mercoledì 16 maggio 2012

DiCinema: la nuova Hollywood


Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi  che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide

Scaltro amatore, irriverente e sportivo dongiovanni: il volto di Hollywood che ha segnato la nuova commedia americana, nel talento di Dennis Quaid.
  
Beffardi e impegnati, con quella “faccia da canaglia” che scioglie i cuori di ferventi ammiratrici e “invidiosi” emulatori di tanta disinibita ostentazione. Hollywood li ha sempre cercati così, in bilico tra realtà e finzione, come ogni vero artista deve essere.  Dennis Quaid è decisamente uno degli attori che ha saputo deliziare la sofisticata commedia, senza danneggiare il risvolto drammatico che ogni talento deve saper confermare. Fratello di Randy Quaid, senza dubbio di comprimario valore nella carriera artistica di entrambi, la carriera da Dennis stenta a “decollare”, prima con un battesimo televisivo nella serie TV Baretta, per passare al primo cinecult firmato Peter Yates, All American Boys, 6 nomination all’Oscar e uno vinto per la sceneggiatura, elaborata revisione del sogno americano costruito sulla determinazione sportiva, non l’ultimo, visto l’analogo biopic sul football girato in coppia con Jessica Lange, Un Amore una Vita. Incursione “ad effetto” nel terzo episodio della saga battezzata da Spielberg de Lo Squalo, per approdare al celebrato cult fantascientifico-intimista di Wolgang Petersen, Il Mio Nemico, insieme a Louis Gossett Jr. nel ruolo dell’alieno, parabola cinematografica sulla diversità. Ritorno di fiamma del regista Peter Yates con il drammatico Suspect-Presunto colpevole, in coppia con la cantante-attrice Cher sulla scia delle aule di tribunale,  per approdare alla felice commedia di successo, Innerspace-Salto nel buio, restyling del cult diretto da Richard Fleischer  nel ’66, Viaggio Allucinante, con la vena comica irresistibile di Martin Short, vincitore di un Oscar per gli Effetti Speciali, coprodotti da Spielberg. Grande incursione musicale sulla vita di Jerry Lee Lewis, nel Great Balls of Fire diretto da Jim McBride, con Winona Ryder nei panni della cugina, per consolidare la propria capacità e talento nel capolavoro di Alan Parker, Benvenuti in Paradisoepopea famigliare (deliziosa Tamlyn Tomita) sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale, tra i campi di prigionia per i deportati nipponici in terra americana. Lawrence Kasdan lo vuole nel Doc Hollyday di Wyatt Hearp, mentre Rob Cohen lo rilancia nel fantasy con Dragonheart, primo prequel di un filone che farà la fortuna di Peter Jackson nel nuovo millennio, per approdarci con il drammatico Frequency-Il Futuro è in ascolto, diretto da Gregory Hoblit, comprimario di James Caviezel. Roland Emmerich lo conferma nell’apocalittico The Day After Tomorrow, per poi deliziare la commedia patinata nel In Good Company, complici Scarlett Johansson e Topher Grace, diretti da Paul Weitz. Incursioni di analoga importanza, nei successivi G.I. JOE-La nascita dei COBRA, e il restyling voluto da Craig Brewer del cinemusical Footloose.

Di seguito, tutti i film interpretati dall’attore:

