lunedì 12 dicembre 2011

Un Natale da Favola, con Il Principe Schiaccianoci e Il Gatto con gli Stivali, tra i regali sotto l’albero!



I fratelli Grimm contro Il celebre balletto di Tchaikovsky, a contendersi i favori delle strenne natalizie firmate 3D

Woody Allen apripista della stagione cinematografica “sotto l’albero”, tra gli arrivismi di Clooney e il rocambolesco sequel di Holmes, infarciti nel cinepanettone italiano conteso da Pieraccioni.

Se con il prodigio di Spielberg TINTIN, potevamo credere di perdere la magia del grande cinema di Natale, in quella uscita posticipata ad Ottobre, oggi ci troviamo “sorprendentemente travolti” da una riguardevole elite di personaggi, attinti dalla tradizione popolare regalata alla favola, tra anteprime slittate per l’occasione, nel botteghino delle strenne natalizie d’autore. Ad introdurci nel clima festivo velato di romantica ironia, ci ha pensato il grande “Woody” con il suo Midnight in Paris, presentato in anteprima al Festival Di Cannes, la scorsa primavera, e magicamente distribuito i primi di Dicembre, con un sorprendente Owen Wilson come alter-ego del regista, nei panni di uno sceneggiatore che si vuole dedicare alla stesura del suo primo romanzo, nella complicità dell’accomodante capitale parigina, in un paradosso temporale degno del riuscito La Rosa Purpurea del Cairo, girato nell’85, con Jeff Daniels e Mia Farrow ad allietare le fantasiose divagazioni tra realtà e finzione del regista. Ma tutte le attenzioni sono rivolte alle favole più attese dai piccini, con la solita strizzata d’occhio ad un pubblico adulto, appassionato da un 3D capace sempre di rinnovarsi. Andrei Konchalovsky ha deliziato le attese con il suo Lo Schiaccianoci, ispirato alla nota favola musicata dal compositore russo Pëtr Tchaikovsky, abilmente rieditata da Eduard Artemiev con le canzoni inedite di Tim Rice, in una coproduzione anglo-ungherese che si concede il privilegio di poter attingere da quell’enfasi disneyana che tanto ha insegnato, nei felici richiami dei sempreverdi classici del calibro di Pomi d’ottone e manici di scopa e il celeberrimo Mary Poppins di Robert Stevenson. La storia rinomata del piccolo principe esiliato dal suo mondo reale e imprigionato dal consueto sortilegio di rito, si avvale della felice recitazione dei giovani protagonisti; la ritrovata Elle Fanning nel ruolo della piccola Mary, affiancata da un entusiasmante Nathan Lane nei panni dello “Zio” Albert, contro il tirannico mondo del Re Topo John Turturro, nel ghigno ossigenato più glamour che il cinema possa desiderare. Non da meno poteva essere il vero protagonista dell’araldo di casa DreamWorks, nella saga dedicata all’orco Shrek, Il Gatto con gli Stivali, nell’omonimo lungometraggio sempre doppiato da Antonio Banderas, con al fianco una deliziosa Kitty Zampe di Velluto, nella sensuale voce di Salma Hayek, a contendersi i favori di una storia, nata originariamente da quella tradizione popolare europea trascritta da Giovanni Francesco Straparola nelle sue Piacevoli Notti (la raccolta di racconti) e in seguito adottata da quel romanticismo tedesco che ha ispirato i Fratelli Grimm e lo stesso Charles Perrault. Un vero full d’Assi, completato con l’attualità riletta da un amaro George Clooney, nel suo Le Idi di Marzo, al fianco di un angosciato Ryan Gosling reduce da Drive, e il rocambolesco sequel di Sherlock Holmes, nei disimpegni atipici di un rinverdito Robert Downey Jr. Non poteva mancare il classico cinepanettone di De Sica, nel ritorno alle origini con Vacanze di Natale-a Cortina, affiancato dal goliardico Pieraccioni nel suo Finalmente la Felicità. Buon CineNatale a tutti!
Paolo Vannucci

martedì 15 novembre 2011

SHAKESPEARE o non SHAKESPEARE?


