venerdì 20 gennaio 2023

Spielberg attraverso gli occhi di “The Fabelmans”

SPIELBERG "THE FABELMANS"
La crescita e i sogni del regista, nell’omaggio più autentico al suo amore per il cinema

A oltre settant’anni il grande Steven Spielberg attraversa mezzo secolo di storia americana, nel suo amarcord più autentico e delicato. Lo fa attraverso quell’esperienza maturata con gli occhi di quell’eterno bambino senza età, con quella maniera di raccontare le sue storie più belle, riuscendo a migliorare quel linguaggio narrativo che aveva fatto intravedere già con l’autentico Munich, vero e tagliente come solo la drammaticità della vita può esserlo. Un ritmo meno favolistico che corre sui binari di quella narrazione che del linguaggio cinematografico ne si conoscono tutti i segreti. E di segreti Spielberg non ne ha mai avuti, almeno per il regista che ci ha fatto scoprire se stesso e sognare con le pagine più commoventi di quel racconto per immagini in movimento nato più di un secolo fa, attraverso l’obiettivo di una cinepresa. La stessa cinepresa che viene vista come il più grande mezzo che un giovanissimo Spielberg scopre di saper usare, e bene. Tutto per un cinema che nasce dalle sue stesse paure, come quelle di un bambino di sei anni che assiste in sala alla proiezione di Il più grande spettacolo del mondo (di Cecil B. DeMille), per rimanerne impaurito e affascinato, sorretto dall’amore artistico di sua madre e dal pragmatismo autentico del padre.

Una crescita fatta di giorni scanditi da quelle paure che ci fanno maturare, anche se l’odio antisemita non è mai un motivo per crescere. In questo film Spielberg si racconta a fondo, senza maschere e soprattutto senza quelle bellissime metafore che hanno sempre nascosto la vita del regista oltre la macchina da presa. Se E.T. era sempre stato dichiarato il film più autobiografico di tutti, oggi Steven si spoglia di quelle storie nate dalla fantasia e arricchite di quegli effetti speciali, per mettere da parte esseri surreali e fantastici e mostrarsi veramente a fondo. Ecco che si vedono i giochi di un bambino prendere nuova vita, da quel disastro ferroviario filmato in super 8 per tirarne fuori il suo primo filmino girato in casa. In questo film ci sono tutti gli elementi splendidamente fotografati da Janusz Kamiński, inseparabile come lo stesso John Williams dietro la partitura musicale della sua colonna sonora. E come poteva non esserlo.

Interpretato da una collaudata Michelle Williams (la madre Mitzi Fabelman), Paul Dano (il padre Burt) e un giovanissimo Gabrielle LaBelle nel ruolo del giovane regista, il film è un autentico tributo a quegli anni formativi che sanno fare crescere l’entusiasmo necessario ad aprire l’animo per regalarsi agli altri. L’amore materno filtrato in quell’intelligenza artificiale che ci ha toccato sino alle lacrime, per ritrovarlo identico e intatto, attraverso gli occhi di un bambino che chiede tutto il suo amore verso i propri genitori. Anche se le cose belle non durano per sempre. Come quegli amici e compagni di scuola che vengono usati per girare quei primi cortometraggi di un talento che si sta delineando. Forte e prepotente proprio come Super 8, prodotto assieme a J.J Abrams, quasi la prima auto dedica alla vita del regista. Ora che sappiamo di conoscerlo veramente bene. Autenticamente Steven Spielberg, il nostro uomo dei sogni.

