Un padrino d'eccezione, Seth McFarlane, per la cerimonia piu' prestigiosa del cinema, tra nominations e Golden Globe
Candidati e vincitori, in attesa della consegna delle ambite statuette.
Una
voce imponente, baritonale, avvisa i signori invitati ad attendere
qualche minuto, mentre voci di comprensibile curiosità si fanno sempre
più silenziose... Un anno di cinema stà per essere “passato al
setaccio” della più prestigiosa Academy mondiale, quest’anno giunta
alla 85esima edizione, tra anniversari celebrativi di tutto rispetto,
nel nome degli Universal Studio e lo stesso compleanno del Bond siglato
United Artists. I film e gli attori che hanno viaggiato nelle sale
cinematografiche di un 2012 così pieno di contraddizioni è giunto al
capolinea, con la solita riserva dei più attesi capolavori in
prossimità del verdetto finale. Tutti hanno un comune denominatore;
qualità. Soprattutto quando si è riusciti a sormontare l’onda gigante
di un’epoca che ha battezzato il nuovo digitale, strabordante di
computergrafica e illusione virtuale al limite del blasonato 3D. Ma i
registi e gli attori hanno saputo prevalere, umanizzando un linguaggio
cinematografico fatto, pur sempre, di attori. Steven Spielberg, dopo
Chaplin, Allen e Kubrick, ha definitivamente firmato la sua grandezza
con l’attesissimo Lincoln, pluricandidato (12 nominations)
nel nome di Daniel Day Lewis, già premiato con il Golden Globe per la
migliore interpretazione maschile, “soffiando” il ruolo al valoroso
Liam Neeson, anacronisticamente inadatto per la parte (?), ripassando
la storia con lo stesso rito nell’analogo contendente formato musical, Les Misèrables,
oggi nelle parti affidate a Hugh Jackman e Anne Hathaway, entrambi
premiati con il Globe per miglior attore e attrice in una commedia
musicale. Più di tutti, l’ha spuntata Ben Affleck (miglior film e regia
con Argo), surclassando prestigiosi contendenti quali Ang Lee (Life of Pi, con ben 11 nominations), Spielberg e lo stesso Quentin Tarantino con il suo sorprendente Django Unchained,
due Golden Globe per la miglior sceneggiatura e attore non protagonista
(Christoph Waltz). Michael Haneke prosegue la sua scalata di
nominations (5 statuette) dopo Cannes, ancora in cerca di allori con il
suo Amour, assaggiando il Globe come miglior film straniero. Il prestigioso Kolossal Anna Karenina,
sorretto da una interpretazione su misura per la celebrativa Keira
Knightly, divide le sue quattro nominations con contendenti di analoga
portata, vedi lo stesso Peter Jackson con il suo The Hobbit: An Unexpected Journey e il pluricandidato Les Misèrables (8 nominations), mentre sembra ammonita dall’Accademy, la cinica amarezza di The Masters,
nelle candidature devolute alla coppia di attori protagonisti Joaquin
Phoenix e Philip Seymour Hoffman. Degne di merito le nominations come
migliori effetti speciali, dove spicca l’originalità di Rupert Sanders
con il suo Biancaneve e il Cacciatore, in corsa anche per i migliori costumi con il contendente Mirror Mirror... “e allo specchio l’ardua sentenza”. Miglior colonna sonora originale, canzone e film d’animazione (Brave, già deliziato al Globe) chiudono questa anticipazione sui film in concorso, affidando a Skyfall
i meriti migliori delle prime due onorificenze (un Golden Globe già
assegnato alla canzone omonima) e la piacevole sorpresa del brano
apparso nella spensierata commedia diretta da Seth McFarlane, Ted,con il pezzo “Everybody Needs a Best Friend”
composto dallo stesso regista e presentatore della cerimonia, in coppia
con Walter Murphy. Tutto è pronto per la serata celebrativa del 24
Febbraio, soddisfatti di un cinema che ha saputo mantenere le sue
promesse, che è cresciuto insieme a noi... e a noi non ci rimane che
assistere a tanto meritato riconoscimento. Buon OSCAR a tuttii!
Paolo Vannucci
giovedì 28 febbraio 2013
venerdì 11 gennaio 2013
UN NATALE DA HOBBIT!
