lunedì 8 aprile 2013

BIANCA COME IL LATTE, ROSSA COME IL SANGUE... e si gira!



Dal successo del romanzo d’esordio di Alessandro D’Avenia, il film diretto da Giacomo Campiotti al seguito del “cinemoccia” italiano

Ritornano Leo & Beatrice, novelli Romeo & Giulietta revisionati dal professore liceale D’Avenia, per deliziare il genere adolescenziale iniziato da Federico Moccia.
  
“Formula giusta non si cambia”, sembra suggerire la nuova commedia italiana rivolta ai giovanissimi, arrivando persino a prendere in prestito volti e atmosfere che sfiorano il plagio dei diritti d’autore. Tanto nessuno se ne accorge, almeno così si augurano i produttori di un cinema italiano che ha trovato una strada battuta dalla fiction televisiva dalla quale nessuno vuole recedere, e ne sa qualcosa la giovane Aurora Ruffino, oggi Silvia, al fianco di Filippo Scicchitano, ex Scialla comprimario di Fabrizio Bentivoglio, immersi in quella voglia di crescere che non arriva mai... e quando arriva è ormai troppo tardi. L’importante è cogliere quell’attimo, viverlo e colorarlo meglio che si può, complice l’avidità di chi l’adolescenza l’ha già vissuta, meglio se è anche un professore di lettere ancora troppo giovane per smettere di guardare il mondo con gli occhi di un sognatore. Il professore è svelato, dietro i riccioli ribelli e ossigenati di un Alessandro D’Avenia che ha saputo calarsi nel ruolo di scrittore, con un corso di sceneggiatura e la capacità di riadattare la propria esperienza di giovane professore di un liceo qualunque, al servizio di quella fantasia intrisa di filosofia e poetica che, forse, “rompe” soltanto un pochino, ma sempre quel tanto che basta per farci essere sempre migliori. La storia la conosciamo tutti, almeno per chi il libro, da cui è tratto il film, lo ha divorato. Leo (Scicchitano), sedicenne immerso nel suo problematico mondo di studente, con l’amico Niko (Romolo Guerreri) compagno di vita e di calcetto. Poi c’è Silvia (Ruffino), seduta al banco di scuola e innamorata persa di quell’incosciente che pensa sempre a Beatrice (Gaia Weiss), bella e destinata a morire, tra quei capelli rossi che svaniscono tra le lenzuola bianche di un ospedale. Nomi importanti, che sembrano emergere dalle pagine del libro di letteratura del Sognatore (Luca Argentero) che ammonisce di congiuntivi e prosa le incertezze dei propri studenti. Una storia come tante, ma che riesce a dare vita ad un film carino e convincente, proprio come i colori che lo devono caratterizzare, il Bianco e il Rosso, appunto. Una regia riposta in Giacomo Campiotti, che ha saputo cogliere il meglio dei suoi recenti predecessori, ripescando Questo piccolo e grande Amore di Riccardo Donna, sulle note della celebre canzone di Claudio Baglioni, in quel valzer di colore e musica architettata ad arte, per saper essere cinema che può ancora valere il prezzo di un biglietto. Le note della canzone dei Modà, Se si potesse non morire, riesce a convincere quel scetticismo quanto basta, coreografando un videoclip che merita il successo di un film che vuole rimandare sempre l’attenzione al libro da cui è stato tratto. Merito di quel giovane professore di Lettere, cha a forza di sognare è riuscito a trovare la propria strada. Complimenti...           

Paolo Vannucci

giovedì 28 marzo 2013

IL CACCIATORE DI GIGANTI: il ritorno di Jack e il fagiolo magico


Bryan Singer dirige Nicholas Hoult, nel reboot ufficiale della celebre fiaba popolare inglese, con un cast d’eccezione tra i prodigi in 3D

Ritornano le imprese narrate da Benjamin Tabart e Joseph Jacobs, nel restyling diretto dal “papà” degli X-Men, Bryan Singer.   