Paolo Arfelli Vannucci


venerdì 9 dicembre 2022

Pinocchio: le mille vite di un burattino

PINOCCHIO FIRMATO DISNEY

Arriva il live action del più amato burattino firmato Disney, nelle tematiche esistenziali di un fanciullo senza tempo

Dopo rimandi nel nome del Covid, arriva la trasposizione tanto cara a quelle radici italiane che hanno fatto animare un ciocco di legno nelle vesti di un bambino alla ricerca di un padre, una madre in quel della fatina Turchina e a spasso sulle ali di quella fantasia che nell’arte trova nutrimento. Ne sa davvero qualcosa lo stesso regista che di corse contro il tempo sembra averne una grande esperienza, in quel Robert Zemeckis che ci ha fatto correre al volante di una futurista macchina del tempo nel suo Ritorno al Futuro. Tra orologi e dipartite di cuore da risanare, è riuscito a trapiantare la stessa fede nell’anima e nel cuore di un Geppetto nelle poliedriche forme riuscitissime di un Tom Hanks in vena di favolistiche amorevoli ansie paterne, immerso nelle terre italiane di fine ottocento, quando lo stesso Carlo Collodi ne consacrò la nascita in quelle pubblicazioni a puntate disegnate poi da Enrico Mazzanti e che hanno visto nascere un vero culto letterario alla ricerca di un messaggio morale vestito di cartapesta e mollica.

Il primo successo firmato dalla Disney arriva nel 1940, ovvero quando i cartoni animati sapevano davvero di bontà artigianale e mestiere. Come lo stesso Geppetto, mastro orologiaio e intagliatore di giocattoli alla ricerca di un amore perduto nel figlio deceduto, assistito dalla compagnia dei fedelissimi Figaro e Cleo, oggi ritrovati simili all’originale prodotto animato. Non importa più di tanto se la Fatina Turchina arride a una inedita donna di colore nelle procaci forme di Cynthia Erivo, laddove una più devota Gina Lollobrigida ci aveva fatto sognare nella favola firmata Luigi Comencini, quando quella versione così originale ha saputo ritoccare la stessa storia riportata in vita dallo stesso Roberto Benigni, prima in veste di burattino (il suo film diretto e interpretato) e poi da Geppetto, nell’elaborata trasposizione fedele al romanzo firmata da Matteo Garrone.

Zemeckis ha saputo ridare nuova verve a un film incompleto di per , impreziosito dalla sceneggiatura firmata a quattro mani con Chris Weitz e musicato dal fedelissimo Alan Silvestri, riportando in vita un classico accostabile a quel vortice di pixel e sentimento siglato Dickens nel suo Canto di Natale. La formula è sempre invariata e il risultato può felicemente arridere a un pubblico di fanciulli estasiati da tanto colore e magia orchestrati a dovere.

Il rammarico più grande risiede sempre nella discutibile scelta di una distribuzione affidata all’esclusivo canale privato a pagamento Disney+, laddove lo stesso flop al botteghino siglato Dumbo ha fatto tremare una casa di produzione così fervida e ricca di sorprese, tanto quanto lo stesso Guillermo del Toro nel suo Pinocchio in stop motion, alimentando una fulgida vita nella continua rinascita di un burattino che proseguirà a rincorrere i propri sogni alla ricerca di sé, quando la fantasia rimane sempre l’unica bugia che vorremmo sempre ascoltare.

Paolo Arfelli Vannucci

mercoledì 16 novembre 2022

La Seconda Volta di Diabolik!

Giacomo Gianniotti e Miriam Leone

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a firma dei Manetti Bros per le nuove avventure del personaggio interpretato da Giacomo Gianniotti, con Miriam Leone, Valerio Mastandrea e Monica Bellucci nella spirale del terrore

 A un anno dall’uscita del primo dei tre capitoli dedicati al celeberrimo personaggio tutto made in Italy ma dai richiami anglo statunitensi, esce nelle nostre sale il 17 novembre, “Ginko all’attacco”, per riprendere laddove tutto è stato lasciato dalla coppia Marinelli-Leone, con un granitico Valerio Mastandrea accalappiarsi l’epitaffio nel titolo, questa volta compiaciuto nel riscoprire l’amata Altea nelle forme di Monica Bellucci, sinuosa e pacata nelle sue sempreverdi cinquanta primavere. Sconfortati e non, almeno nelle aspettative di una critica che sembra bollare di tiepidi consensi una proposta fatta da chi di cinema semi trash vuole conoscerne sia i pregi che i difetti.