Il prequel della trilogia firmata da PeterJackson, gigante del Natale piu' "Apocalittico" di tutti i tempi.
Il
conto alla rovescia è iniziato... scettici e scaramantici sempre più
uniti, per scongiurare il 21 Dicembre più temuto, tra calendari maya
che entrano in conflitto con il nostro lunario occidentale, schivo e
annoverato tra i santi che ci proteggono, soprattutto sotto le feste
comandate. Da chi? Innanzitutto dallo Spread... che parolaccia,
soprattutto in un momento epocale sittolineato dal nostro Santo Padre,
con il primo tweet declamato da ogni media, salutando i fedeli e
rassicurandoci con la sua presenza... anche in rete. Abbiamo qualcosa
da temere? Se dobbiamo divincolarci da un fisco che ci regala conguagli
nel nome dell’IMU (altra parolaccia), non possiamo privarci di una
festività minacciata da un governo “incasinato” che arranca tra noi,
comuni contribuenti nel nome di Albanese, abete natalizio con il suo Tutto tutto, niente niente,
guidato dal proverbiale Cetto La Qualunque, portabandiera di una classe
politicante figlia dei nostri tempi... e che tempi. De Curtis si
affacciava alla finestra, in quell’Italia in bianco e nero, gridando al
megafono “Vota Antonio!”, e nulla è cambiato nell’omonimo attore che si
sdoppia in tre, completando la strenna con gli immancabili Frengo
Stoppato e Rodolfo Favaretto, reduci dal pimo episodio Qualunquemente,
sempre scritto dal comico, garantendoci una dissacratoria ilarità in
sintonia con l’umore che vogliamo risollevare, aiutato da un
sempreverde Christian De Sica, clericale e natalizio, come vuole la
tradizione (complici Lillo e Greg, spalle d’occasione), nel suo Colpi di Fulmine.
Ma il piatto forte è servito dal magistrale Peter Jackson, ritornato a
dirigere la sua creatura più epocale della storia del cinema, nel nome
del romanzo scritto da J. R. R. Tolkien, “Il Signore degli Anelli”,
oggi riproposto nell’inedita trilogia che vede protagonista l’hobbit
Bilbo Baggins (Martin Freeman), nel prequel a lui dedicato, vero e
proprio araldo di una stirpe decantata dagli stessi protagonisti, in
quel mondo fantasy, devoluto dallo stesso scrittore, portatore elfico
di un immaginario che deve tutto alla motion capture, capace di
rinnovare un eterno Ian McKellen/Gandalf Il Grigio, oggi protettore del
primo Baggins in quel viaggio senza fine, nella Terra di Mezzo popolata
da goblin e nani che riconducono tutto a Gollum/Smèagol (sempre Andy
Serkis), primo portatore dell’Anello. Oggi tutto sembra una mappatura
del dio Google, abituati a navigare in una rete che sembra minacciata
dall’obsolescenza più che dal reale fabbisogno quotidiano, ma non
possiamo farne a meno, complici le riserve naturali della Nuova
Zelanda, vincolo naturale con la realtà, fatta di persone, affetti e
tutto ciò che vuole ricondurci al Natale, complice l’innocenza devoluta
dalla carola belga, diretta da Ben Stassen, Sammy 2, viaggio
ittico tra gli oceani dell’infanzia, con tutto ciò che serve per farci
essere più in pace con noi stessi... e che Babbo Natale si ricordi di
passare a portare i doni il 24 Dicembre... sempre che noi siamo lì ad
aspettarlo!
mercoledì 28 novembre 2012
MAMMA... HO PERSO IL CINEPANETTONE!
L’era di
Boldi-De Sica, salutata dalla coppia Castellito-De Luigi... in un prequel
natalizio “da grido”
Addio alla comicità estrema di una
tradizione natalizia che lascia volentieri il testimone alla nuova generazione
di cineasti e attori del cinema italiano.