“Ucci, ucci sento odor di cristianucci”.  Lo ha esclamato il Bryan Singer che ha resuscitato il fumetto di Siegel & Shuster nel mantello di Kal-El (Superman returns) e il prequel della dinastia degli X-Men, in attesa dell’imminente seguito del giovane gruppo capitanato da McAvoy. Se la fortuna del regista è legata alle gesta di eroi di carta (e qui si parla di una delle fiabe più popolari, tramandate dalla cultura inglese e importata dalla voracità statunitense), allora ci troviamo al cospetto di una delle più belle e meritate trasposizioni “computerartigianali” che farebbero invidia persino a zio Walt (Disney), quando nel 1947 si cimentò voce e disegni nel quarto lungometraggio d’animazione “di gruppo” (il nono di serie) distribuito dalla RKO, deliziandoci con un Topolino, Pippo e Paperino alle prese con la proverbiale scalata alle spalle del pacioso gigante (Bongo e i tre avventurieri), frutto miracoloso della crescita del germoglio leguminoso più promettente che si possa sperare. Se l’ilarità da sempre tramandata sin dalla prima pubblicazione The History of Jack and the Bean-Stalk (stampato da Benjamin Tabart), è sempre stata la chiave di lettura che è la madre delle favole folkloristiche di ogni tempo, Nicholas Hoult è praticamente perfetto per immergersi nel mondo fantasy popolato da sortilegi e magie, quasi un promettente e aspirante stregone in quel di Merlino (impossibile non fare riferimento alla fortunata serie televisiva omonima, trasmessa dalla BBC con Colin Morgan interprete, a cui lo scenografo Gavin Bocquet deve i propri meriti), nei panni analoghi di un timorato Jack che si trova costretto a difenedere le proprie terre dal Mondo dei Giganti, risvegliati, irritati e cocciuti nel reclamare la legittima podestà del proprio regno. Che di Leggenda sia, leggenda sia fatta... anche se questi “stralunati bamboccioni” di cattivo sembrano aver ben poca fattezza, confidando nella propria proverbiale indole primitiva, confrontandosi nell’umanità contrapposta dalla nobile casta ridimensionata dalle vesti regali di Re Brahmwell (uno Ian McShane ormai abituato ad amorfiche trasfigurazioni, da quando Rupert Sanders lo ha immolato a nano nel suo Biancaneve e il cacciatore), per essere affiancato da Stanley Tucci (altro cardine d’eccezione, dopo il circense showman televisivo di Hunger Games), solo per fare breccia nel cuore della principessa Isabelle (Eleanor Tomlinson), senza tralasciare Ewan McGregor (Elmont) e Raine McCormack nelle rappresentative recriminazioni da gigante. Gli ingredienti ci sono proprio tutti, per non deludere tante aspettative, mentre per ora possiamo solo remunerare l’ultima impresa cinematografica risalente a dieci anni fa, diretta da Brian Henson, con un Matthew Modine in chiave dickensiana, per ristabilire ordine nelle dispute genetiche controllate con etica noncuranza. Che un fagiolo possa destare tanta attenzione, questo lo staremo proprio a vedere...        

Paolo Vannucci   

mercoledì 13 marzo 2013

CARLO VERDONE: LA CASA SOPRA I PORTICI... “il film più importante della mia vita”



Uno dei ritratti più intimisti e celebrativi del regista e attore Carlo Verdone, tra le pagine della sua biografia, intrisa di ricordi e devozione ad una famiglia del cinema italiano

La vita dell’attore, raccontata con la voce dei propri sentimenti, dedicato al padre Mario e la madre Rossana, ai fratelli... e a quella casa in via Lungotevere. 