Un sapore un poco amaro, quindi, per chi non vuole saperne di una staticità ad effetto fumetto che sembra addirsi poco alla versione in celluloide. Forse la contemporaneità d’epoca offerta da Mario Bava poteva sposare meglio azione e fantasia, immersi proprio nel finire degli anni sessanta, quando la stessa Jaguar E-Type non sembrava così tanto démodé e gli occhi di ghiaccio di John Phillip Law sapevano terrorizzare almeno quanto, ammettiamolo, lo sguardo freddo di Luca Marinelli. L’effetto che dobbiamo riconoscere all’intenzione dei fratelli Manetti è ben riuscito, se davvero dobbiamo rendere i giusti meriti all’originale fumetto del sessantadue, proprio quello disegnato ambiguamente da Sergio Zaniboni, nelle cui copertine riscopriamo i tratti plastici dell’attore Luca. Una recitazione magari troppo poco plastica e rigida, ma dobbiamo ammettere che la stessa ruvidità di segno del periodo può non dare ragione alla scelta di stile dei registi.

Dal canto loro, con quell’esperienza maturata nei videoclip e la stessa stima riposta nelle letture del tanto prezioso fumetto delle sorelle Angela e Luciana Giussani, non potevano che ammaliare al punto giusto, avvalendosi anche di quel felice riscontro di pubblico avuto con L’ispettore Coliandro interpretato dall’attore feticcio Giampaolo Morelli, con cui vincono il David di Donatello per il miglior film con Ammore e Malavita e gettono le basi per arrivare a dirigere il nostro spietato ladro trasformista, con la neonata casa di produzione Mompracem.

Oggi lo sguardo assassino è affidato all’attore italo-canadese Giacomo Gianniotti, portato alla celebrità con la serie televisiva Grey’s anatomy e approdato al cinema con La Bomba di Giulio Base. Sempre impeccabile rimane la nostra bellissima Miriam Leone, adeguata al fregio delicato di una produzione a fumetti che oggi bacia amorevolmente lo stile regalato da Elio Silvestri e Giuseppe Palumbo. Poco ci importa se Zoe Saldana ci aveva regalato una più probabile Eva Kant in stile Colombiana, ma un certo cinema ad effetto lo lasciamo a una produzione statunitense che di certo può invidiarci i natali di un personaggio tutto nostro, e allora lunga vita a Diabolik!

Paolo Arfelli Vannucci

mercoledì 5 ottobre 2022

La leggenda del cavallino rampante rivive sul grande schermo nel biopic diretto da Michael Mann

 

ADAM DRIVER È ENZO FERRARI

Adam Driver nel ruolo del “Drake”, nell’ultima celebrazione di un mito dell’automobilismo italiano

Non poteva non “toccare” a uno dei simboli più importanti di quella cultura automobilistica italiana invidiata da tutto il mondo. Nell’uomo che ha creato un marchio e un impero capaci di innalzare lo stile e il design di un Paese costruito sulle ceneri di un dopoguerra che ha tracciato le vite di chi ha combattuto tra la stessa vita e la morte. Proprio come lo stesso Enzo Ferrari, riscattando la propria sorte uscendone illeso, tra quegli “incurabili” che lo hanno visto vincitore di quella pleurite che non lo ha debilitato nello spirito di chi ha conosciuto il dolore della perdita, negli affetti più importanti, dal padre e lo stesso fratello Alfredo,

«Era l'inverno 1918-1919, rigidissimo, lo ricordo con grande pena. Mi ritrovai per strada, i vestiti mi si gelavano addosso. Attraversando il Parco del Valentino, dopo aver spazzato la neve con la mano, mi lasciai cadere su una panchina. Ero solo, mio padre e mio fratello non c'erano più. Lo sconforto mi vinse e piansi.»

Una vita costruita dalla determinazione di un uomo, di un pilota, di un costruttore che ha impreziosito la vita di tutti coloro che hanno viaggiato insieme a lui, correndo su quelle macchine che hanno guidato i grandi nomi dell’automobilismo su pista, da Ascari a Lauda, da Scheckter a Villeneuve,

«Quando nel 1951 González su Ferrari, per la prima volta nella storia dei nostri confronti diretti, si lasciò alle spalle la "159" e l'intera squadra dell'Alfa, io piansi di gioia, ma mescolai alle lacrime di entusiasmo anche lacrime di dolore, perché quel giorno pensai: "Io ho ucciso mia madre".»