Eppure è
successo. Se sembrava impossibile privarsi di quel rito battezzato
cinepanettone dall’ultimo ventennio del cinema italiano, oggi dobbiamo
arrenderci da quella commedia che è nata in pieno pop anni’80, sotto il
patrocinio musicale della Baby Records e il volere “geniale” di Carlo Vanzina,
iniziando la multistaffetta con il primo Vacanze
di Natale, progenitore nel nome del
virgulto De Sica in Christian, passando dal compagno Jerry Calà a Massimo Boldi,
sfruttando quella spensierata verve comica fatta di adolescenziale goliardia
sentimentale tanto celebrata dai riusciti e analoghi Sapore di Mare, per continuare ad essere cinema comprimario a tutti
gli effetti, senza pretese e soddisfatti di una leggerezza che felicemente
lascia il tempo che trova, vedi i vari Yuppies
battezzati da Ricci in piena epoca berlusconiana scaturiti dal “Drive in”
televisivo e gli assoli di Calà e Mauro di Francesco nei riusciti Chewingum e Vado a vivere da solo. Oggi?
La formula cambia... e con gli stessi ingredienti. Cristiana Capotondi è una
trentenne eterna adolescente, proprio come vent’anni fa, quando un americano
Luke Perry la faceva sognare, uscito dal Beverly
Hills 90210 televisivo, e ad aspettarla c’era sempre un principe
azzurro, ammettiamolo pure... impacciato e fricchettone come il nostro Fabio De
Luigi, alle prese con una famiglia comica e dissacratoria, come vuole la
tradizione... natalizia e non. Traumatizzati? Ma neanche per sogno! “The show
must go on”... e quindi si continua nella stessa maniera, attori sempre più
convinti e registi presi in prestito dagli attori. Alessandro Genovesi e Paolo
Genovese, rispettivamente registi di Il
peggior Natale della mia vita (per il clan De Luigi) e Una famiglia perfetta, quest’ultimo imperniato su un “acrilico”
Sergio Castellito in cerca di una felicità ricreata su misura dagli stessi
attori, nei ruoli di una finta parentela in stile Nirvana. Pensate sia troppa
esagerazione? Avete pensato bene... perchè il divertimento lo vogliamo proprio
così... pieno di luci colorate, calde atmosfere in spassose battute sotto
l’albero, anche quando il nostro cinema strizza volentieri l’occhio a quello
americano... e il risultato è identico. Segno, dunque, che il cinema lo sappiamo
fare... e anche meglio di tanti altri (vedi Acciaio,
diretto da Stefano Mordini, esempio di un rinnovato neorealismo adeguato ai
tempi). Grazie ad Antonio Catania, Diego Abatantuono, Laura Chiatti, Ale e
Franz, Francesca Neri, Claudia Gerini, Marco Giallini... insomma, il Natale è
sempre Natale, anche se, per dovercelo ricordare, si ricorre a qualche eccesso
di convenienza, anticipando le uscite o accostando il tutto alla formula
sempreverde del cinema d’animazione... oggi esclusivamente in computergrafica, vedi
il pretenzioso Le cinque Leggende, ultimo
nato della DreamWorks, adunata analoga di icone festive, tra Santa Claus,
tatuato e in stile “capitano, mio capitano” che deve guidare un gruppo di
celebrità vacanziere in pericolo, tra cui La fatina dei dentini e uno
sbarbatello Jack Frost. ll Natale è salvo... per fortuna!
Paolo
Vannucci
martedì 13 novembre 2012
BREAKING DAWN: IL FINALE DELLA SAGA
Si conclude il
romanzo epico di Stephenie Meyer, nella progenie del matrimonio cult del
vampiro Edward e Isabella
Robert Pattinson e Kristen Stewart
ancora insieme, nel capitolo finale sempre diretto da Bill Condon, mentre è in
attesa un prequel dedicato al vampiro della Meyer.