Baretta (1977) - serie Tv
All American Boys (Breaking Away) (1979), regia di Peter Yates
I cavalieri dalle lunghe ombre (The Long Riders) (1980), regia di Walter Hill
La notte in cui si spensero le luci in Georgia (The Night the Lights Went Out in Georgia) (1981), regia di Ronald F. Maxwell
Il cavernicolo (Caveman) (1981), regia di Carl Gottlieb
Bill (1981), regia di Anthony Page - Film TV
Dreamscape, fuga nell'incubo (Dreamscape) (1983)
Lo squalo 3 (Jaws 3) (1983), regia di Joe Alves
Uomini veri (The Right Stuff) (1983), regia di Philip Kaufman
Il mio nemico (Enemy Mine) (1985), regia di Wolfgang Petersen
Suspect - Presunto colpevole (Suspect) (1987), regia di Peter Yates
The Big Easy (The Big Easy) (1987), regia di Jim McBride
Salto nel buio (Innerspace) (1987), regia di Joe Dante
D.O.A. cadavere in arrivo (Dead on Arrival) (1988)
Un amore una vita (Everybody's All American) (1988), regia di Taylor Hackford
Great Balls of Fire! - Vampate di fuoco (Great Balls of Fire) (1989), regia di Jim McBride
Benvenuti in paradiso (Come See the Paradise) (1990), regia di Alan Parker
Cartoline dall'inferno (Postcards From the Edge) (1990), regia di Mike Nichols
Coppia d'azione (Undercover Blues) (1993), regia di Herbert Ross
Triangolo di fuoco (Wilder Napalm) (1993)
Omicidi di provincia (Flesh and Bone) (1993), regia di Steve Kloves
Wyatt Earp (Wyatt Earp) (1994), regia di Lawrence Kasdan
Qualcosa di cui... sparlare (Something to Talk About) (1995), regia di Lasse Hallström
Dragonheart - Cuore di drago (Dragonheart) (1996), regia di Rob Cohen
Istinti criminali (Gang Related) (1997), regia di Jim Kouf
Linea di sangue (Switchback) (1997), regia di Jeb Stuart
Scherzi del cuore (Playing By Heart) (1998), regia di Willard Carrol
Genitori in trappola (The Parent Trap) (1998), regia di Nancy Meyers
Savior (Savior) (1998), regia di Predrag Antonijević
Ogni maledetta domenica (Any Given Sunday) (1999), regia di Oliver Stone
Frequency - Il futuro è in ascolto (Frequency) (2000), regia di Gregory Hoblit
Traffic (Traffic) (2000), regia di Steven Soderbergh
A cena da amici (Dinner with Friends) (2001), regia di Norman Jewison - Film Tv
Un sogno, una vittoria (The Rookie) (2002), regia di John Lee Hancock
Lontano dal paradiso (Far From Heaven) (2002), regia di Todd Haynes
Oscure presenze a Cold Creek (Cold Creek Manor) (2004), regia di Mike Figgis
The Day After Tomorrow - L'alba del giorno dopo (The Day After Tomorrow) (2004), regia di Roland Emmerich
Alamo - Gli ultimi eroi (The Alamo) (2004), regia di John Lee Hancock
Il volo della fenice (The Flight of the Phoenix) (2004), regia di John Moore
In Good Company (In Good Company) (2005), regia di Paul Weitz
I tuoi, i miei e i nostri (Yours, Mine and Ours) (2006), regia di Raja Gosnell
American Dreamz (American Dreamz) (2006), regia di Paul Weitz
Prospettive di un delitto (Vantage Point) (2008), regia di Pete Travis
The Express (The Express) (2008), regia di Gary Fleder
The Horsemen (The Horsemen) (2008), regia di Jonas Åkerlund
G.I. Joe - La nascita dei Cobra (G.I. Joe: Rise of Cobra) (2009), regia di Stephen Sommers
Pandorum - L'universo parallelo (Pandorum) (2009), regia di Christian Alvart
Legion (Legion) (2010), regia di Scott Stewart
I due presidenti (The Special Relationship) (2010), regia di Richard Loncraine
Footloose (2011), regia di Craig Brewer
Che cosa aspettarsi quando si aspetta (What to Expect When You're Expecting), regia di Kirk Jones (2012)

venerdì 4 maggio 2012

Hollywood si rinnova con la sfida di HUNGER GAMES

Cacciatori e vittime, nell’arena apocalittica nata dalla scrittrice Suzanne Collins, per il nuovo culto adolescenziale post Twilight

  Fantascienza intrisa di rimandi a un cinema che “sacrifica” soggetti adulti e problematiche giovanili, per la nuova fenice diretta da Gary Ross. 