Il regista Roland Emmerich firma la più irriverente biografia del drammaturgo poeta, padre della letteratura inglese... ed è scandalo?

Una originale e visionaria rilettura del mistero che nasconde la vita di William Shakespeare, rivalutando il celebrato “classico” di John Madden.

La ripartitura è iniziata circa dieci anni fa, con l’audacia inventiva di un regista che ha voluto interpretare le opere del più importante autore inglese, conosciuto come “Will” Shakespeare, focalizzando l’apice dell’inestimabile produzione letteraria nel dramma d’amore più rivelatore, titolandolo “Shakespeare in Love”, critica e pubblico entusiasti, attori (in)compresi, 3 Globi d’Oro e sette statuette, a suggellare il lascito di John Madden, oggi raccolto da un regista reduce da una “corposa” produzione cinematografica che sembra non temere pareri discordi dalla propria fervida abilità di “narratore”, passando da Independence Day a L’Alba del Giorno Dopo, per “finire” nel preistorico passato dell’umanità nel rocambolesco 10.000 AC, epilogo meno riuscito del più celebre Godzilla, diretto nel ’98 (anno di buon auspicio, nel “contemporaneo” pluripremiato di Madden), dietro la scia del pionieristico Jurassic Park di Spielberg e propiziatorio per il Kong di Jackson. Oggi, Emmerich vuole sfidare la razionale convenzionalità di una icona classica della storia letteraria, con i ritmi attuali di un cinema che si addentra sempre di più nel pragmatico rigore voluto dalla tradizione, e i risultati non sembrano mai deludere le aspettative (vedi il recente restyling firmato Oliver Parker, nel classico di Oscar Wilde, Dorian Gray). Un viaggio nella fantasia del regista, esplorando un rinascimento inglese rispolverato per l’occasione, spogliandolo dei belletti tipici di una cura estetica che sapeva nascondere le macabre imperfezioni di una nobiltà sopravvalutata da ogni epoca, regalando un illeggittimo erede alla Regina Elisabetta, un talentuoso Edward de Vere (l’attore Rhys Ifans), prodigioso autore diffidato dai burocrati di corte (37 sono le opere ufficiali attribuite alla reale produzione firmata da Shakespeare) e dai natali “segretamente” custoditi dal padre William Cecil, tanto da diventare passione incestuosa tra lo stesso Edward e gli entusiasmi che la madre ripone nei consensi per le opere del figlio. Un conflitto Edipico abilmente ricreato dal regista, sorretto da una fotografia firmata Anna Foerster e dagli ambienti ricostruiti dai rituali effetti speciali curati da Wolfgang Higler e Rolf Hanke. Un’eccentricità che sicuramente sarà reclamata dai sostenitori di una discendenza esclusivamente italiana del dibattuto poeta, secondo quanto fortemente sostenuto dalla stessa cattedra inglese, in un articolo pubblicato nel “Times” l’8 Aprile 2000, attribuendo, allo scrittore, i natali nella città di Messina, sotto il nome di Michelangelo Florio Crollalanza (il cognome materno), fuggito dal rito della Santa Inquisizione, per il credo Calvinista dei genitori, trovando fortuna in terra inglese, iniziando la sua vita letteraria nell’ufficializzata Stratford-Upon-Avon, trasformando il nome materno Guglielma nell’equivalente maschile che tutto il mondo conosce. Una disputa letteraria che nasce sotto ogni buon auspicio, visto quanto sostiene lo stesso Roland Emmerich, più che mai convinto che il dovere del cinema, oggi, sia di elaborare storie che possano arricchire lo spettatore per rinvigorire il cinema stesso, visto che è la storia ad insegnarci quale strada continuare a percorrere per tramandare il valore della conoscenza.

Paolo Vannucci

lunedì 3 ottobre 2011

SPIELBERG RIFA' TINTIN


Il regista torna a dirigere l’ennesima epopea cinematografica, riportando in “Motion Capture” il personaggio creato da Hergè

Terza riedizione in grande stile per il ritorno delle avventure del giovane TINTIN e Milou.

