “suo” inedito BatMan, attingendo senza inibizioni tra il neofumetto di Frank Miller (una saga in quattro parti pubblicata nel 1986) e il personaggio originale creato da Bob Kane e pubblicato dalla DC Comics negli albi omonimi nel 1940, che hanno devoluto un primo làscito nella nostalgica serie televisiva interpretata da Adam West sul finire degli anni sessanta, tra supercattivi in “divertenti” scazzottate onomatopeiche e una inedita Ford Galaxie truccata da bat-mobile a inaugurare una cospicua manciata di modelli ipertecnologici su quattroruote che il cinema abbia potuto desiderare. Se Joel Shumacher ha potuto attingere dalla psichedelia pop degli anni settanta, Christopher Nolan si è riappropriato dell’universo parallelo creato dal fumettista-regista Miller, ricucendo le origini dell’Uomo Pipistrello in salsa metodista, tra rinascite Zen e culto artigianale, tutto impacchettato nel primo Batman Begins, addossando sulle “robuste” spalle di Christian Bale, i traumi edipici dell’orfano miliardario e filantropo Bruce Wyne, consolato da Katie Holmes, addestrato da Liam Neeson, armato da Morgan Freeman, sorvegliato da Gary Oldman e assistito da Michael Caine, senza recriminare abusi o licenziamenti da parte della produzione sino ad oggi. Non si può certo vantare tanta fortunata sorte per i cattivi di rito, passando dal lascivo psichiatra Cillian Murphy dietro la maschera dello Spaventapasseri, per ritrovare il ghigno del Joker ereditato da Jack Nicholson nell’interpretazione postuma di Heath Ledger, con l’intermezzo di “DueFacce”, già riveduto dal granitico Tommy Lee Jones in Batman Forever, in coppia con l’Enigmista, alias Jim Carrey. Oggi, ad addolcire le turbe da giustiziere mascherato, ci pensa Anne Hathawey, nelle seducenti forme di Selina Kyle, alias Cat Woman, dopo il benestare e gli auguri di Michelle Pfeiffer, forse dimenticandoci di uno “sfortunato” assolo dedicato all’antieroina, diretto da Pitof nel 2004, con Halle Berry in frusta e latex nero. Ma l’atmosfera apocalittica sceneggiata dal regista e Jonathan Nolan è tutta in debito col terrorismo ipertrofico dell’11 settembre, con un Bane (Tom Hardy) nerboruto e con tanto di museruola alla Hannibal Lecter, che sancisce un nuovo cardine col tradimento, in bilico tra personaggio e realtà sociale. Morgan Freeman (Lucius Fox) sostiene le conferme rassicuranti delle prodezze tecnologiche che si annoverano nel Batwing (vi ricordate il Bat-Plano?), mentre Michael Caine è l’ennesima riconferma di uno degli Alfred che più Alfred non si può, tra humor e compostezza “all english” degni di stima. Uscito negli USA il 20 luglio, in Italia possiamo consolarci con un inedito finale esclusivamente in terra tricolore, senza deludere le attese slittate per la prima del 29 agosto. La saga di Christopher Nolan è così giunta al suo ultimo atto, rimanendo fedeli all’ IMAX e rinunciando nuovamente al 3D, per conciliare l’originalità dark della graphic novel di papà Miller e per rimandare un nuovo restyling che solo la Warner potrà decretare... a suo tempo!
Paolo Vannucci
lunedì 16 luglio 2012
Alessandro d'Avenia e... "Cose che nessuno sa"!
A due anni
dall’uscita del primo romanzo, il trentaquattrenne scrittore siciliano torna
con una novella d’autore, tra liceo, adolescenza e i valori della crescita
Un padre, una figlia e un amore che
deve ancora essere assaggiato... sono gli ingredienti per una perla da scoprire.