La resa dei
conti è giunta al finale, tra entusiasmi e incassi al botteghino, tra
discussioni socio-educative di un fenomeno letterario felice per chi è
adolescente, leggero per chi osa sognare la giovinezza che fu, godibile per chi
pretende un cinema che ricicla clichè
letterari e mode contemporanee... insomma, nel bene e nel male, la “bigottona” Stephenie
Meyer ha decisamente travolto un pubblico di spettatori-lettori, stremati dalla
maratona dispensata in una quadrilogia (cinque romanzi, con lo spin-off, La seconda breve vita di Bree Tannent, dedicato
alla sfortunata neovampira di cui ne è stato dato corpo e anima nella infelice
intrusione della prima parte di Breaking
Dawn) battezzata cinematograficamente nel 2008 con la regia di Catherine
Hardwicke, cianotica rilettura anni ’80 fedele al romanzo, che ci ha introdotto nel mondo parallelo di lupi
e vampiri teenager, dove la truculenza è bandita e la novella in chiave shakespeariana
traccia i caratteri di un amore “sofferto” ma sempre a lieto fine. Promesse
mantenute nel successivo New Moon,
diretto un anno dopo da Chris Weitz, ampia tessitura (non solo musicale, visto
la riuscita partitura composta da Alexander Desplat) in terra toscana,
introducendo la famiglia dei Volturi manovrati da un mefistofelico Martin Sheen,
nei panni del capo clan Aro. Nuovi imprevisti si susseguono al ritmo dei
sempreverdi Muse (due hit in quattro film, Supermassive
Black Hole e Neutron Star Collision)
nel terzo capitolo Eclipse diretto da
David Slade, con ampie riletture teatrali da musical, per attirare
un’attenzione più matura nei risvolti sociali in cui si evolve lo stesso
romanzo, affidando ad Howard Shore l’abile sovranità di tanta manovrata disputa
tra lo stesso licantropo Jacob (Taylor Lautner) e un “terroristico” esercito di
trucidi neovampiri che vogliono minacciare l’unione di Edward e Bella. La
maturazione definitiva avviene con il neoassunto Bill Condon per il tanto
atteso matrimonio tra i due giovani, con sulfuree riprese da soap opera, per l’amplesso
più “complicato” che si possa raggirare, con una gravidanza che introduce la
tanto attesa trasformazione di Isabella in vampiro (gli effetti speciali da CGI
sempre affidati al Tippett Studio) e la
piccola Renesmee. Oggi siamo alla svolta
finale, tra le problematiche della coppia di neogenitori che vedono la loro
amorevole figlia semiumana (la piccola
Mackenzie Foy) crescere, contesa dalle attenzioni dei Volturi, drasticamente
mortali nella patriarcale sentenza di un diritto che viene energicamente
sostenuto dalla famiglia Cullen, aiutata dai vampiri “buoni” dei clan di tutto il mondo, chiamati a
difendere il proprio diritto alla famiglia. I giochi sono aperti, in questa
epica conclusione che ci ha visto maturare, almeno in parte, ammettendo che
l’innocenza rimessa nelle pagine di un budget milionario può servire realmente
a fare riflettere una moralità che sempre ha vacillato, quando le tematiche si
spogliano di una malizia che, volentieri, la cinica visione adulta lascia alla
purezza di quell’amore, non solo sognato dagli adolescenti di ogni generazione
e parte. E voi, da che parte state?
Paolo Vannucci
venerdì 19 ottobre 2012
JAMES BOND COMPIE 50 ANNI!
Torna l’Agente con Licenza d’uccidere, nel compleanno celebrativo più
importante della storia del cinema, con Daniel Craig elegantemente Bond
Il nuovo capitolo dell’agente creato da Ian Fleming, nell’era digitale che ha visto “rinascere” il mito iniziato da Connery.
La resurrezione. Questa è la parola d’ordine per poter accedere al nuovo mondo “bondiano” creato da papà Fleming, scomparso un paio d’anni dopo che la United Artist (5 Ottobre, 1962) comprò i diritti per l’intera opera letteraria dell’autore, affidando ad un giovane Sean Connery il ruolo dell’agente “doppio Zero” (proprio come la farina, per l’impasto più corposo a prova di spia) che sorseggia Martini (“shackerato, non mescolato”), amante delle belle donne (un vero campionario di Bond girl, dalla Andress alla Murino) e con un senso dello Humour da vero anglosassone. Una formula vincente che ha dato ottimi risultati, assorbendo gli status e le mode di mezzo secolo di costume e società, senza danneggiare un personaggio che ci ha accompagnato nel valorizzare le “nostre debolezze”, ovviamente per entrambi i sessi, dalla renitente Pussy Galore al carnale ossigenato Silva (l’ispanico Javier Barden) dell’ultimo neonato Skyfall, senza dimenticare i pregi e i difetti di una carriera cinematografica che ha visto vari passaggi di testimone (sei, compreso Craig) per un “marginale” làscito di parodie, compresa la non