 E’ inutile opporsi alle pretese delle nuove generazioni, quando sembra tutto manovrato da un “Mangiafuoco” che è sempre in cerca di svogliati seguaci di un cinema disimpegnato, ma che riesce ad entusiasmare “grandi e piccini”, spettatori paganti di una nuova moda di favole narrate nell’era dell’Ipad. Tutto è iniziato nei ‘70 chic, quando Michael Anderson rielaborò il romanzo scritto a quattro mani da William F. Nolan e Geoge Clayton Johnson, per essere quel La Fuga di Logan, sobriamente interpretato da Michael York e Peter Ustinov, novella futurista di una società regolata da un Carosello che raggira devoti contribuenti, nel nome di una Fede debellata da uno Statuto assassino. Stessa ideologica sorte per il culto uscito l’anno successivo (siamo nel 1976) firmato da Norman Jewison, dove un James Caan era (o sarà?) il gladiatore idolo di una Società che è riuscita a debellare la Guerra, incanalando Violenza e Sport in unico tributo chiamato Rollerball. Assuefatti ma non stanchi, ci ha riprovato Michael Bay nel 2005 (The Island), anestetizzando una Società tenuta “nascosta”, perfetti cloni di un mondo reale che garantisce privilegi e benessere alla classe più abbiénte. Oggi è il turno di Gary Ross, reduce da un analogo Pleasentville, per decorare di misticismo cinematografico, la trilogia scritta da Suzanne Collins. Il titolo è The Hunger Games, opera senza sequel, làscito delle innumerevoli saghe dedicate al culto vampiresco iniziato dalla Meyer con Twilight, oggi all’ultimo capitolo in attesa per l’uscita in sala in quel di Novembre. La nuova eroina è servita a dovere (Jennifer Lawrence, alias Katniss), moderna Cenerentola con la Sindrome di Robin Hood, immolata al gioco crudele per salvare la sorellina dodicenne, estratta dalla Lotteria che declama i Tributi, elargiti con cinica sobrietà televisiva, degnamente caratterizzata da Stanley Tucci (il conduttore Caesar Flickerman). Un apocalittico Reality Show dove i partecipanti ne possono solo uscire realmente sopravvissuti (complici le traversie Made in Italy offerte dalla RAI?), e sotto gli occhi di uno spettatore pagante (noi) che contuiniamo a chiedere sempre di più. La morale cinica di uno spettacolo circense interattivo, dove gli SMS che decretano le nomination sono veri e propri doni di cibo che “aiutano” i partecipanti a proseguire alla loro stessa autoeliminazione. Morte e Romanticismo sono, dunque, i principi animatori di questa giostra psichedelica, orchestrata dal regista, che allunga le mani “a più non posso”, tra gli stessi istrionismi cromatici offerti da Buz Luhrmann nel suo “autentico” Romeo+Giulietta, immergendo Lenny Krevitz (Cinna), Donald Sutherland (Presidente Snow) e lo stesso Woody Harrelson (l’anima redentrice Haymitch), in questa “aberrante” love story a lieto fine, dove il male viene sempre punito e l’esito è un risultato ambiguo di quella stessa equazione. Chi sarà la prossima vittima?

 Paolo Vannucci

martedì 10 aprile 2012

E CHI LO DICE CHE NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI 80?


Dall’Argentina con furore, la rivoluzione del nuovo millennio delle telenovelas sudamericane, esclusivamente in salsa teenager

Da “Il Mondo di Patty” a “Champs 12”, la nuova moda televisiva che ha “catodizzato” il pubblico adolescenziale, strizzando l’occhio a chi ne sà di più.