Alessandro,
il giovane professore di liceo (come nella vita, sceneggiatore e a Maggio sono
iniziate le riprese del film tratto da Bianca
come il latte, Rossa come il sangue)
ci riprova, immerso nelle problematiche di un ragazzo al bivio con la propria
maturità di uomo, in quelle responsabilità intrise di saggezza popolare e il
mestiere di insegnare, usando i propri paradisi artifciali come una corazza facile
per “fuggire”, ma non felice per “restare”... Restare vuol dire quannu l’amuri tuppulìa, ‘un l’ha lassari
ammenzu a via, quando l’amore bussa non devi farlo entrare in casa... e
quella casa si chiama Stella, intelligente, innamorata e che ora vuole “di più”
da quel giovane uomo che ancora vede i libri come bambini, ciascuno con il suo
odore buono, i suoi occhi e i suoi vezzi. Ma la vita, oggi, non può più essere
una bici nera appoggiata frettolosamente ai margini di una strada. E il giovane
prof sente quel sentimento come una “minaccia”, un limite nella sua missione
quotidiana di educatore, protetto da un’aula di Liceo... in quella I liceo dove
incontra gli occhi di Margherita. Quattordicenne... occhi verdi e capelli neri,
ancora troppo vuota per poter capire la vita, ma troppo vuota per sapere che
cos’è il Dolore. Un Padre che l’ha abbandonata, ...lei, suo fratello Andrea e
la madre. Ma c’è nonna Teresa che sa capire il vuoto che la fa soffrire. Quel
cerchio concentrico che si amplifica ogni volta, strati di se stessa densi come
lacrime, capaci di diventare una perla dalle caratteristiche uniche ed
irripetibili. Ma ogni perla ha il suo predatore, artefice della propria trasformazione... e
quegli occhi azzurri, quasi bianchi, in cui solo lei è capace di ritrovarsi,
hanno un nome... Giulio. Misterioso, ribelle... e “rifugiato” dalla vita. Anche
Giulio ha il suo stesso vuoto... schivo
e diffidente al punto di esserne protagonista assente. Il suo Dolore ha
il volto della Madre che l’ha abbandonato... e questo è ancora più feroce di
ogni altro ostacolo che si possa tramutare in astio... gelido rifiuto. L’Amore
è la loro medicina, fuggitivi felici in quella macchina “trafugata” che li
porta a Genova, ...alla ricerca del padre di Margherita. Un incidente... e
tutto si frantuma, come un castello di sabbia naufragato nella marea, che
trasporta conchiglie e rumori di lontano. La vita di Margherita appesa al filo di
Atropo, che le dita di Cloto, abile tessitrice,
fanno volgere fino all’ultimo nodo che si chiama Morte. Ma una perla di
rara bellezza possiede la durezza che la fa vivere, per essere ammirata da
tutti. Essere Ammirata da Giulio. Essere aiutata da quello strano professore
che, tra le lacrime della propria fragilità, riesce a capire il proprio ruolo
nella vita di Stella... insieme a Stella... per sposarsi e costruire insieme
quella vita che si chiama Felicità.
Una volta le
ho chiesto: “Nonna, secondo te perchè non
sono morta?”
E lei mi ha
risposto: “Dio fici l’omo per sentirsi
cuntare u cuntu”, Dio ha creato l’uomo per sentirgli raccontare le storie
www.profduepuntozero.it
Paolo
Vannucci
giovedì 12 luglio 2012
Chi è la più BELLA del REAME?
Due
matrigne... due principesse... due mele, per il restyling della favola di
Biancaneve, contesa da Lily Collins e Kristen Stewart
Schizofrenia Pop e atmosfere Dark, per la più amata
fiaba folkloristica dei Fratelli Grimm,
firmata dalla coppia Singh-Sanders.