Il regista Michael Mann oggi ha raccolto il testimone di chi ha voluto raccontare la sua vita, in quei documentari “nostrani” che possono ripercorrere le aspirazioni di un vincitore, passando dall’esperienza di un regista che ha già raccontato un grande cinema con stile, da Insider a L’ultimo dei Mohicani, Alì, Miami Vice e Nemico Pubblico, forse spingendosi oltre nella scelta di quegli attori che potevano impersonare il nome del suo mito, da quella scelta ricaduta inizialmente su Hugh Jackman, per arrivare a un Adam Driver forse debilitante in quella fisicità così distante dall’Enzo Ferrari che tutti hanno sempre conosciuto e identificato. Nel 2003 il regista Carlo Carlei ha diretto uno scaltro Sergio Castellito in una miniserie televisiva che ha corso con i colori di una produzione meno spettacolare di quel girato proposto da Ron Howard in Rush, offrendo una delle pagine più strettamente legate alla celebrazione di una Formula 1 che ha visto protagonista la sfida di Niki Lauda e James Hunt, in quell’incidente che ha superbamente ricostruito un regista capace di dare valore alla storia celebrata dai suoi stessi protagonisti. La stessa storia che ha vissuto Enzo Ferrari sulla propria pelle e che ha saputo trasmettere nei valori di chi ha sempre messo le automobili al disopra di tutto. Anche della sua stessa vita, rischiando di perdere tutto. Ma i grandi nomi sanno di arrivare sempre più in alto, senza paura. Sempre.

Paolo Arfelli Vannucci

lunedì 3 ottobre 2022

I Temi della Solidarietà e dell’Inclusione nel Cortometraggio scritto da Roberta Palmieri e vincitore di “Una storia per Emergency”

CAPITAN DIDIER

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argherita Ferri dirige la piccola favola costruita dai sogni di un bambino, in un messaggio di umiltà e coraggio sulle onde della fantasia

Una storia breve, raccontata con la solida capacità di chi riesce a esprimere un innocente castello di carta con gli occhi di un bambino, immerso in quella solitudine costretta da un padre che non vuole rinunciare a offrire una dignità migliore al proprio figlio. Una storia raccontata nei disagi ordinari di chi vive ai margini di una società che vuole, sempre di più, sembrare antirazzista. Ma chi vive ai margini di una città moderna non conosce che la sola determinazione fatta di rassegnazione a un futuro che lascia poco spazio alle parole.

Una storia breve raccontata attraverso gli occhi di un bambino che usa le scatole di cartone procurate dal lavoro di un padre raider di una pizzeria, per costruirsi una barca fatta di sogni. Quelli grandi, usati per voler crescere al fianco di suo padre, per scoprire il mondo e non per vederselo distrutto da una pioggia fatta di cattiveria, quella vera e che deve ancora scoprire.

Roberta Palmieri ha saputo scrivere una piccola storia, sceneggiata con i propositi di chi conosce il mondo dei grandi, quello reale e costruito da altre persone che vogliono cambiare in meglio le prospettive di chi può ancora vivere una condizione di disagio sofferta, forse ancora troppo difficile da poter cambiare, ma ancora in tempo per poter essere migliorata. La regista Margherita Ferri ha avuto il merito di saper raccontare per immagini questo “mondo a parte”, con la propria esperienza di cineasta consolidata dalle recenti produzioni firmate Netflix negli episodi diretti per la serie ZERO (2021) e molti altri lavori registici suddivisi tra cortometraggi e documentari, in quello stesso Generazione d’azzardo girato nel 2013, forse ancora poco incisivo nello stile, ma nelle capacità confermate dalla stessa sceneggiatura scritta per The Nest, film diretto da Roberto De Feo con Francesca Cavallin, per la Colorado Film.