Steven Spielberg dietro la macchina da presa. Un’attesa allentata da anticipazioni che enunciavano il nome di quel personaggio a fumetti noto come TINTIN. Un lungometraggio d’animazione rinverdito da una “Motion Capture” in vena di prodezze tecnologiche, visto il risultato tanto atteso nelle prime sequenze elargite dal Teaser che rimanda l’appuntamento nelle sale il prossimo 28 Ottobre, posticipando l’uscita Natalizia prevista in origine (solo per il mercato statunitense). Un anticipo per confermare un successo da Blockbuster, alla View Conference sull’Arte Digitale il 21/23 Ottobre a Torino, e si parte. Colpa della crisi economica mondiale? Di certo nessuno può dubitare dell’integrità morale del ragazzotto dai capelli rossi nato dalla fantasia del disegnatore belga Georges Remi, in arte Hergè, apparso nel lontano 1929 nel settimanale Le Petit Vingtième, testimone di cultura a fumetti di un secolo di storia mondiale, tenendo conto che la casa editrice Moulisart (fucina di ardimentosi talenti nella coppia Goscinny-Uderzo, creatori di Asterix e Lucky Luke) ha continuato la pubblicazione realizzata dall’autore sino al 1986, alternando vicende che hanno avuto come soggetto i grandi avvenimenti storico-culturali che possono aver raccontato, con sobrietà data dagli accadimenti stessi, lo spirito e la moralità della società, sino ai giorni nostri. Le avventure di TINTIN e il segreto dell’Unicorno, questo è il titolo dell’opera inedita di Spielberg, definito dall’autore stesso, prima che venisse a mancare nell’83, “l’unico Genio che possa far rivivere il mio personaggio”, e il regista ha devoluto un film all’altezza di ogni aspettativa, coadiuvato da Wyne Stables, artefice degli effetti visivi della Weta Digital, sotto la stessa produzione del regista e l’accoppiata Peter Jackson e Kethleen Kennedy, il primo già collaudato padrone della Trilogia de Il Signore degli Anelli e del remake di King Kong, autentico pioniere di quella Motion Capture che ha visto, per la prima volta, l’attore Andy Serkis cimentarsi in entrambi i ruoli di Gollum e Kong (non di meno importanza il ruolo comprimario di Caesar ne L’Alba del Pianeta delle Scimmie). Questa volta è il turno del Capitano Haddock, il Lupo di Mare che accoglie un inconsapevole TinTin (Jamie Bill) a bordo di quella nave con la quale solcherà le fervide porte della fantasia. Oltre al fedele Milou, il piccolo Terrier bianco, ci sono Daniel Craig nelle “transgeniche” fattezze di Rackham il Rosso (in contemporanea con Cow Boy & Aliens, insieme a Harrison Ford), Simon Pegg e Nick Frost nei ruoli dell’ispettore Dupond e Dupond. Una sceneggiatura che trae spunto da tre racconti della serie (in italia pubblicata da due differenti Editori, la Comic ART e la Lizard), rispettivamente Il granchio d'oro, Il segreto del Liocorno e Il tesoro di Rakham il Rosso. Sicuramente il film di Spielberg non avrà nulla da temere rispetto ai precedenti in pellicola girati cronologicamente da Jean-Jacques Vierne nel 1961 intitolato Tintin et le mystère de la toison d'or, e Philippe Condroye per il secondo, Tintin et les oranges bleues, del 1964, entrambi interpretati da Jean Pierre Talbot. Abbandoniamoci, dunque, a questo sogno che solo Spielberg poteva firmare... con tanto di ciuffo in testa rosso e lentiggini... come lo stesso personaggio dell’intimenticabile Hergè abbia potuto desiderare.

Paolo Arfelli

venerdì 2 settembre 2011

SPIELBERG Super 8!


Il “Ritorno al Passato” del regista in veste di produttore, in una parabola “vintage anni ‘70”, in coppia col regista J.J. Abrams

Esordienti geniali si raccontano, dietro l’obiettivo amatoriale che ha aperto la nuova stagione cinematografica.