accreditata dai produttori Saltzman e Broccoli di Casino Royale del 1967, vero e proprio cult dissacratorio di un protagonista capace di cadere, per rialzarsi sempre impeccabile. Roger Moore ci ha accompagnato nel decennio più difficile, valorizzando (Moonraker, in piena Odissea siglata Shuttle) e demolendo (L’Uomo dalla Pistola d’Oro, nello Scaramanga-Christopher “Dracula” Lee, rilasciato a episodi nel Fantasylandia), dopo un veloce interscambio di ruoli con l’attore australiano George Lazenby, per l’unico matrimonio “indolore” di Bond (1969, Al servizio Segreto di Sua Maestà, Diana Rigg la sfortunata consorte), mentre Timothy Dalton ha avuto il merito di assestare un linguaggio cinematografico che sembrava arenarsi nella ripetitività scomoda di un clichè, abdicando dopo Vendetta privata (l’originale Licence to Kill). Pierce Brosnan ha ridato vita all’originale mito di Connery, posato e ironico a più non posso, completamente a suo agio in un ruolo che lo aveva già assestato in un prequel televisivo, devolvendo quattro episodi (Goldeneye, apripista d’eccezione) che hanno visto Judi Dench assumersi le responsabilità di una “M” tutta al femminile (non dimentichiamoci dell’eterna segretaria innamorata MoneyPenny), oggi destabilizzata da un Mallory, "sorprendentemente” Ralph Fiennes. Stessa sorte per l’arteficiere “Q”, oggi “sbarbatello” da vero Hacker, interpretato da Ben Whishaw, dimenticandoci di un John Cleese (Peter Burton rimarrà l’icona inimitabile) troppo sardonico anche per lo stesso Bond (tutto pur di vedere accessoriare l’immutabile Aston Martin, oggi riproposta con la stessa targa del 1962). Per Skyfall, Sam Mendes (vi ricordate American Beauty?) ha la responsabilità di dirigere per la terza volta un Daniel Craig (l’attore si è già visto accreditare altri due capitoli alla lista) “energico” e rassicurante anche da “morto”, visto che non è la prima volta che il personaggio di Fleming si è visto passare a miglior vita... ma parliamo di Bond, James Bond e per Sua Maestà, la Regina Elisabetta (comprimaria autentica, al fianco dell’Agente 007, alla cerimonia dei giochi Olimpici del 2012), la resurrezione non è che un contrattempo “scomodo”... ma risolvibile. Buon Compleanno James!
Paolo Vannucci
Il nuovo capitolo dell’agente creato da Ian Fleming, nell’era digitale che ha visto “rinascere” il mito iniziato da Connery.
La resurrezione. Questa è la parola d’ordine per poter accedere al nuovo mondo “bondiano” creato da papà Fleming, scomparso un paio d’anni dopo che la United Artist (5 Ottobre, 1962) comprò i diritti per l’intera opera letteraria dell’autore, affidando ad un giovane Sean Connery il ruolo dell’agente “doppio Zero” (proprio come la farina, per l’impasto più corposo a prova di spia) che sorseggia Martini (“shackerato, non mescolato”), amante delle belle donne (un vero campionario di Bond girl, dalla Andress alla Murino) e con un senso dello Humour da vero anglosassone. Una formula vincente che ha dato ottimi risultati, assorbendo gli status e le mode di mezzo secolo di costume e società, senza danneggiare un personaggio che ci ha accompagnato nel valorizzare le “nostre debolezze”, ovviamente per entrambi i sessi, dalla renitente Pussy Galore al carnale ossigenato Silva (l’ispanico Javier Barden) dell’ultimo neonato Skyfall, senza dimenticare i pregi e i difetti di una carriera cinematografica che ha visto vari passaggi di testimone (sei, compreso Craig) per un “marginale” làscito di parodie, compresa la non accreditata dai produttori Saltzman e Broccoli di Casino Royale del 1967, vero e proprio cult dissacratorio di un protagonista capace di cadere, per rialzarsi sempre impeccabile. Roger Moore ci ha accompagnato nel decennio più difficile, valorizzando (Moonraker, in piena Odissea siglata Shuttle) e demolendo (L’Uomo dalla Pistola d’Oro, nello Scaramanga-Christopher “Dracula” Lee, rilasciato a episodi nel Fantasylandia), dopo un veloce interscambio di ruoli con l’attore australiano George Lazenby, per l’unico matrimonio “indolore” di Bond (1969, Al servizio Segreto di Sua Maestà, Diana Rigg la sfortunata consorte), mentre Timothy Dalton ha avuto il merito di assestare un linguaggio cinematografico che sembrava arenarsi nella ripetitività scomoda di un clichè, abdicando dopo Vendetta privata (l’originale Licence to Kill). Pierce Brosnan ha ridato vita all’originale mito di Connery, posato e ironico a più non posso, completamente a suo agio in un ruolo che lo aveva già assestato in un prequel televisivo, devolvendo quattro episodi (Goldeneye, apripista d’eccezione) che hanno visto Judi Dench