Il cortometraggio Capitan Didier ha il pregio di essere un progetto sublime nella sua fattura, dalla disincantata interpretazione dei suoi protagonisti, da Miguel Gobbo Diaz (già visto nella serie televisiva Nero a Metà, al fianco di Claudio Amendola e lo stesso Zero della regista Ferri) e il piccolo Salvo Adado, con le musiche scritte da Alicia Galli e un montaggio esperto di Mauro Rossi (Gli anni belli diretto da Lorendo d’Amico de Carvalho, 2022). Una storia breve, raccontata per chi vuole ancora credere. Senza cinismo. E basta.

Paolo Arfelli Vannucci

lunedì 26 settembre 2022

Oasis Supersonic… e oltre il Britpop

OASIS SUPERSONIC

Il rapporto emotivo dei fratelli Gallagher, in un viaggio introspettivo attraverso la musica e la propria ascesa

Ogni decade ha inesorabilmente tracciato un passaggio musicale che ha potuto elargire quella metamorfosi di stile, dove la genialità espressa dall'artista ha sempre potuto delineare la nascita di un genere innovativo, come testimoni di un tributo a quelle radici che si fondono con la continua ricerca di tecniche sperimentali che stabiliscono le frontiere della musica moderna. Ciò che si è delineato come Britpop ha visto la caratterizzazione di una acusticità repressa nel culto pop degli anni '80, totalmente rivoluzionata da un ritrovato bisogno di riportare la musica al suo stato “primitivo”, spogliandosi di quei virtuosismi delineati dall'abile uso di arrangiamenti sinth che hanno indubbiamente traghettato il sound verso una visione più commerciale del prodotto discografico. Il regista Mat Whitecross (con la produzione di James Gay Rees e Asif Kapadia, vincitori dell'Oscar per il film su Amy Winehouse) ha potuto dare valore ad un gruppo musicale che ha saputo valorizzare quelle timbriche “rudimentali”, abbracciando un periodo di nascita e crescita che è iniziato nel 1991 sino allo scioglimento avvenuto nel 2009. Gli artefici di questo fenomeno chiamato Oasis sono, indubbiamente, i fratelli Noel e Liam Gallagher (produttori esecutivi del docu-film), raccontati da un regista che ha ricucito la crescita umana di due ragazzi che hanno trasformato la loro voglia di emergere dall'ambiente sottoproletario di Manchester, con una lente lasciata più ad un ipotetico collage di frammenti fotografici ed emotivi, dando una dimensione umana a quel talento che è nato a rilento, per diventare quasi una forma di riscatto nella determinazione dell'essere “unici”, proprio come il titolo del primo singolo pubblicato, Supersonic.

Il rapporto con la madre Peggy, amorevole verso i tre figli (Paul, Noel e Liam) ai quali non ha mai negato il bisogno di esprimersi attraverso la loro crescita personale, è filtrato da un ritratto di legame solido, nonostante l'assenza di un padre alcolizzato che viene tenuto relegato inizialmente in secondo piano, per raccontare la vita comune di una normale famiglia senza apparenti problemi o ripercussioni emotive. Quelle che poi fa riaffiorare prepotentemente Noel, dipingendo il padre come quel meschino che ricorreva alle percosse non solo su di lui, ma su quella figura materna che ha saputo reagire ad una situazione di forte disagio, per riuscire a scappare di casa e poter far crescere i propri figli lontani da una figura paterna incapace di esserne all'altezza. E la figura materna viene ripresa dal regista in diversi momenti della scalata al successo dei propri figli, attraverso quei filmini sgranati che hanno una luce opaca e pigmentata dalla stessa umanità espressa dai ragazzi, sino a quel riavvicinamento paterno in prossimità di uno dei concerti del gruppo, in quella telefonata ricevuta da Noel, minacciando il padre al punto di farlo ricorrere all'uso dei media giornalistici per avvelenare un rapporto ormai naufragato per sempre.