Un gruppo di ragazzini, adolescenti in fase creativa, che elaborano un lutto cimentandosi dietro una cinepresa amatoriale in Super 8 (appunto). Se non fosse per il fatto che il giovane regista in erba Joe (l’attore Joel Courtney) ricalchi gli esordi precoci di un ragazzino di sette anni di nome Steven Spielberg, dietro il dissenso di una madre che gli proibiva di vedere film alla Tv, questo nuovo prodigio diretto da J.J. “Star Trek” Abrams non si sarebbe mai potuto realizzare, lasciando un colossale vuoto temporale nella cinematografia mondiale. Misteriose sparizioni, campi magnetici che si materializzano in un vortice creato dai voleri di un alieno che riassume tutta la filmografia dello stesso regista-produttore, in quel filmino autoprodotto a 11 anni, The Last Train Wrek (storia di un incidente ferroviario con trenini giocattolo), per proseguire sino ai 18 con il primo lungometraggio di ben 140 minuti, un piccolo Kolossal fantascientifico sugli UFO, scritto dalla sorella Nancy, Firelight, che ha richiesto l’affitto di una sala cinematografica per essere appositamente proiettato, sotto i voleri dello stesso padre. Un film che ne racconta innumerevoli altri, in un domino di rimandi al passato che, per gli adulti di oggi, sembra ancora recente, ambientato alla fine degli anni ’70, quando ancora la società non comunicava in wireless e la Televisione sapeva ancora di Bianco e Nero. Il regista Abrams, reduce dal successo di Star Trek, è la ciliegina sulla torta di un film realizzato per lo spettacolo visivo che narra in tutta la sua storia, sceneggiata a quattro mani con lo stesso Spielberg, devolvendo un cast degno del migliore Rob Reiner nel suo Stand by Me, completamente immerso in quella suspance dispensata ne La guerra dei Mondi e nella claustrofobica fantascienza in stile Deep Space Nine, “causata” dal tocco di entrambi gli autori. Azione, Dramma e Amarcord, tutto condito con la maestria di chi sa elargire un cinema all’altezza dei nostri tempi, non solo per la bravura dei giovani interpreti (deliziosa Elle Fanning nel ruolo di Alice e la collaudata esperienza di Kyle Chandler nel ruolo del vice-sceriffo Lamb), ma per la stessa magia devoluta in quelle cineprese che dal comune filmino amatoriale può celarsi l’ardimentoso talento di neonati registi in erba, in ardimentose voglie di successo... tutto rigorosamente girato in Super 8 mm, ovviamente!

Paolo Arfelli

lunedì 29 agosto 2011

DiCinema: la nuova Hollywood


Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide

La travolgente sensualità mediterranea scoperta dal poliedrico Almodovar, nelle doti di stimabile artista nel talento di Antonio Banderas.