Una casa paterna, in via Lungotevere dei Vallati 2, avvolta in quella spogliata malinconia tipica dell’attore romano che tutti conoscono, attraverso i film e i personaggi che lo hanno fatto diventare il regista comico che ha saputo raccontare l’italiano borghese, popolare e  “fraccicone”, proprio come il grande Albertone Sordi nazionale, che poteva spiare dalla finestra di casa sua, sin da ragazzino, prima di diventare il padre putativo cinematografico che tutti abbiamo apprezzato ne In viaggio con papà.  Lui è Carlo Verdone, romano verace e fiero di esserlo, con quell’ umiltà tipica dei propri personaggi,  maschera dell’italiano medio degli ultimi 50 anni  di Belpaese, attraverso la maniacale pignoleria di Furio, la stralunata ingenuità da bamboccione di Mimmo,  al fianco di Lella Fabrizi (insieme hanno girato Bianco, Rosso e Verdone e Acqua e Sapone), i capisaldi della propria comicità, scaturiti dal primo contenitore del moderno varietà televisivo di Enzo Trapani, Non Stop, nel palinsesto televisivo di Rai 2 del ’78.  Il Verdone che non lo ha mai abbandonato, sin dal pionieristico centauro su due ruote visto in Troppo forte, scritto e interpretato insieme a Sergio Leone, personaggio ripreso circa dieci anni dopo nel Gallo cedrone, girato nel ’98... coatto al punto giusto, proprio come i neosposi di Viaggi di Nozze, complice la fedelissima Claudia Gerini, nel monito de “lo famo strano” , voluta anche nel precedente Sono pazzo di Iris Blond, musicista nel nome di quella passione per la musica che non lo ha mai abbandonato, sin da quando ascoltava i 78 giri in vinile della madre Rossana, comprati con i soldi dati da zio Gastone (“I dischi non vanno conservati con le copertine, ma devono essere sistemati in pila l’uno sopra l’altro... che stronzata colossale!”), mentre col tempo, nelle pareti della sua stanza, ci appendeva i poster dei Pink Floyd, dei Beatles e di Hendrix... a cui ha dedicato un altro frammento della propria personalità, nei panni di Bernardo Arbusti, critico musicale ipernevrotico e con la sindrome dell’analista nel Maledetto il giorno che t’ho incontrato,  al fianco di Margherita Buy, sceneggiato con un io narrante che ricalca fedelmente l’introspezione soggettiva dell’attore, molto simile al libro odierno. Una vita di ricordi, di amori e di amicizie, tra il primo trauma subito per la perdita del nonno materno Aldo (“aprivo la mano e lui vi posava i due dobloni, poi mi dava un’affettuosa carezza prima che fuggissi a mangiare quei buonissimi cioccolatini”), alla conoscenza sui banchi di scuola di un giovanissimo Christian De Sica (il suo personale “Grande Freddo” con Compagni di Scuola), corteggiatore di una tredicenne Silvia, sorella dell’attore, passato sotto il severo permesso di papà Mario (“è soltanto un pallonaro”), per poter ufficialmente frequentare la donna che sarebbe diventata la moglie di oggi (sua è la dedica di Io e mia Sorella, al fianco di Ornella Muti). Oggi, quella casa paterna la guarda dal di fuori, vuota di tutto ciò che un tempo è stata la loro famiglia, “lontana, per certi versi estranea”, come una foto del suo volto, “giovane, con i capelli leggermente lunghi, ignaro del futuro che lo attendeva”.   

Paolo Vannucci 

mercoledì 6 marzo 2013

Mamma mia... IL GRANDE E POTENTE Oz!


Dopo Alice in Wonderland, Sam Raimi e James Franco all’appello in casa Disney per il prequel del romanzo di L. Frank Baum

Effetti speciali e atmosfere “prese in prestito” dal cinema di Gilliam e Barton, per una  delle favole fantasy più celebrative della letteratura di Baum, nel Il Meraviglioso Mago di Oz.   