Stilisticamente, una fotografia praticamente assente, dove la storia della band è l'unica protagonista assoluta di un documentario che esclude, praticamente, ogni legame esterno alla vita musicale di Noel e Liam, ribelli e scapestrati quasi controvoglia, come qualsiasi ragazzo che divide la propria vita tra lo studio e l'amore per il calcio. Lo stesso flashback iniziale di uno dei concerti più memorabili degli Oasis, quello tenuto a Knebworth Park nell'agosto del 1996, usato come prologo di un racconto che si addentra nell'armonia tenuta vincolata dalla tenacia caratteriale di Noel, il più determinato nella crescita musicale del gruppo, ma che ha sempre vincolato la sua creatività alla reattività artistica del fratello, in un rapporto simbiotico fatto di intese produttive nella composizione dei brani del gruppo. Una delle costanti che il regista ha saputo dosare, proprio per far scivolare il documentario, spezzandolo con l'irriverenza di quella genialità che si tinge di quella sregolatezza che ha marcato l'estroversione di un Liam più propenso all'irrequietezza scomoda di chi è consapevole di poter disporre di un ascendente così prepotente sulle masse giovanili, quasi tutelato da un Noel che poteva vantare una capacità tecnica maturata attraverso le trasferte come tecnico delle chitarre degli Inspiral Carpets, prima di fondare la band assieme al fratello e ai tre componenti della prima formazione del gruppo, ovvero Tony McCarroll (batteria), Paul McGuighan (basso), Paul “Bonehead” Arthurs (chitarra ritmica).

La crescita della Band viene scandita dalle trasferte giapponesi e americane, quest'ultima caratterizzata da uno degli episodi più “scomodi” della band, laddove a Seattle, il 23 settembre 1994, inizia il primo tour statunitense degli Oasis, e al Whisky a Go-Go di Los Angeles succede che, infastiditi dagli spettatori e dai fotografi, Liam si inasprisce contro di loro, mentre i componenti della band non riescono a sincronizzare l'esecuzione dei loro pezzi, riprendendo la loro performance tra lo sconforto generale. Ma non è solo Liam a dare il cattivo esempio, visto che ormai la fama di “ragazzacci” del rock sembra prendere il sopravvento sulle qualità stesse del gruppo musicale, visto il dichiarato uso di droghe e alcool da parte di Noel, ammettendo di assumerne in dosi abituali come una normale tazza di tè. Ma la popolarità della band è ormai all'apice e con l'uscita del secondo album (What's the Story) Morning Glory?, inizia la consacrazione della band con un sound più melodico e legato al grande successo in ascesa, confermato dal singolo Wonderwall, uno dei cult generazionali per tutti i fan degli Oasis, vincendo tre BRIT Awards come miglior band inglese, ma rifiutando con irriverenza la consegna del premio in una disputa tenuta da Noel con il conduttore Chris Evans.

La fama cede, poi, il posto all'umiltà dei due fratelli, che accendono il documentario con la consapevolezza di aver ricevuto molto da tutti quei fan che hanno riconosciuto grande il talento di una band che non ha mai nascosto nulla di se, nella gioia di una madre che ha solo saputo apprezzare la tenacia dei propri figli, in quell'arroganza apparente che svanisce dietro gli sguardi di Noel e Liam, sempre gli stessi bambini che cullavano i propri sogni e che hanno sempre cercato l'uno gli occhi dell'altro, per quell'intesa esternata sul palco e che li ha proclamati autentici pionieri di un genere che ha scritto una delle pagine più grandi e autentiche della storia della musica, accostabili alla grandezza ispiratrice degli stessi Beatles, mantenendo intatta la propria originalità che si fonde con un sentimentalismo riversato in un ringraziamento sentito come un finale tenuto sempre aperto nel cuore di chi ha saputo apprezzare la crescita della loro band… Si, proprio quella dei fratelli Gallagher.