assumersi le responsabilità di una “M” tutta al femminile (non dimentichiamoci dell’eterna segretaria innamorata MoneyPenny), oggi destabilizzata da un Mallory, "sorprendentemente” Ralph Fiennes. Stessa sorte per l’arteficiere “Q”, oggi “sbarbatello” da vero Hacker, interpretato da Ben Whishaw, dimenticandoci di un John Cleese (Peter Burton rimarrà l’icona inimitabile) troppo sardonico anche per lo stesso Bond (tutto pur di vedere accessoriare l’immutabile Aston Martin, oggi riproposta con la stessa targa del 1962). Per Skyfall, Sam Mendes (vi ricordate American Beauty?) ha la responsabilità di dirigere per la terza volta un Daniel Craig (l’attore si è già visto accreditare altri due capitoli alla lista) “energico” e rassicurante anche da “morto”, visto che non è la prima volta che il personaggio di Fleming si è visto passare a miglior vita... ma parliamo di Bond, James Bond e per Sua Maestà, la Regina Elisabetta (comprimaria autentica, al fianco dell’Agente 007, alla cerimonia dei giochi Olimpici del 2012), la resurrezione non è che un contrattempo “scomodo”... ma risolvibile. Buon Compleanno James!
Paolo Vannucci
martedì 25 settembre 2012
ALIENS Vs. PROMETHEUS... e vince Ridley Scott!
La Genesi firmata dal creatore Ridley Scott, per ridare autenticità al classico di fantascienza più cult di Hollywood
Il ritorno dell'Alieno di Ripley e soci, nella versione originale del regista che ha riscritto la fantascienza d'autore.
Anno 1979. Dieci anni dopo che l’uomo scoprisse la prima grande “roccia bianca” chiamata Luna, il sogno fantascientifico di ogni astronomo e scrittore, rigenerando le aspettative sulla vita fuori dal pianeta Terra, cominciando ad abbandonare la caratterizzazione atipica dell’alieno e sensibilizzare un’angoscia più umana dell’ignoto e dell’infinito. A fare di tutto questo un capolavoro della cinematografia ci pensò Ridley Scott, magistrale nel mixare Fantasy e Horror in un thriller fantascientifico che consacrò una giovane Sigourney Weaver come androgina portatrice di quell’essere combattuto e protetto (impeccabile Ian Holm, nella inedita impersonificazione dell’intelligenza artificiale, tra acidi lattici e DNA), in quell’essere tecnologicamente animato da Carlo Rambaldi, superando se stesso dopo il “primo contatto” battezzato da Spielberg e il Kong pre-11 settembre, dove John Guillermin sostituì l’Empire State Building con le monolitiche Twins Towers. Scenografie e tensioni riprese da James Cameron nel suo Aliens-Scontro Finale, sette anni dopo una conclusione che non presagiva alcun sequel, almeno nelle intenzioni di Ridley Scott, che si è visto “rubare” il testimone ben cinque volte, in oltre trent’anni di fantascientifica carriera, passando da un terzo capitolo “religiosamente” emarginato in un ghetto da ergastolani dello spazio (sei riscritture di una sceneggiature diretta da David Fincher, per arrivare all’addio di Ripley nel quarto episodio dedicato al genoma umano dispensato nella clonazione. Nel 2004, una svolta commerciale per giovani smanettoni da videogames, iniziati dal regista Paul W.S. Anderson, ospitando un inconsueto Raoul Bova, nel primo di due parentesi poco edificanti (Aliens Vs. Predator 1 & 2) rispetto al valore originale dell’autentico progetto, oggi ripreso dallo stesso Scott, in un vero e proprio prequel, come riferimento alle origini della razza aliena. Un viaggio da Stargate, per omologare un rituale voluto dalle civiltà fondatrici del genere umano, ribattezzate “Ingegneri”, per annoverare filosofie celebrate da Kubrick e miti aztechi in templi religiosi, elargiti dalla presenza comprimaria di Guy Pearce (Peter Weyland, il presidente dell’omonima compagnia finanziatrice del progetto Prometheus, la nave spaziale), in un soggetto già elaborato nel film diretto nel 2002 da Gore Verbinski e Simon Wells nel The Time Machine, giovane scienziato inventore della prodigiosa macchina, tra citazioni devote al codice Da Vinci e cultura primitiva da primordiali evocazioni dell’horror. Alterego di un ritrovato androide nel compassato David (a cui Bishop deve tutto), nell’inarrestabile Michael Fassbender, la cui sorte ripercorre inalterata la matrice dei predecessori, accomodante assistente di una “rivisitata” Ripley, nella ricercatrice Elizabeth Shaw (l’attrice Noomi Rapace), portatrice finale di un rinnovato rito perpetuato dalla inalterata razza Aliena. Fotografia di Dariusz Wolski e montaggio di Pietro Scalia, per questo sogno criogenico offerto dall’unico regista che poteva celebrare un autentico mostro sacro della fantascienza d’autore... e noi non possiamo che ammirarlo!