Quanto ci
costa cara la nostra infanzia, se il prezzo da pagare diventa una maturazione “forzata” dai rigidi
canoni dati dall’intelletto, capace di cullarci in storie fiabesche che nel
tepore materno regalano una magia, avida e crudele come solo la crescita
stessa può “frantumare”, ritrovandoci
cresciuti, ma sempre nel riflesso di quello specchio che ci fa severamente ricordare chi siamo
veramente... e cosa vogliamo dalla vita! Se oggi, il cinema serve anche per riappropriarci
del vero valore di quell’amarezza... benvenga, dunque, quell’aspra cattiveria
capace di rinnegare anche le cose più semplici e apparentemente buone,
facendoci scordare quelle frasi celebrate dagli stessi Fratelli Grimm, nei “C’era una volta” e “Vissero tutti Felici e Contenti”, perchè la “famigerata” coppia di registi Tarsem Singh (Biancaneve e/o Mirror Mirror in originale) e Rupert Sanders (Biancaneve & il Cacciatore), di quella “innocua” favola sembra
proprio che non ne abbiano mai sentito parlare, almeno nelle velate intenzioni
di chi, tra gli sceneggiatori, abbia solo voluto mantenere quella parvenza
d’obbligo per preservare, quasi inalterato, il buon nome del titolo! Kristen
Stewart, cavalleresca e bellissima (bisogna dargliene merito), sembra non solo
combattere per essere, degnamente, la più
bella e meglio riuscita del reame, convincendo tutti di essere la vera
storia folkloristica che ognuno di noi ha sempre avuto nell’immaginario, forse
ammettendo che qualche colpa di troppo possa ricadere nelle disegnate spoglie
create dal kolossal disneyano, Biancaneve
e i sette nani, costato quattro anni
di lavoro, per ottenere un Oscar speciale (di nome e di fatto, suddiviso in
sette “piccole” statuine d’oro), tra le indimenticabili canzoni “Heigh Ho” e una delle più diaboliche trasformazioni, che
costarono censura e divieti all’uscita dell’epoca (eravamo nel 1937, nelle mani
del regista David Hand). Oggi? Esiste sempre la Regina-Matrigna crudele (Julia
Roberts e Charlize Theron), che vuole uccidere Biancaneve per mano di un
cacciatore (Chris Hemsworth con la Bianca Stewart), mentre sparisce e si
ritrova innocuo servitore nelle barocche forme interpretate da Nathan Lane, per
la zuccherosa Lily Collins (figlia di papà Phil, noto batterista dei Genesis). E
il Principe Azzurro?...qui arrivano i problemi, perchè con la Bianca Stewart il
bacio d’Amore non funziona, lasciando fesso il principe William (Sam Claflin)
per scappare con il rude cacciatore Eric, aiutati dai sette nani (otto, con lo
sfortunato Gus, sacrificato), per ricostruire il regno delle fiabe soggiogato
dalla Regina cattiva. Almeno, con la Bianca Collins, il Principe esiste...
eccome! Viene baciato dalla Bianca Collins e la Mela avvelenata la rifila alla
strega cattiva... e vissero tutti felici e contenti? Secondo noi si, ma i
Fratelli Grimm hanno già querelato gli autori di cotanta audacia inventiva...
tanto, oggi, le favole ce le raccontano i computers, mica le nonne... ma che le
mele, rosse e avvelenate,... siano sempre mele!
Paolo Vannucci
Paolo Vannucci
lunedì 2 luglio 2012
Stupefacente SPIDER-MAN!
Riavvio della saga, arrivata alla
terza riedizione, per riportare il fumetto originale di Stan Lee e Steve Ditko
all’autentico splendore, tutto rielaborato in 3D.