Il vouierismo maschile ha sempre imposto, come “segno di riconoscimento”, quei valori dati da una sobrietà di stile e genere cinematografico applicabili a chi, nel nome di quella maschilità di provato “sciupafemmine”, ne ha sempre fatto buon uso e ricavato non meno di taciti consensi nel vasto pubblico femminile. Rispolverando una generazione hollywoodiana che attinge in quell’arco di tempo che annovera nomi del calibro di Tyrone Power e Clarck Gable, oggi possiamo riflettere una vasta pletora di nomi che hanno rilanciato e mantenuto (nel bene e nel male) il clichè voluto dal virilismo d’elite. Antonio Banderas, supportato dai natali DOC, è indubbiamente un araldo di tutto rispetto nella nuova casta di “machi” d’esportazione che hanno saputo imporre il proprio talento uscendo dalla “ristretta” cerchia nazionalpopolare. Battezzato dal regista pop Pedro Almodòvar, autentico pigmalione di numerosi nuovi talenti femminili (da Carmen Maura a Maria Barranco), lo stesso esordio ribadisce un sodalizio di tutto rispetto con il regista ispanico, passando quindi da Labirinto di Passioni a Matador (precursore del Basic instinct di Paul Verhoeven), intercalati da pellicole uscite nel circuito nazionale spagnolo che hanno preparato il rilancio di un vero e proprio fenomeno cult postmoderno nel Donne sull’orlo di una crisi di nervi. Per rivalutare il lancio dell’attore nel panorama hollywoodiano dobbiamo passare dal fim documentario A letto con Madonna per arrivare a I Re del Mambo (The Mambo Kings) diretto da Arne Glimcher, in coppia con Armand Assante, con il pregio di autentico debutto nelle doti artistiche di vero musicista, riproposte nel più recente Desperado di Robert Rodriguez (di nota l’incursione in veste d’attore di Quentin Tarantino, non ultima con lo stesso regista). Da qui, l’ascesa di Banderas come vero astro da protagonista, passando da La Casa degli Spiriti (coproduzione tedesca/danese/portoghese) diretto da Bille August e tratto dall’omonimo romanzo di Isabel Allende (Jeremy Irons, Meryl Streep e Winona Ryder tra i protagonisti) per approdare al successo firmato Jonathan Demme, Philadelphia, coprotagonista assieme al premio Oscar Tom Hanks, successo abilmente prefabbricato sul fenomeno dell’AIDS, rivestito da una sofisticata commercializzazione stereotipata sul tema dell’omosessualità (ciliegina sulla torta la hit di Bruce Springsteen, secondo Oscar del film come migliore canzone). Le successive prove diventano successi riconfermando D’Amore e ombra (regia di Betty Kaplan sul romanzo di Isabel Allende) e Intervista col vampiro di Neil Jordan (Crousie e Pitt protagonisti di una rivisitazione barocca del culto del Nosferatu) la consacrazione di un affidabile interprete a cui rivolgere attenzioni sempre maggiori. Incursioni nella felice commedia hollywoodiana riportano Banderas ai fasti degli esordi, “sfarzosamente” rivestiti dal regista Fernando Trueba, affidandosi ad un cast “all in USA” , nel suo Two much – Uno di troppo, tra cui spiccano Melanie Griffith (set galeotto tra i due, dalla cui unione nasce la figlia Stella del Carmen), Daryl Hannah, Joan Cusack e Danny Aiello a compendio di una godibile e saporita commedia senza difetti. Il ruolo di un visionario ribelle di nome Che Guevara nell’opera rock Evita diretta da Alan Parker (ultimo musical “ufficiale”, dopo Jesus Christ superstar, Rocky horror picture show e The Wall), al fianco di Madonna nel ruolo di Evita Peron, e il ruolo della volpe ne La maschera di Zorro di Martin Campbell consacrano definitivamente Banderas come vera star di un cinema che sa riproporre rilanci e riconferme affidate al vero talento e al puro piacere di un cinema consacrato alla tradizione. Da citare, infine, le riprese della saga “made in mexico” firmata da Robert Rodriguez nel C’era una volta in Messico (Johnny Depp e Salma Heyek a saldo dei precedenti Desperado e El Mariachi) e il sequel La leggenda di Zorro, sempre al fianco di Catherine Zeta-Jones, nonchè le felici prove di doppiaggio nella saga firmata DreamWorks dell’Orco verde Shrek, nel ruolo del Gatto con gli stivali.

Di seguito, tutti i film interpretati dall’attore:

Labirinto di passioni (1982), Pestañas postizas (1982), Y del seguro... líbranos señor! (1983), Il signor Galindez (El Señor Galíndez) (1983), El caso Almería (1983), I trampoli (Los Zancos) (1984), Requiem per un contadino spagnolo (Réquiem por un campesino español) (1985), La corte del faraone (La corte de Faraón) (1985), Matador (1986), 27 horas (1986), The puzzle (1986), Deliri d'amore (Delirios de amor) (1986), Così come erano stati - Trio (Así como habían sido) (1986), La legge del desiderio (La ley del deseo) (1987), Il piacere di uccidere (El placer de matar) (1987), Donne sull'orlo di una crisi di nervi 1988, La mujer de tu vida: la mujer feliz (film tv) 1988, Intrighi e piaceri a Baton Rouge 1988, Andare in Africa in cerca di droga (Bajarse al moro) (1988), Se ti dico che sono caduto (Si te dicen que caí)(1989), La blanca Paloma (1989), Légami! (¡Átame!) (1990), La otra historia de Rosendo Juárez (1990), Contro il vento (Contra el viento) (1990), A letto con Madonna (Madonna: Truth or Dare) (1991) - documentario, Terra Nova (1991), Una mujer bajo la lluvia (1991), Cuentos de Borges I (1991), I re del mambo (The Mambo Kings) (1992), Spara che ti passa (¡Dispara!) (1993), La casa degli spiriti (The House of the Spirits) (1993), Philadelphia (1993), Il giovane Mussolini (1993) - Film Tv, D'amore e ombra (Of Love and Shadows) (1994), Intervista col vampiro (Interview with the Vampire: The Vampire Chronicles) (1994), Promesse e compromessi (Miami Rhapsody) (1995), Desperado (1995), Four Rooms (1995), Assassins (1995), Mai con uno sconosciuto (Never Talk to Strangers) (1995), Two much - Uno di troppo (Two Much) (1996), Evita (1996), La maschera di Zorro (The Mask of Zorro) (1998), Il tredicesimo guerriero (The 13th Warrior) (1999), Incontriamoci a Las Vegas (Play It to the Bone) (1999), White river kid (The White River Kid) (2000), The Body (2000), Spy Kids (2001), Original Sin (2001), Femme fatale (2002), Frida (2002), Spy Kids 2 - L'isola dei sogni perduti (Spy Kids 2: Island of Lost Dreams) (2002), Ballistic (2002), Spy Kids - Missione 3D: Game Over (Spy Kids 3-D: Game Over) (2003), Immagini (Imagining Argentina) (2003), C'era una volta in Messico (Once Upon a Time in Mexico) (2003), Pancho Villa, la leggenda (And Starring Pancho Villa as Himself) (2003) - Film TV, The Legend of Zorro (2005), Ti va di ballare? (Take the Lead) (2006), Bordertown (2007), Homeland Security (My Mom's New Boyfriend) (2008), L'ombra del sospetto (The Other Man) 2008), The Code (Thick as Thieves) (2009), Incontrerai uno sconosciuto alto e bruno (You Will Meet a Tall Dark Stranger) (2010)

Paolo Arfelli

domenica 28 agosto 2011

Natalie & Portman sulle ali del “Cigno Nero” di Darren Aronofsky


A diciassette anni dall’esordio di Leon, il ritorno al thriller di una ex-bambina prodigio, sulle note del “Lago dei Cigni” di Tchaikovsky

Rivisitazione in chiave noir del celebre compositore russo, tratto dal romanzo fantasy originale di Mercedes Lackey.

Che i film basati sulla danza siano terreno fertile e felice, non è una novità per il riscontro di botteghino oramai collaudato dal cinema americano, annoverando schiere di teen-ager, incantati e sublimati dalla danza in chiave musical, vedi i recenti Step Up diretti in due episodi da Anne Fletcher e Jon M. Chu, abdicando il postmoderno Hip Hop per riappropriarsi della cultura classica a cui la danza effimera resta abulicamente ancorata, per voglia e tradizione. Denunciando un pallido tentativo di misticismo oscuro del maestro del brivido Dario Argento nel suo Opera, dove la ribalta vede sempre protagonisti conflitti edipici nel nome del prosaico romanzo scritto da Gaston Leroux, Il Fantasma dell’Opera, debutto cinematografico del ’25 di Rupert Julian e innumerevoli trasposizioni a seguire (citiamo l’omonimo del maestro Brian De Palma, Il fantasma del Palcoscenico, girato nel ’74 e con un cinico appellativo Swan nel conflitto musical-rock-psichedelico di un discografico che deturpa un musicista per avidità), oggi tocca a Darren Aronofsky riarrangiare uno dei temi più ambiti nel nome del thriller psicologico di “ampie vedute”. La storia è firmata Andres Heinz, sul romanzo originale di Mercedes Lackey uscito un decennnio fà e sceneggiato assieme a Heyman-McLaughlin, sapientemente riveduta e ricucita per l’attrice Natalie Portman, cresciuta studiando “sulle scarpette a punta” e perfetta per incarnare il clichè della fragile personalità sposata al dramma vissuto dalla protagonista Odette dell’opera originale, a sua volta tratta da una fiaba tedesca, Der geraubte Schleier (Il velo rubato), sulle note del celebre balletto musicato in quattro atti del compositore russo Peter Tchaikovsky. Un inedito triangolo vestito di contemporaneità, dissacratorio nel ruolo di Thomas Leroy, moderno Siegfried, coreografo regista dell’opera stessa che deve mettere in scena, conteso dalle due prime ballerine Nina e Lilly (Mila Kunis), nello sdoppiamento di personalità che la Portman affronta dall’odio riversato nella rivalità con la propria antagonista in amore, nella surreale trasfigurazione che la porta a debellare i propri conflitti interiori, nati dal rapporto morboso e bulimico con la stessa madre (Barbara Hershey). Fotografia di rito ad accompagnare il ritmo claustrofobico della storia, firmata Matthew Libatique sulle scenografie di Thérése DePrez, per un film drammatico che riporta la Portman ai propri meriti, vincitrice di un meritato Golden Globe come miglior attrice protagonista (in aggiunta a vari analoghi riconoscimenti, tra i quali il BAFTA 2011 e l’AUSTIN FILM CRITICS ASSOCIATION), senza tralasciare il premio Marcello Mastroianni dato a Mila Kunis alla 67° Mostra del Cinema di Venezia, di cui ne ha aperto la manifestazione, mentre attendiamo impazienti la consacrazione sulla ribalta al galà degli OSCAR.