Mamma mia!... non vi preoccupate, non stiamo parlando del musical diretto da Phyllida Lloyd (si proprio quello, con una Meryl Streep che duettava con le pirotecniche canzoni degli Abba) e nemmeno della “recente” versione voluta dal Re del pop Michael Jackson, con una virginale Diana Ross alle prese  con mattoni gialli e uomini di pezza (I’m Magic / The Wiz), perdipiù diretta da Sidney Lumet. Stiamo parlando di un riassaggio disneyano ad opera d’arte, “purtroppo” preceduto da un recente viaggio colorato da Tim Burton, impreziosito da un Cappellaio d’eccezione, nella chioma arancio di Johnny Depp e uno Stregatto (che più stregatto non si può) nelle spirali della computergrafica in 3D. Facciamo un passo indietro, cominciando dal pionieristico Barone diretto in primis da George Méliès, quel Munchausen illustrato a fine ottocento e remixato da un Terry Gilliam, vestito dai Monty Python e condito in salsa Lewis Carroll. Penso che ci si possa accontentare di tanta magistrale cinematografia dai presupposti letterari. Ma, ovviamente,  non per la Disney, che ha pensato bene di assumere Sam Raimi, trascinando nella magica tela anche James Franco, meravigliosamente mago nei panni di Oscar Diggs, intrepido illusionista che abbandona il mondo reale (un circo nella polverosa Kansas) per trovarsi scaraventato in mongolfiera, nella città di Oz. Se pensare di essere grande può essere impresa di non poco conto, a rammentarlo ci pensano tre ammalianti streghe che diffidano il saccente mago agli occhi del popolo, e per questo compito sono state investite di poteri le conturbanti Mila Kunis (svezzata dall’orsacchiotto Ted, per il ruolo di Theodora), Michelle Williams (Glinda e il doppio ruolo della proverbiale compagna Annie) e Rachel Weisz (in mummifiche riesumazioni da Evanora), solo per farlo diventare umanamente un Mago migliore. Se Victor Fleming aveva dato il meglio di se con una Judy Garland in treccine e grembiulino, abbracciando un leone senza coraggio (Bert Lahr), un uomo di latta senza cuore (Jack Haley), uno spaventapasseri senza cervello (Ray Bolger), per un mago che non è quello che sembra... allora possiamo toglierci tanto di cappello, al cospetto di un ennesimo prequel sotto il libero arbitrio degli autori Mitchell Kapner e David Lindsay-Abaire, tratto ovviamente dai 13 racconti di L. Frank Baum, autore anche di tre cortometraggi girati dal 1913 al 14, considerando anche una prima bobina del 1910.  Se la meraviglia non è un’opinione, possiamo solo immergerci in questa “originale” scenografia di Robert Stromberg, dove gli effetti speciali devoti al 3D assorbono l’espressionismo tedesco, chiave di lettura che legava le opere di G. Dorè e lo stesso Lewis Carroll, diventando il virtuosismo grafico che può “vertiginosamente” strabiliare nella buffoneria esorbitante in cui Terry Gilliam ci aveva introdotto. Le architetture metropolitane nebulizzate in colorate aurore, già decantate nella celeberrima “Over the Rainbow” premiata con l’Oscar nel ’39, assumono un valore di ineguagliabile potere evocativo, non potendo non citare l’analogo Parnassus – L’uomo che non poteva ingannare il diavolo, sempre diretto da Gilliam nel 2009, in quel valzer “agrodolce” diventato la celebrazione postuma di Heath Ledger, nei ruoli cameo affidati ai “sostituti d’eccezione” Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell. Allora... non è tutto come può sembrare?  Forse...       

Paolo Vannucci

giovedì 28 febbraio 2013

85th Academy awards: le nominations della notte degli Oscar

Un padrino d'eccezione, Seth McFarlane, per la cerimonia piu' prestigiosa del cinema, tra nominations e Golden Globe

Candidati e vincitori, in attesa della consegna delle ambite statuette.

Una voce imponente, baritonale, avvisa i signori invitati ad attendere qualche minuto, mentre voci di comprensibile curiosità si fanno sempre più silenziose... Un anno di cinema stà per essere “passato al setaccio” della più prestigiosa Academy mondiale, quest’anno giunta alla 85esima edizione, tra anniversari celebrativi di tutto rispetto, nel nome degli Universal Studio e lo stesso compleanno del Bond siglato United Artists. I film e gli attori che hanno viaggiato nelle sale cinematografiche di un 2012 così pieno di contraddizioni è giunto al capolinea, con la solita riserva dei più attesi capolavori in prossimità del verdetto finale. Tutti hanno un comune denominatore; qualità. Soprattutto quando si è riusciti a sormontare l’onda gigante di un’epoca che ha battezzato il nuovo digitale, strabordante di computergrafica e illusione virtuale al limite del blasonato 3D. Ma i registi e gli attori hanno saputo prevalere, umanizzando un linguaggio cinematografico fatto, pur sempre, di attori. Steven Spielberg, dopo Chaplin, Allen e Kubrick, ha definitivamente firmato la sua grandezza con l’attesissimo Lincoln, pluricandidato (12 nominations) nel nome di Daniel Day Lewis, già premiato con il Golden Globe per la migliore interpretazione maschile, “soffiando” il ruolo al valoroso Liam Neeson, anacronisticamente inadatto per la parte (?), ripassando la storia con lo stesso rito nell’analogo contendente formato musical, Les Misèrables, oggi nelle parti affidate a Hugh Jackman e Anne Hathaway, entrambi premiati con il Globe per miglior attore e attrice in una commedia musicale. Più di tutti, l’ha spuntata Ben Affleck (miglior film e regia con Argo), surclassando prestigiosi contendenti quali Ang Lee (Life of Pi, con ben 11 nominations), Spielberg e lo stesso Quentin Tarantino con il suo sorprendente Django Unchained, due Golden Globe per la miglior sceneggiatura e attore non protagonista (Christoph Waltz). Michael Haneke prosegue la sua scalata di nominations (5 statuette) dopo Cannes, ancora in cerca di allori con il suo Amour, assaggiando il Globe come miglior film straniero. Il prestigioso Kolossal Anna Karenina, sorretto da una interpretazione su misura per la celebrativa Keira Knightly, divide le sue quattro nominations con contendenti di analoga portata, vedi lo stesso Peter Jackson con il suo The Hobbit: An Unexpected Journey  e il pluricandidato Les Misèrables (8 nominations), mentre sembra ammonita dall’Accademy, la cinica amarezza di The Masters, nelle candidature devolute alla coppia di attori protagonisti Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman. Degne di merito le nominations come migliori effetti speciali, dove spicca l’originalità di Rupert Sanders con il suo Biancaneve e il Cacciatore, in corsa anche per i migliori costumi con il contendente Mirror Mirror... “e allo specchio l’ardua sentenza”. Miglior colonna sonora originale, canzone e film d’animazione (Brave, già deliziato al Globe) chiudono questa anticipazione sui film in concorso, affidando a Skyfall i meriti migliori delle prime due onorificenze (un Golden Globe già assegnato alla canzone omonima) e la piacevole sorpresa del brano apparso nella spensierata commedia diretta da Seth McFarlane, Ted,con il pezzo  “Everybody Needs a Best Friend” composto dallo stesso regista e presentatore della cerimonia, in coppia con Walter Murphy. Tutto è pronto per la serata celebrativa del 24 Febbraio, soddisfatti di un cinema che ha saputo mantenere le sue promesse, che è cresciuto insieme a noi... e a noi non ci rimane che assistere a tanto meritato riconoscimento. Buon OSCAR a tuttii! 