Il ragno è
tornato, ma non il solito personaggio “amichevolmente” ricucito in tuta
rosso-blu, sempre devoto all’autentico fumetto Marvel disegnato da Steve Ditko,
uscito per la prima volta nel ’62 e in Italia “appropriato” nel ’70, quando
Nicholas Hammond indossò per primo la “famigerata” calzamaglia, nella serie
televisiva diretta da E. W. Swackhamer, diventata poi l’omonimo primo episodio
di una nostalgica trilogia, conclusasi nel ’79 con l’epitaffio L’Uomo Ragno sfida il Drago e il tutto
affidato alle serie animate che hanno coinvolto la prolifica Toei Animation,
partecipe degli innumerevoli restyling del personaggio. Ma la più effimera
rielaborazione cinematografica di
Spider-Man arriva dopo circa un ventennio, per mano di Sam Raimi, accollato
alla Sony, debitore di quelle prodezze tecnologiche che hanno devoluto stile e
fumetto saldi alla grafica tanto cara ai “fedelissimi” di Spidey: ansia
adolescenziale, pasticci ormonali e solare filosofia, tutto affidato al giovane
Tobey Maguire, che in cinque anni di uscite cronologicamente numerate (tre
episodi, dal 2002 al 2007), ha regalato il Peter Parker più adorabile che il
cinema abbia potuto elargire, complici le storie e i personaggi ricamati dal
decennio Marvel più glamour (’70-‘80, per intenderci), con una schiera di
“fedeli cattivissimi” annoverati nei nomi di Willem Dafoe (Goblin), Alfred
Molina (DOC-OC) e Topher Grace (Venom), affiancati da Kirsten Dunst (Mary Jane)
e James Franco (Harry Osborn, figlio di Norman/Goblin), inseparabili sino al
terzo capitolo della saga. Oggi, il nostro diciassettenne Parker torna più
accattivante che mai, nella atletica fisicità di un Andrew Garfield che ricalca
fedelmente l’ironia e le prodezze ginniche di un ragno alle prese con
problematiche molto sopra le righe, riappropriandosi di una biondissima Gwen
Stacy (Emma Stone), compagna di Peter e assistente del ricercatore Curt Connors
(Rhys Ifans, reduce dalla tragedia shackespeariana di Emmerich), antagonista
del nostro eroe, nelle terrificanti spoglie di Uomo-Lucertola nel nome di
Lizard. Marc Webb dirige un film egregiamente magistrale, abbandonando l’idea
di un quarto episodio dato in eredità dal buon Raimi, per ricominciare tutto
dal principio, con il sapore acre dei colori di quelle tavole disegnate nel
sessanta, devoluto dalla fotografia di John Schwartzman, maniacale nei
virtuosismi cromatici, umorali come lo stesso protagonista, impregnato nelle
stressanti angosce che si divincolano come testi di un fumetto senza tempo che
ritrova la sua originale dimensione, complice la nuova era firmata RED Epic
Camera, figlia del 3D. Novanta giorni di riprese, dal 2010 ad oggi, per essere
nuovamente pronti a cadere nella tela del più “problematico” adolescente della
storia del fumetto americano... ringraziando Stan Lee per tanto estro in punta
di matita... “dal vostro amichevole
vicino di casa Spider-Man!”
Paolo Vannucci
lunedì 25 giugno 2012
DiCinema: la nuova Hollywood
Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l'ultima generazione di miti in celluloide Volto angelico e sensuale, la bellezza di un'attrice che ha ridato valore alle icone Hollywoodiane senza tempo, nelle grazie seducenti di Madeleine Stowe.