Ne è passato di tempo, da quando il palinsesto della neonata tv commerciale “voluta” da Berlusconi era un continuo contendersi i favori e l’Auditel delle casalinghe devote a quelle nevrotiche maratone pomeridiane che non lasciavano tregua, tra una “Mamma RAI” debordata dal titanico DALLAS in conflitto con la seducente malizia della Collins “made in DYNASTY”, che non temevano il confronto con la spavalda audacia di quella neonata produzione sudamericana che osava di più, contrapponendo “Anche i ricchi piangono” (ahhh... malinconica Veronica Castro) alla prolifica vena statunitense fortificata in Sentieri (mentre Bold and Beautiful iniziava la sua “estenuante” ascesa con il benestare di Capitol, tra interscambi di prime serate “complici”), ignari di diventare interminabili saghe semiepistolarie, con interpreti che allungavano il passo a colleghi che volentieri ridavano volto e fattezza senza fotoritocco (ahimè, oggi si fa così). In Italia, hanno fatto la fortuna di qualche produzione che neppure in America avrebbero sperato tanto, vedi Quando si Ama (Loving, la serie originale, è proprio il caso di dirlo), dove alcuni episodi furono ambientati a “casa nostra”, proprio per omaggiare tanto inaspettato successo. Luca Ward era la voce-idolo di Palomo, in perfetto look capello permanentato lucido- piratesco, nei salotti di Patrizia Rossetti, madrina dei pomeriggi di Rete 4, anticipando la contemporanea Milly Carlucci che cerca (invano?) di far “danzare” combinate coppie di “gente di spettacolo”, ritrovandoci un Ridge (Ron Moss, l’attore...) che vuole ancora stupire le sue fans. Di certo, ha vinto Andrè Gil, ventenne protagonista della “Telenovelas” made in Disney Channel, Il Mondo di Patty, resa pubblica su Italia 1 solo lo scorso anno, per tastare una audience senza payTV... tanto noi tutti abbiamo RaiGULP, e di produzioni italiane ne contiamo a dozzine, vedi la primissima riedizione di Kiss me Licia, con la stessa Cristina D’Avena, cantante idolo delle sigle televisive anni 80, a dare voce e volto in carne e ossa all’omonima trasposizione del cartone animato. Oggi, il risultato è identico... traumatizzati o meno, ma per fortuna la fascia di età a cui, presumibilmente, tali produzioni sono rivolte è rimasta immutabile. Quindi benvengano tutte queste sobrie adolescenti in cerca del loro primo bacio, tanto la tv può ancora servire a qualcosa, mentre per chi è più “grandicello”, si consiglia “caldamente” Champs12, vero alveare di giovani bellezze che non hanno nulla da invidiare alle “consorelle” Megan Fox e Liz Taylor, rispettivamente Dolores e Paula Castagnetti, a proprio divertito agio in simili dipartite di Cuore. Per i più masochisti: www.champs12.com

Paolo Vannucci

lunedì 26 marzo 2012

ALLAN POE indagato tra le pagine di THE RAVEN


John Cusack interpreta lo scrittore culto della letteratura gotica americana, nelle mani del regista James “V” McTeigue

Dal regista di "V per Vendetta", l’inedita trasposizione del padre precursore del romanzo noir e poliziesco, nel capolavoro cult dello scrittore.

“Un corvo si adagia stanco su di un ramo, mentre l’eco del suo richiamo pervade la gelida scena di un delitto”. Bastano queste brevi righe per introdurre l’immaginario collettivo degli estimatori (e non) di quella cultura letteraria nata a metà ottocento, dai natali esclusivamente statunitensi e riassunta in un nome che ha firmato i racconti più celebri di quel genere noir che ha definito lo stile gotico di intere generazioni rinnovate sino ad oggi, devote ai titoli che hanno infervorato la fantasia dell’autore Edgar Allan Poe, dall’omonimo The Raven (il corvo), scritto nel 1845 insieme ad una raccolta di poesie, attingendo dalla prosa shakespeariana da cui è debitore, mantenendo quell’autenticità che ha definito lo stile poliziesco, riversato nel personaggio di Auguste Dupin, nato nel 1841 per i giornali dell’epoca (il Gift e Graham's Magazine), da quel racconto inedito I delitti della rue Morgue, ispirando lo stesso regista James McTeigue nel ridosare quegli stessi ingredienti (da non tralasciare Il Pozzo e il pendolo e Lo Scarabeo d’Oro tra i titoli dello scrittore), per riproporre “l’originale” The Raven come biopic di Poe. Distaccandosi dalla plastica dinamicità lasciata alla Graphic Novel del celebre V per Vendetta, surrogato postadolescenziale di “Orwell 1984” (discutibile), rubando John Cusack dal filone apocalittico-catastrofico di Emmerich, per non debilitare l’attore nel ritrovato ruolo di scrittore “squattrinato” (lo stesso Allan Poe deturpato dai diritti d’autore per l’omonimo romanzo pubblicato all’epoca), McTeigue ridona forma e contenuti (restyling degno del collega cineasta Oliver Parker per il “suo” Dorian Gray) a questa riuscita riedizione, senza tralasciare nessun dettaglio al caso (appunto), partendo dallo stesso Luke Evans nel ruolo del detective Emmett Fields, lettore non estimatore dei racconti di Poe, incaricato a risalire all’artefice dei delitti di un omicida che usa i saggi dello scrittore come mittente assassino. In un’atmosfera celebrata dalle scenografie di Roger Ford e dalla fotografia di Danny Ruhlmann (orchestrati dagli effeti speciali di Paul Stephenson e Szilvia Paros), si ritrovano gli stessi indizi trafugati dalla vita dello scrittore, in una inedita Emily (l’attrice Alice Eve), l’amore ostacolato dal padre nell’autentica Sarah Elmira Royster, tra le tante muse che hanno animato l’animo romantico dello scrittore. Tutto si evolve in quel perfetto mix di ironia e noir gotico degni dell’autore. In una lettera scritta a Kennedy nel 1835, uno dei pochi suoi ammiratori, Poe si confessò:« Sono in uno stato depressivo spirituale mai fino a ora avvertito. Mi sforzo invano sotto questa malinconia e credetemi, quando Vi dico che malgrado il miglioramento della mia condizione mi vedo sempre miserabile. Consolatemi Voi che lo potete e abbiate di me pietà perché io soffro in questa depressione di spirito che se prolungata, mi rovinerà… ». La risposta alle critiche caratteriali e bizzarre dell’amico fu la sua stessa ammissione: « Dopotutto potrebbe essere vero che i miei racconti siano scritti per scherzare anche se è possibile che questo scopo sia rimasto ignoto in parte anche a me. »