Paolo Arfelli Vannucci


venerdì 23 settembre 2022

Alan Parker: meravigliosamente una vita in musica

ALAN PARKER: Una Vita in Musica

Il tributo più sentito al regista che ha raccontato l’evoluzione di stile di due generazioni che hanno accompagnato la storia musicale del cinema mondiale

Quando i contenuti cinematografici possono diventare delle piccole gemme di autenticità narrativa, la magia che il soggetto riesce a comunicare al pubblico riveste un ruolo di forte impatto, sia nei contenuti che nella riuscita caratterizzazione dei protagonisti. Il merito di Alan Parker è sicuramente uno dei più alti valori cinematografici espressi, in una carriera intrisa di quei sapori di classe proletaria che ha saputo forgiare un cineasta forte della propria consapevole determinazione. Nato e cresciuto nel borgo metropolitano inglese di Islington, la sua abilità si consolida nei primi lavori pubblicitari (la più nota è la campagna della Cinzano), per diventare produttore di se stesso e avviare quella promettente carriera cinematografica che ha visto rivalutare le più espressive icone musicali di mezzo secolo di cinema, arrivando a soppiantare con lo stesso Evita, quella gloria in musical di Norman Jewison (Jesus Christ Superstar), nei vocalizzi sublimi di Madonna Ciccone e lo stesso Antonio Banderas. Una capacità narrativa altamente valutata in quel capolavoro espressionista nella stessa sua combattuta e contradditoria generazione, in Pink Floyd The Wall, per celebrare le proprie origini girando un analogo The Commitments, sulle spalle di quei ragazzi di periferia che vogliono riportare il sound del corposo Soul tra i locali di Dublino, tra i brani di Mack Rice e Wilson Pickett. Un filo conduttore che riscopre quella morale giovanile che è sempre alimentata dalla stessa scintilla emotiva, anche se le mode possono segnare nuove tendenze e la musica cerca di alimentare nuove correnti di stile. Con Sing Street, il regista John Carney ha saputo amalgamare alla perfezione tutti gli stessi ingredienti, partendo da una storia che ci parla con un linguaggio sospeso tra due epoche; il presente e un passato, tra i più nostalgici e caratteristici che si possano definire. Ma il pregio migliore del film è quel sottile surrealismo degli eventi, trasposti in quell'acerbità che non vuole appesantirsi dei problemi degli adulti e che parla magicamente con il proprio linguaggio, innocente e puro. Nel 2007, Jason Reitman ha saputo raccontare le problematiche analoghe di un'età immersa nelle proprie difficoltà quotidiane, regalandoci quel cammeo di Juno, presentato analogamente al Festival del cinema di Roma e che ha affascinato i più scettici della critica, conquistando il premio Marco Aurelio come miglior film. Tutto riversato sulla spontaneità recitativa di Ellen Page e Michael Cera, laddove una maternità indesiderata può riuscire a colorarsi ugualmente di rosa e risultare piacevolmente credibile.

La capacità del regista John Carney, con Sing Street, è proprio quella di amalgamare la sua adolescenza adattandola ad una storia fresca e intelligente, in un periodo in cui la musica commerciale dava più peso all'immagine a scapito di quella qualità che solo i gruppi più originali riuscivano a mantenere. Il risultato è, dunque, apprezzabile, laddove i riferimenti stilistici del periodo si miscelano abilmente tra cinema e musica, senza appesantire un ritmo che trae vigore proprio dalla giusta dimensione lasciata al buon gusto dell'immagine, in quei video girati “sulla strada”, con metodo e intelligenza, proprio come gli originali degli '80, quando il new romantic era quasi un ritrovato stile di pensiero e il grunge sapeva adattarsi alle nuove leggi del mercato discografico. Alan Parker è riuscito, quindi, a costruire un ponte generazionale tra due epoche così vicine e distinte, insegnando un cinema colorato dalla stessa storicità degli eventi (Benvenuti in Paradiso e Mississippi Burning rimangono due ritrovati esempi di stile), laddove il valore musicale rimarrà sempre quella autentica celebrazione di un’arte rilasciata dai suoi stessi protagonisti, da quel poliedrico Fame che ha decantato la crescita di un valore che ha consacrato la stessa grandezza di un regista. Ad Alan Parker, con stima e gratitudine.

Paolo Arfelli Vannucci