Paolo Vannucci
Il ritorno dell'Alieno di Ripley e soci, nella versione originale del regista che ha riscritto la fantascienza d'autore.
Anno 1979. Dieci anni dopo che l’uomo scoprisse la prima grande “roccia bianca” chiamata Luna, il sogno fantascientifico di ogni astronomo e scrittore, rigenerando le aspettative sulla vita fuori dal pianeta Terra, cominciando ad abbandonare la caratterizzazione atipica dell’alieno e sensibilizzare un’angoscia più umana dell’ignoto e dell’infinito. A fare di tutto questo un capolavoro della cinematografia ci pensò Ridley Scott, magistrale nel mixare Fantasy e Horror in un thriller fantascientifico che consacrò una giovane Sigourney Weaver come androgina portatrice di quell’essere combattuto e protetto (impeccabile Ian Holm, nella inedita impersonificazione dell’intelligenza artificiale, tra acidi lattici e DNA), in quell’essere tecnologicamente animato da Carlo Rambaldi, superando se stesso dopo il “primo contatto” battezzato da Spielberg e il Kong pre-11 settembre, dove John Guillermin sostituì l’Empire State Building con le monolitiche Twins Towers. Scenografie e tensioni riprese da James Cameron nel suo Aliens-Scontro Finale, sette anni dopo una conclusione che non presagiva alcun sequel, almeno nelle intenzioni di Ridley Scott, che si è visto “rubare” il testimone ben cinque volte, in oltre trent’anni di fantascientifica carriera, passando da un terzo capitolo “religiosamente” emarginato in un ghetto da ergastolani dello spazio (sei riscritture di una sceneggiature diretta da David Fincher, per arrivare all’addio di Ripley nel quarto episodio dedicato al genoma umano dispensato nella clonazione. Nel 2004, una svolta commerciale per giovani smanettoni da videogames, iniziati dal regista Paul W.S. Anderson, ospitando un inconsueto Raoul Bova, nel primo di due parentesi poco edificanti (Aliens Vs. Predator 1 & 2) rispetto al valore originale dell’autentico progetto, oggi ripreso dallo stesso Scott, in un vero e proprio prequel, come riferimento alle origini della razza aliena. Un viaggio da Stargate, per omologare un rituale voluto dalle civiltà fondatrici del genere umano, ribattezzate “Ingegneri”, per annoverare filosofie celebrate da Kubrick e miti aztechi in templi religiosi, elargiti dalla presenza comprimaria di Guy Pearce (Peter Weyland, il presidente dell’omonima compagnia finanziatrice del progetto Prometheus, la nave spaziale), in un soggetto già elaborato nel film diretto nel 2002 da Gore Verbinski e Simon Wells nel The Time Machine, giovane scienziato inventore della prodigiosa macchina, tra citazioni devote al codice Da Vinci e cultura primitiva da primordiali evocazioni dell’horror. Alterego di un ritrovato androide nel compassato David (a cui Bishop deve tutto), nell’inarrestabile Michael Fassbender, la cui sorte ripercorre inalterata la matrice dei predecessori, accomodante assistente di una “rivisitata” Ripley, nella ricercatrice Elizabeth Shaw (l’attrice Noomi Rapace), portatrice finale di un rinnovato rito perpetuato dalla inalterata razza Aliena. Fotografia di Dariusz Wolski e montaggio di Pietro Scalia, per questo sogno criogenico offerto dall’unico regista che poteva celebrare un autentico mostro sacro della fantascienza d’autore... e noi non possiamo che ammirarlo!