Paolo Vannucci

lunedì 5 marzo 2012

QUELLI CHE DISSERO NO


Premier della destra “rimandati” in prescrizione, Zar russi riconfermati dal popolo “sentitamente” commossi... e c’è chi dice NO?

Analisi di una società dispersa, attraverso uno spaccato morale di un dopoguerra ancora drasticamente attuale, nelle pagine scritte da Arrigo Petacco.

“Veramente i campi erano cinque, ma formavano un blocco solo. Vi si praticavano tutti gli sport e si mangiava bene. Era proprio bello stare là. Le nostre baracche erano comode. Era un’altra vita. Credevi mai di essere trattato così bene dai nemici!”

Siamo ancora sempre italiani, oggi come allora, quando l’8 settembre ’43, l’allora capo del Governo Pietro Badoglio annunciò la firma dell’Armistizio con gli Alleati, trasformando in fantasmi quei quasi seicentomila soldati, prigionieri nei vari campi allestiti da inglesi e americani, senza una bandiera a cui fare riferimento, divisi dal fascismo crollato e un re costretto alla fuga.

“Fascismo o antifascismo, monarchia o repubblica non rappresentavano d’altronde i veri termini del dissenso. Ciascuno avrebbe voluto dire la sua, spiegare il perchè e il percome della propria decisione, ma non c’era verso: era consentito soltanto un monosillabo, si o no”.

La stessa domanda che ci facciamo oggi, ricercando un improbabile ordine tra “giochi di potere” che rimandano a farse rielaborate, in preda ai deliri di onniscenza che padroneggiano, con sfacciata, denigrante imposizione, le trame di un mediatico processo di autoassoluzione. Chi sono i vinti e i vincitori? Un Luigi Fasulo emulò un attacco terroristico, “atterrando” contro il nostrano grattacielo Pirelli (ma sì, chiamiamolo pure PIRELLONE), attoniti e increduli, “mooolto” di meno di uno Schettino che ammonisce con un pittoresco “iamme... và”, ammutinando una nave da crociera, telefonino in mano, sotto le imprecazioni di un Capitano De Falco, rimpiangendo forse i fasti di un Poseidon, arenato “tra le braccia del Titanic”. Eppure continuiamo a voler credere che possa essere tutto frutto di una “dissacratoria” voglia di emulazione, con tanto di veri protagonisti di un Reality Show raccapricciante, sulle spalle di una crisi economica che oscilla sulle parole esangui di un Monti che sembra costretto a fare il doposcuola, mentre Berlusconi si “dimentica” che c’è un Segretario di Partito in carica, rimediando un calcio d’angolo con incursioni da ritrovato Presidente di un Milan, rollando un Galliani che sembra partecipare a “Quelli che il Calcio”, imprecando per poi sorridere, dietro le traversie di un Signori, che reclama una Nazionale “onesta” all’unico che crede di fare squadra nel nome che fu in quel di Prandelli (o a brandelli), mentre continuiamo a essere italiani.