Paolo Arfelli

venerdì 26 agosto 2011

“Tempo da Lupi” per il Cappuccetto Rosso Sangue di Catherine “twilight”Hardwichke


Rivisitazione in grande stile della favola popolare di Charles Perrault, nelle atmosfere neo-gotiche rivalutate dalla regista iniziatrice della saga di Stephenie Meyer

Un triangolo amoroso, una nonna, un bosco tenebroso e una maledizione da autentici lupi mannari. La favola è servita.

“Che occhi grandi che hai”, e per rispondere ci pensa la stessa Hardwichke, regista ormai immersa in quel vortice atemporale fatto di eroine romantiche immolate agli amori impossibili, travestiti da tenebrosi emaciati e imberbi lupi senza pelo addolciti dall’età. Dopo il successo del primo Twilight, dove l’ostinazione di Bella viene premiata, non solo al box office, ma come nuova icona di un filone gotico-adolescenziale capace di rivestire nuove metafore in salsa post moderna, Catherine Hardwichke ha dovuto soccombere ai voleri della Warner Bros e dai “desideri” di un Leonardo DiCaprio (in veste anche di sceneggiatore) fondatore della Appian Way, forse più per riappropriarsi del ruolo mancato del 17enne Edward Cullen, per sopraggiunti limiti d’età. Ma tutto sembra risolversi con la stessa formula, riadattando la più popolare delle favole per fanciulli, scritta da Charles Perrault (Le Petit Chaperon Rouge, 1697) e ripresa dai fratelli Grimm, ricreando una inedita adolescente, Valerie (Amanda Seyfried, reduce dall’analogo ciclo vampiresco di Jennyfer’s body) combattuta dall’amore per due giovani, il rassicurante Peter (Shiloh Fernandez) e il prescelto Henry (Max Irons), uno dei quali sembra celare un temibile segreto riposto in una maledizione della Luna Rossa, che attanaglia ogni mese nel terrore gli abitanti del villaggio. Sapori da neo serial televisivi che ormai allungano il passo con un cinema che ha forse paura di deludere le aspettative, ma tutto riposto nelle “rassicuranti” pretese di un pubblico under 18, che facilmente riassorbe ruoli e valori, basta che siano serviti con cura e maniacale dovizia (trucco ed effetti speciali nelle mani di Sharon Markell, Julie McHaffie e Bill Terezakis), capace addirittura di far riciclare Billy Burke (ex padre di Isabella Swan) e un inedito Gary Oldman nelle vesti del prete cacciatore, padre Solomon, riesumato da La Lettera Scarlatta di Roland Joffè. Non mancano la nonnina (Julie Christie) e il proverbiale confronto con “chi si cela sotto il pelo del lupo cattivo”... quindi, siamo tutti pronti per sederci in sala, accomodarci in poltrona e riascoltare la “solita” favola di cappuccetto rosso!

Paolo Arfelli