Paolo Vannucci
mercoledì 29 agosto 2012
IL CAVALIERE OSCURO: il ritorno
Epilogo della Trilogia di Christopher Nolan dedicata al fumetto di Frank Miller, con Anne Hathaway e Christian Bale dietro maschera e mantelloUltimo atto della saga dei personaggi creati da Bob Kane, con il rientro di Cat Woman a presagire un nuovo prequel.
La rinascita dell’uomo pipistrello è iniziata esattamente 13 anni fa, quando Tim Burton ci rivelò il “suo” inedito BatMan, attingendo senza inibizioni tra il neofumetto di Frank Miller (una saga in quattro parti pubblicata nel 1986) e il personaggio originale creato da Bob Kane e pubblicato dalla DC Comics negli albi omonimi nel 1940, che hanno devoluto un primo làscito nella nostalgica serie televisiva interpretata da Adam West sul finire degli anni sessanta, tra supercattivi in “divertenti” scazzottate onomatopeiche e una inedita Ford Galaxie truccata da bat-mobile a inaugurare una cospicua manciata di modelli ipertecnologici su quattroruote che il cinema abbia potuto desiderare. Se Joel Shumacher ha potuto attingere dalla psichedelia pop degli anni settanta, Christopher Nolan si è riappropriato dell’universo parallelo creato dal fumettista-regista Miller, ricucendo le origini dell’Uomo Pipistrello in salsa metodista, tra rinascite Zen e culto artigianale, tutto impacchettato nel primo Batman Begins, addossando sulle “robuste” spalle di Christian Bale, i traumi edipici dell’orfano miliardario e filantropo Bruce Wyne, consolato da Katie Holmes, addestrato da Liam Neeson, armato da Morgan Freeman, sorvegliato da Gary Oldman e assistito da Michael Caine, senza recriminare abusi o licenziamenti da parte della produzione sino ad oggi. Non si può certo vantare tanta fortunata sorte per i cattivi di rito, passando dal lascivo psichiatra Cillian Murphy dietro la maschera dello Spaventapasseri, per ritrovare il ghigno del Joker ereditato da Jack Nicholson nell’interpretazione postuma di Heath Ledger, con l’intermezzo di “DueFacce”, già riveduto dal granitico Tommy Lee Jones in Batman Forever, in coppia con l’Enigmista, alias Jim Carrey. Oggi, ad addolcire le turbe da giustiziere mascherato, ci pensa Anne Hathawey, nelle seducenti forme di Selina Kyle, alias Cat Woman, dopo il benestare e gli auguri di Michelle Pfeiffer, forse dimenticandoci di uno “sfortunato” assolo dedicato all’antieroina, diretto da Pitof nel 2004, con Halle Berry in frusta e latex nero. Ma l’atmosfera apocalittica sceneggiata dal regista e Jonathan Nolan è tutta in debito col terrorismo ipertrofico dell’11 settembre, con un Bane (Tom Hardy) nerboruto e con tanto di museruola alla Hannibal Lecter, che sancisce un nuovo cardine col tradimento, in bilico tra personaggio e realtà sociale. Morgan Freeman (Lucius Fox) sostiene le conferme rassicuranti delle prodezze tecnologiche che si annoverano nel Batwing (vi ricordate il Bat-Plano?), mentre Michael Caine è l’ennesima riconferma di uno degli Alfred che più Alfred non si può, tra humor e compostezza “all english” degni di stima. Uscito negli USA il 20 luglio, in Italia possiamo consolarci con un inedito finale esclusivamente in terra tricolore, senza deludere le attese slittate per la prima del 29 agosto. La saga di Christopher Nolan è così giunta al suo ultimo atto, rimanendo fedeli all’ IMAX e rinunciando nuovamente al 3D, per conciliare l’originalità dark della graphic novel di papà Miller e per rimandare un nuovo restyling che solo la Warner potrà decretare... a suo tempo!
Paolo Vannucci
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