“Anni dopo, nel 1951, il competente distretto militare inviò a utti i “condannati”, il seguente comunicato

La punizione a gg.5 A.S. inflitta – all’atto del rimpatrio – dalla commissione centrale per l’interrogatorio degli ufficiali reduci dalla prigionia è da considerarsi annullata.

Fu un’ipocrita riabilitazione generale o la riparazione consapevole di un’ingiustizia? Chissà...”

Paolo Vannucci

martedì 14 febbraio 2012

DiCinema: la nuova Hollywood


Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide

Uno dei Sex Symbol più acclamati dell’ultima generazione, nel camaleontico fascino del degno erede di Robert Redford, Brad Pitt.

Tanti aspiranti giovani attori hanno sfidato la sorte, cimentandosi all’ombra del “Gigante”, troppo breve per poter elargire meriti più eccelsi e troppo grande per poter essere riciclato nel limbo delle stelle cadenti di Hollywood. Sicuramente, di strada ne ha fatta, quel “ragazzotto” dell’Oklahoma dotato non solo di fascino (indispensabile, per carità), ancora troppo acerbo per poter essere accostato al suo più accreditato pigmalione, quel mito consacrato da “Rob” Redforfd, che lo ha voluto, diretto e impalmato nella maturazione d’attore, necessaria per poter meritarsi lo scettro di autentico, insostituibile, bellissimo astro della eterna Mecca del cinema mondiale. Classe ’63, mancato giornalista (per fortuna!), quello sprovveduto “uomo-sandwiches” che si aggirava per le strade in cerca di soldi e aspirazioni, prima di diventare l’autostoppista Robin Hood del Thelma e Louise di Ridley Scott, ha fatto la sua robusta gavetta nelle accreditate partecipazioni televisive, passando tra i set di Genitori in Blue Jeans, Dallas e 21 Jump Street (un episodio, al fianco dell’amico e confermato protagonista della serie, Johnny Depp), per arrivare al cinema da vero “new-talent”. Tutto ha inizio con Senza via di scampo, battesimo nel genere spionistico che lo rivedrà protagonista nei successivi Seven di David Fincher, L’Ombra del Diavolo di A.J.Pakula (ottimo Harrison Ford come spalla) e Spy Game di Tony Scott, riuscitissima incursione al fianco di Redford, che dieci anni prima lo dirige nel romanzato In mezzo scorre il Fiume, nei panni del reporter pescatore Paul McLean (Oscar alla fotografia per il francese Philippe Rousselot). Divagazioni nel fantasy adolescenziale, prima con Johnny Suede (scanzonato rockabilly diretto da Tom DiCillo) e nel clone di Roger Rabbit, Fuga dal mondo dei Sogni, investigatore dandy alle prese con una seducente Kim Basinger “disegnata” da Gabriel Byrne. Sballato e maledetto, al fianco della partner sentimentale del periodo, Juliette Lewis, nel Kalifornia di Dominic Sena, semi-riuscito road movie di facile presa, per riprenderne lo stile nel successivo Una Vita al massimo, ennesima opera di Tony Scott, con una sceneggiatura firmata da Quentin Tarantino. Neil Jordan lo “immortala” seducente vampiro nell’ Intervista col Vampiro (appunto), al fianco di un demoniaco iniziatore Tom Cruise, per passare all’epico posticcio di Edward Zwick, Vento di Passioni, affiancato da un patriarcale Anthony Hopkins e dall’ennesima partner sentimentale di turno Julia Ormond. Terry Gilliam lo vuole “pazzo e rasato” al fianco di Bruce Willis (come lo stesso Nicholson potrebbe desiderare), ne L’esercito delle 12 Scimmie, mentre Jean Jaques Annaud lo converte al buddismo (dopo un passato in Scientology) nel monumentale Sette anni in Tibet. E’ il turno di Martin Brest, miracolato dal Profumo di Donna, per l’ennesimo remake di Vi presento Joe Black, bellissima rivisitazione al classico patinato, supportato da Hopkins e l’ennesima partner Claire Forlani. Gore Verbinski lo impasta nel suo tipico stile onirico-demenziale, con The Mexican (Julia Roberts quasi non accreditata), per “affondare” nei vari Oceans Eleven-Twelve-Thirteen, diretti in pacco da Steven Soderbergh, con ciliegina George Clooney. Capolavoro, nella rivisitazione omerica ricostruita da Wolfgang Petersen, Troy, nei pani di Achille (ottimo Eric Bana nel troiano Ettore), per affiancarsi alla partner e consolidata moglie Angelina Jolie, nella “movimentata” coppia di Mr. & Mrs. Smith. Finalmente la prima consacrazione agli oneri di miglior attore, nella Coppa Volpi vinta con L’Assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, per sfiorare l’Oscar con Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher e il successivo Bastardi senza Gloria, sgangherata parodia demenzial-nazzista voluta da Quentin Tarantino. Baciato dal “furbesco” tocco di Terrence Malick sul “viale del tramonto” nel The Tree of Life, lo ritroviamo, oggi, alle prese con una squadra di baseball da rilanciare ne L’Arte di Vincere di Bennett Miller, senza tralasciare le felici incursioni al doppiaggio di Megamind e Happy Feet 2.