Le abbiamo sempre desiderate così, da quando Ava Gardner era Il Bacio di Venere e Rita Hayworth la spietata amante di Gilda, per non tralasciare la dolcezza di Jennifer Jones immortalata da De Sica nel suo nostalgico Stazione Termini, icone intramontabili di quella seduzione che si chiama desiderio. Tante attrici si sono "prodigate" per perpetuare quel clichè tanto caro al pubblico maschile, a volte ricorrendo a quelle "scorrettezze" che hanno fatto la fortuna di audaci caratteri immolate alla semantica cinematografica dei tempi moderni (vedi la Stone nel feticcio Instinct di Verhoeven o la Close nell'attrazione più fatale di Adrian Lyne). Oggi abbiamo un recente passato caratterizzato da un ventennio che ha segnato, nei pregi e difetti, il meglio della commedia drammatica devoluta in ogni genere, e Madeleine Stowe è, senza dubbio, una delle grandi attrici che ha saputo elargire bellezza e talento recitativo, anche quando il disimpegno sembra destabilizzare gli oneri di una critica che "felicemente" preferisce demonizzare a scapito della gloria. Classe '58, nel segno del Leone, con studi riversati nei corsi universitari di Cinema e Giornalismo, il battesimo cinematografico della Stowe avviene con la serie televisiva Baretta, per approdare al primo ruolo importante nella commedia diretta da John Badham, Sorveglianza... Speciale, accanto a Richard Dreyfuss e Emilio Estevez, poliziotti nebulizzati dalle grazie di una cameriera, che detiene la refurtiva per mano di un ricercato. Ma il colpo grosso viene fatto da Tony Scott, nel suo prolifico Revenge (recentemente riadattato e interpretato come serie televisiva), moglie bellissima e contesa dal solito dualismo affidato ad Anthony Quinn e Kevin Costner. Prova di merito al sequel di Chinatown, diretto e interpretato da Jack Nicholson, Il Grande Inganno, con un cast di prestigio che annovera nomi tra i quali Harvey Keitel, Meg Tilly e il cameo feticcio di Faye Dunaway. Incursione degna di merito nel Thriller drammatico diretto da Jonathan Kaplan, Abuso di Potere, nella solita disputa amorosa interpretata da Kurt Russell e Ray Liotta, rispettivamente marito e un agente addetto alla sicurezza, un pò troppo "invadente". La più meritevole celebrazione arriva con il film Kolossal di Michael Mann, L'Ultimo dei Mohicani, tratto dal romanzo scritto nel 1826 da J. Fenimore Cooper, cosceneggiato dallo stesso regista con Christopher Crowe, per il remake dell'omonimo diretto nel 1936, per riproporre romanticismo e azione storica, affidati alle doti di Daniel Day-Lewis e Wes Studi. Ritorno di fiamma per Kaplan, nel suo feticcio western Bad Girls, nella corale e più improbabile raccolta di prostitute "dal cuore d'oro" volute da Hollywood (Mary Stuart Masterson, Andie MacDowell e Drew Barrymoore le coprotagoniste), per immergersi nell'apocalittico cinecult diretto da Terry Gilliam, L'esercito delle Dodici Scimmie, per poi divagare nel caotico giallo-drammatico voluto da Simon West, La Figlia del Generale, tra i disimpegni disarticolati di John Travolta, James Woods e Timothy Hutton. Lasciato il grande schermo, la carriera di Medeleine si infittisce di produzioni televisive, tra le più meritevoli Southern Comfort, Raines e Revenge.
Di seguito, tutti i film dell'attrice:
Baretta (1978) - serie Tv
Blood & Orchids - serie TV (1986)
Sorveglianza... speciale (Stakeout), regia di John Badham (1987)
Revenge, vendetta (Revenge), regia di Tony Scott (1990)
Il grande inganno (The Two Jakes), regia di Jack Nicholson (1990)
Closet Land, regia di Radha Bharadwaj (1991)
Abuso di potere (Unlawful Entry), regia di Jonathan Kaplan (1992)
L'ultimo dei Mohicani (The Last of the Mohicans), regia di Michael Mann (1992)
America oggi (Short Cuts), regia di Robert Altman (1993)
Occhi nelle tenebre (Blink), regia di Michael Apted (1994)
China moon - Luna di sangue (China Moon), regia di John Bailey (1994)
Bad Girls, regia di Jonathan Kaplan (1994)
L'esercito delle dodici scimmie (Twelve Monkeys), regia di Terry Gilliam (1995)
Scherzi del cuore (Playing by Heart), regia di Willard Carroll (1998)
La proposta (The Proposition), regia di Lesli Linka Glatter (1998)
La figlia del generale (The General's Daughter), regia di Simon West (1999)
Impostor, regia di Gary Fleder (2002)
The Magnificent Ambersons, regia di Alfonso Arau - Film TV (2002)
We Were Soldiers - Fino all'ultimo uomo (We Were Soldiers), regia di Randall Wallace (2002)
Avenging Angelo - Vendicando Angelo (Avenging Angelo), regia di Martyn Burke (2002)
Octane, regia di Marcus Adams (2003)
Saving Milly - Film TV (2005)
Southern Comfort - serie TV (2006)
Raines - serie TV, 5 episodi (2007)
The Christmas Hope - Un regalo speciale - Film Tv (2009)
Revenge - serie TV, 22 episodi (2011)
giovedì 31 maggio 2012
Ma quale CANNES?