Paolo Vannucci

venerdì 11 gennaio 2013

UN NATALE DA HOBBIT!

UN NATALE DA HOBBIT!Jackson-De Sica-Albanese, moschettieri nel nome del Re NATALE, ed è cinema tra i regali sotto l’albero

Il prequel della trilogia firmata da PeterJackson, gigante del Natale piu' "Apocalittico" di tutti i tempi.
Il conto alla rovescia è iniziato... scettici e scaramantici sempre più uniti, per scongiurare il 21 Dicembre più temuto, tra calendari maya che entrano in conflitto con il nostro lunario occidentale, schivo e annoverato tra i santi che ci proteggono, soprattutto sotto le feste comandate. Da chi? Innanzitutto dallo Spread... che parolaccia, soprattutto in un momento epocale sittolineato dal nostro Santo Padre, con il primo tweet declamato da ogni media, salutando i fedeli e rassicurandoci con la sua presenza... anche in rete. Abbiamo qualcosa da temere? Se dobbiamo divincolarci da un fisco che ci regala conguagli nel nome dell’IMU (altra parolaccia), non possiamo privarci di una festività minacciata da un governo “incasinato” che arranca tra noi, comuni contribuenti nel nome di Albanese, abete natalizio con il suo Tutto tutto, niente niente, guidato dal proverbiale Cetto La Qualunque, portabandiera di una classe politicante figlia dei nostri tempi... e che tempi. De Curtis si affacciava alla finestra, in quell’Italia in bianco e nero, gridando al megafono “Vota Antonio!”, e nulla è cambiato nell’omonimo attore che si sdoppia in tre, completando la strenna con gli immancabili Frengo Stoppato e Rodolfo Favaretto, reduci dal pimo episodio Qualunquemente, sempre scritto dal comico, garantendoci una dissacratoria ilarità in sintonia con l’umore che vogliamo risollevare, aiutato da un sempreverde Christian De Sica, clericale e natalizio, come vuole la tradizione (complici Lillo e Greg, spalle d’occasione), nel suo Colpi di Fulmine. Ma il piatto forte è servito dal magistrale Peter Jackson, ritornato a dirigere la sua creatura più epocale della storia del cinema, nel nome del romanzo scritto da J. R. R. Tolkien, “Il Signore degli Anelli”, oggi riproposto nell’inedita trilogia che vede protagonista l’hobbit Bilbo Baggins (Martin Freeman), nel prequel a lui dedicato, vero e proprio araldo di una stirpe decantata dagli stessi protagonisti, in quel mondo fantasy, devoluto dallo stesso scrittore, portatore elfico di un immaginario che deve tutto alla motion capture, capace di rinnovare un eterno Ian McKellen/Gandalf Il Grigio, oggi protettore del primo Baggins in quel viaggio senza fine, nella Terra di Mezzo popolata da goblin e nani che riconducono tutto a Gollum/Smèagol (sempre Andy Serkis), primo portatore dell’Anello. Oggi tutto sembra una mappatura del dio Google, abituati a navigare in una rete che sembra minacciata dall’obsolescenza più che dal reale fabbisogno quotidiano, ma non possiamo farne a meno, complici le riserve naturali della Nuova Zelanda, vincolo naturale con la realtà, fatta di persone, affetti e tutto ciò che vuole ricondurci al Natale, complice l’innocenza devoluta dalla carola belga, diretta da Ben Stassen, Sammy 2, viaggio ittico tra gli oceani dell’infanzia, con tutto ciò che serve per farci essere più in pace con noi stessi... e che Babbo Natale si ricordi di passare a portare i doni il 24 Dicembre... sempre che noi siamo lì ad aspettarlo! 
 