Di seguito, tutti i film interpretati dall’attore:

Senza via di scampo (No Way Out), regia di Roger Donaldson (1987) - Non accreditato
La fine del gioco (No Man's Land), regia di Peter Werner (1987) - Non accreditato
Al di là di tutti i limiti (Less Than Zero), regia di Marek Kanievska (1987) - Non accreditato
Innamorati pazzi (Happy Together), regia di Mel Damski (1989)
Giovani omicidi (Cutting Class), regia di Rospo Pallenberg (1989)
Vite dannate, regia di Robert Markowitz (1990)
Una pista per due (Across the Tracks), regia di Sandy Tung (1991)
Thelma & Louise, regia di Ridley Scott (1991)
Johnny Suede, regia di Tom DiCillo (1991)
Contact, regia di Jonathan Darby (1992) - Cortometraggio
Fuga dal mondo dei sogni (Cool World), regia di Ralph Bakshi (1992)
In mezzo scorre il fiume (A River Runs Through It), regia di Robert Redford (1992)
Kalifornia, regia di Dominic Sena (1993)
Una vita al massimo (True Romance), regia di Tony Scott (1993)
A letto con l'amico (The Favor), regia di Donald Petrie (1994)
Intervista col vampiro (Interview with the Vampire), regia di Neil Jordan (1994)
Vento di passioni (Legends of the Fall), regia di Edward Zwick (1994)
Seven (Se7en), regia di David Fincher (1995)
L'esercito delle 12 scimmie (12 Monkeys), regia di Terry Gilliam (1995)
Sleepers, regia di Barry Levinson (1996)
L'ombra del diavolo (The Devil's Own), regia di Alan J. Pakula (1997)
Sette anni in Tibet (Seven Years in Tibet), regia di Jean-Jacques Annaud (1997)
The Dark Side of the Sun, regia di Bozidar Nikolić (1997)
Vi presento Joe Black (Meet Joe Black), regia di Martin Brest (1998)
Fight Club, regia di David Fincher (1999)
Snatch - Lo strappo (Snatch), regia di Guy Ritchie (2000)
The Mexican - Amore senza sicura (The Mexican), regia di Gore Verbinski (2001)
Spy Game, regia di Tony Scott (2001)
Ocean's Eleven - Fate il vostro gioco (Ocean's Eleven), regia di Steven Soderbergh (2001)
Confessioni di una mente pericolosa (Confessions of a Dangerous Mind), regia di George Clooney (2002) - Cameo
Full Frontal, regia di Steven Soderbergh (2002) - Cameo
Troy, regia di Wolfgang Petersen (2004)
Ocean's Twelve, regia di Steven Soderbergh (2004)
Mr. & Mrs. Smith, regia di Doug Liman (2005)
Babel, regia di Alejandro González Iñárritu (2006)
Ocean's Thirteen, regia di Steven Soderbergh (2007)
L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford), regia di Andrew Dominik (2007)
Burn After Reading - A prova di spia (Burn After Reading), regia di Joel ed Ethan Coen (2008)
Il curioso caso di Benjamin Button (The Curious Case of Benjamin Button), regia di David Fincher (2008)
Bastardi senza gloria (Inglourious Bastards), regia di Quentin Tarantino (2009)
The Tree of Life, regia di Terrence Malick (2011)
L'arte di vincere (Moneyball), regia di Bennett Miller (2011)

lunedì 6 febbraio 2012

STRAORDINARIO SCORSESE con HUGO CABRET


Un ritorno alla regia del “maestro” Scorsese, ridisegnando il romanzo di Brian Selznick, nel tributo più spettacolare all’inventore del cinema George Méliès

Effetti speciali e culto romanzato, per il biopic più celebrativo del regista, tra magia, sogni e storia del cinema.