Impeccabili,
denigratori e autentici: i film che hanno insignito la 65° edizione del
Festival di Cannes, nel nome di Cronenberg
Dalla Palma d’Oro del regista/attore
Michael Haneke con Amour, alla
nemesi esistenziale di Robert Pattinson, per finire con la grottesca “denuncia”
all’italiana di Matteo Garrone.
Per il Red
Carpet più atteso della stagione cinematografica mondiale made in Europa, c’erano proprio tutti, patrocinati da un Nanni
Moretti “rispettabilmente”entusiasta di come siano stati egregiamente devoluti oneri
e meriti ad un cinema che nella semantica contemporanea ha dimostrato di essere
all’altezza di una Società dichiaratamente in crisi di “Valori”. Mentre
Michelle Williams rievoca le grazie patinate della Monroe, nel biopic
dell’attrice intramontabile di una plasticità iconastica che l’ha consacrata
sino all’estremo, le stelle contemporanee non hanno di certo risentito di
mancata celebrità, partendo da una Kidman sempreverde
(The Paperboy), seguita da un Brad Pitt che sembra non risentire ancora
dell’incedere di nuove leve destinate allo scettro di sex-symbol, richiamato da
Andrei Dominik dopo il “colpaccio” di Jesse James, per Killing Them Softly. Ma Cannes è fatto per il Cinema, ed è quello
che è stato soppesato, criticato e giustamente premiato, lasciando quei vuoti
destinati ai nomi che hanno mantenuto tante attese aspettative, enunciando il
tanto declamato David Cronenberg, “astro cadente” dell’edizione, giustamente innalzato dalla critica per il
suo Cosmopolis, complice il carisma
del meritevole Robert Pattinson, “provato” da una sceneggiatura che lo ha
voluto in viaggio su una bianchissima auto di lusso, alle prese con i problemi
finanziari di un ventottenne uomo in carriera, “separato in casa” da una Kirsten
Stewart, nell’analogo On the Road di
Walter Salles. La Palma d’Oro è toccata al film intimista, diretto e
interpretato da Michael Haneke, Amour, nella tragedia della malattia che segna la
vita di due coniugi artisti, tracciando un profilo umano da intenditori (già
vincitore nel 2008 con Il nastro bianco),
facendo dimenticare le improbabili
scivolate fuori concorso, vedi l’improponibile Dario Argento’s Dracula, affiancabile solo al Madagascar 3, per non deturpare l’autentica maestria di Bernardo Bertolucci
con il suo Io e Te. Ma l’Italia ha
ancora una volta avuto il suo Garrone quotidiano, bissando il precedente Gomorra (increduli, dopo le traversie
giudiziarie), riproponendo grottesche marionette di una povertà partenopea che
nei "prograammi" verità televisivi riesce a trovare la propria giusta
autoeliminazione. Per chi volesse sapere il titolo, dopo i vari cinepanettoni
vacanzieri alla Vanzina, a cui il regista deve tutto... Reality.
Palma d’oro:
Amour
di Michael Haneke
Gran premio:
Reality
di Matteo Garrone
Miglior
attrice: ex aequo per Cristina Flutur e Cosmina Stratan in Beyond the Hills di
Cristian Mungiu
Miglior attore: Mads Mikkelsen in The Hunt di Thomas
Vinterberg
Miglior
regia: Post tenebras lux di Carlos Reygadas
Miglior
sceneggiatura: Beyond the Hills di Christian Mungiu
Premio della
giuria: The Angels’ Share di Ken Loach
Paolo Vannucci
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