mercoledì 28 novembre 2012

MAMMA... HO PERSO IL CINEPANETTONE!


L’era di Boldi-De Sica, salutata dalla coppia Castellito-De Luigi... in un prequel natalizio “da grido”

Addio alla comicità estrema di una tradizione natalizia che lascia volentieri il testimone alla nuova generazione di cineasti e attori del cinema italiano.

Eppure è successo. Se sembrava impossibile privarsi di quel rito battezzato cinepanettone dall’ultimo ventennio del cinema italiano, oggi dobbiamo arrenderci da quella commedia che è nata in pieno pop anni’80, sotto il patrocinio musicale della Baby Records e il volere “geniale” di Carlo Vanzina, iniziando la multistaffetta con il primo Vacanze di Natale,  progenitore nel nome del virgulto De Sica in Christian, passando dal compagno Jerry Calà a Massimo Boldi, sfruttando quella spensierata verve comica fatta di adolescenziale goliardia sentimentale tanto celebrata dai riusciti e analoghi Sapore di Mare, per continuare ad essere cinema comprimario a tutti gli effetti, senza pretese e soddisfatti di una leggerezza che felicemente lascia il tempo che trova, vedi i vari Yuppies battezzati da Ricci in piena epoca berlusconiana scaturiti dal “Drive in” televisivo e gli assoli di Calà e Mauro di Francesco nei riusciti Chewingum e Vado a vivere da solo.  Oggi? La formula cambia... e con gli stessi ingredienti. Cristiana Capotondi è una trentenne eterna adolescente, proprio come vent’anni fa, quando un americano Luke Perry la faceva sognare, uscito dal Beverly Hills 90210  televisivo,  e ad aspettarla c’era sempre un principe azzurro, ammettiamolo pure... impacciato e fricchettone come il nostro Fabio De Luigi, alle prese con una famiglia comica e dissacratoria, come vuole la tradizione... natalizia e non. Traumatizzati? Ma neanche per sogno! “The show must go on”... e quindi si continua nella stessa maniera, attori sempre più convinti e registi presi in prestito dagli attori. Alessandro Genovesi e Paolo Genovese, rispettivamente registi di Il peggior Natale della mia vita (per il clan De Luigi) e Una famiglia perfetta, quest’ultimo imperniato su un “acrilico” Sergio Castellito in cerca di una felicità ricreata su misura dagli stessi attori, nei ruoli di una finta parentela in stile Nirvana. Pensate sia troppa esagerazione? Avete pensato bene... perchè il divertimento lo vogliamo proprio così... pieno di luci colorate, calde atmosfere in spassose battute sotto l’albero, anche quando il nostro cinema strizza volentieri l’occhio a quello americano... e il risultato è identico. Segno, dunque, che il cinema lo sappiamo fare... e anche meglio di tanti altri (vedi Acciaio, diretto da Stefano Mordini, esempio di un rinnovato neorealismo adeguato ai tempi). Grazie ad Antonio Catania, Diego Abatantuono, Laura Chiatti, Ale e Franz, Francesca Neri, Claudia Gerini, Marco Giallini... insomma, il Natale è sempre Natale, anche se, per dovercelo ricordare, si ricorre a qualche eccesso di convenienza, anticipando le uscite o accostando il tutto alla formula sempreverde del cinema d’animazione... oggi esclusivamente in computergrafica, vedi il pretenzioso Le cinque Leggende, ultimo nato della DreamWorks, adunata analoga di icone festive, tra Santa Claus, tatuato e in stile “capitano, mio capitano” che deve guidare un gruppo di celebrità vacanziere in pericolo, tra cui La fatina dei dentini e uno sbarbatello Jack Frost. ll Natale è salvo... per fortuna!

Paolo Vannucci