Nel 1861, nasceva a Parigi un uomo che avrebbe segnato la storia di quell’invenzione “brevettata” dai fratelli Lumière, per trasformare il neonato cinema in quel prodigio di illusione e realtà, conditi con sapiente maestria “di parte”. Il suo nome era George Mèliés, illusionista di mestiere e pioniere di quelle tecniche cinematografiche che hanno segnato l’immaginario di ogni cineasta che si è cimentato dietro la macchina da presa, sino ai giorni nostri. Dal memorabile Viaggio nella Luna (Le Voyage dans la Lune) del 1902, si sono susseguiti innumerevoli capolavori di montaggio (Viaggio attraverso l’impossibile e lo stesso antecedente L'homme à la tête en cahoutchouc) che hanno devoluto l’illusione effimera di quegli effetti speciali all’avanguardia (fotogrammi colorati minuziosamente a mano e dissolvenze), che hanno portato alla bancarotta la stessa Star Film di Mèliér. Oggi, quel lascito di 1500 pellicole lo ha “meticolosamente” rieditato un altro grande del Cinema, rappresentante della “Nuova Hollywood”, adattando il romanzo scritto nel 2007 da Brian Selznick (La straordinaria invenzione di Hugo Cabret) per farne un autentico capolavoro di cinema degno di tanta veemenza di stile. Il regista non poteva che essere Martin Scorsese, Classe ’42, dalle salde radici italiane devolute nel suo film-documentario Italoamericani, omaggio ai genitori e a tutti gli immigranti che hanno caratterizzato la Little Italy newyorchese. Cresciuto sotto una rigida educazione cattolica e segnato da un’asma che lo ha portato a concentrare ogni sua attitudine all’amore per il cinema (quei primi storyboard disegnati, sostituendo la cinepresa con la meticolosa riproduzione di scenari e personaggi), Hugo Cabret è il più imponente viaggio nel fantastico che Scorsese abbia potuto realizzare, riflettendo la propria adolescenza nella caratterizzazione di quei personaggi narrati da Selznick, nell’omonima storia scritta in due parti, impreziosita da centocinquantotto disegni e una pragmatica evocazione “Collodiana” allacciata allo stesso Georges Mèliés, nell’automa ritrovato dal padre orologiaio (un rinato Jude Law passato dal Lucignolo di A.I. a neo-Geppetto di Scorsese), portatore di un segreto rinchiuso nello stesso patrigno della ragazza, Isabelle (Chloè Moretz), amica del giovane Hugo (Asa Butterfield), orfano che vive di espedienti nella capitale parigina degli anni trenta. La rincorsa contro il tempo nel riunire l’automa al suo omonimo proprietario (Ben Kingsley, nella straordinaria somiglianza con l’autentico Mèliés), diventano un nostalgico monito a riappropriarsi di quel mestiere artigianale che non può essere soppiantato dalle prodezze delle nuove ere tecnologiche (benvenga il 3D!), quando ogni successione è sempre il risultato dell’evoluzione precedente, come la stessa alchimia riposta tra i due “riconosciuti” padri fondatori del cinema, i fratelli Lumière e Mèlière, nella stessa evocazione citata da Jean-Luc Godard, definendo i primi, portatori dello “Straordinario nell’Ordinario” e il secondo, dell’ “Ordinario nello Straordinario”. Rimane, in assoluto, un tributo al cinema fantastico in ogni tempo, dall’elaborazioni al computer del pionieristico Tron di Lisberger allacciato allo stesso Viaggio nella Luna, in quella panoramica di colore e luci sulla Torre Eiffel, epicentro di ogni animo artistico degno solo di essere ammirato. Da ogni critica di giudizio. Per sempre.

Paolo Vannucci