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lunedì 3 ottobre 2011

SPIELBERG RIFA' TINTIN


Il regista torna a dirigere l’ennesima epopea cinematografica, riportando in “Motion Capture” il personaggio creato da Hergè

Terza riedizione in grande stile per il ritorno delle avventure del giovane TINTIN e Milou.

Steven Spielberg dietro la macchina da presa. Un’attesa allentata da anticipazioni che enunciavano il nome di quel personaggio a fumetti noto come TINTIN. Un lungometraggio d’animazione rinverdito da una “Motion Capture” in vena di prodezze tecnologiche, visto il risultato tanto atteso nelle prime sequenze elargite dal Teaser che rimanda l’appuntamento nelle sale il prossimo 28 Ottobre, posticipando l’uscita Natalizia prevista in origine (solo per il mercato statunitense). Un anticipo per confermare un successo da Blockbuster, alla View Conference sull’Arte Digitale il 21/23 Ottobre a Torino, e si parte. Colpa della crisi economica mondiale? Di certo nessuno può dubitare dell’integrità morale del ragazzotto dai capelli rossi nato dalla fantasia del disegnatore belga Georges Remi, in arte Hergè, apparso nel lontano 1929 nel settimanale Le Petit Vingtième, testimone di cultura a fumetti di un secolo di storia mondiale, tenendo conto che la casa editrice Moulisart (fucina di ardimentosi talenti nella coppia Goscinny-Uderzo, creatori di Asterix e Lucky Luke) ha continuato la pubblicazione realizzata dall’autore sino al 1986, alternando vicende che hanno avuto come soggetto i grandi avvenimenti storico-culturali che possono aver raccontato, con sobrietà data dagli accadimenti stessi, lo spirito e la moralità della società, sino ai giorni nostri. Le avventure di TINTIN e il segreto dell’Unicorno, questo è il titolo dell’opera inedita di Spielberg, definito dall’autore stesso, prima che venisse a mancare nell’83, “l’unico Genio che possa far rivivere il mio personaggio”, e il regista ha devoluto un film all’altezza di ogni aspettativa, coadiuvato da Wyne Stables, artefice degli effetti visivi della Weta Digital, sotto la stessa produzione del regista e l’accoppiata Peter Jackson e Kethleen Kennedy, il primo già collaudato padrone della Trilogia de Il Signore degli Anelli e del remake di King Kong, autentico pioniere di quella Motion Capture che ha visto, per la prima volta, l’attore Andy Serkis cimentarsi in entrambi i ruoli di Gollum e Kong (non di meno importanza il ruolo comprimario di Caesar ne L’Alba del Pianeta delle Scimmie). Questa volta è il turno del Capitano Haddock, il Lupo di Mare che accoglie un inconsapevole TinTin (Jamie Bill) a bordo di quella nave con la quale solcherà le fervide porte della fantasia. Oltre al fedele Milou, il piccolo Terrier bianco, ci sono Daniel Craig nelle “transgeniche” fattezze di Rackham il Rosso (in contemporanea con Cow Boy & Aliens, insieme a Harrison Ford), Simon Pegg e Nick Frost nei ruoli dell’ispettore Dupond e Dupond. Una sceneggiatura che trae spunto da tre racconti della serie (in italia pubblicata da due differenti Editori, la Comic ART e la Lizard), rispettivamente Il granchio d'oro, Il segreto del Liocorno e Il tesoro di Rakham il Rosso. Sicuramente il film di Spielberg non avrà nulla da temere rispetto ai precedenti in pellicola girati cronologicamente da Jean-Jacques Vierne nel 1961 intitolato Tintin et le mystère de la toison d'or, e Philippe Condroye per il secondo, Tintin et les oranges bleues, del 1964, entrambi interpretati da Jean Pierre Talbot. Abbandoniamoci, dunque, a questo sogno che solo Spielberg poteva firmare... con tanto di ciuffo in testa rosso e lentiggini... come lo stesso personaggio dell’intimenticabile Hergè abbia potuto desiderare.

Paolo Arfelli

venerdì 26 agosto 2011

Che fine ha fatto Dylan Dog?


Punta di diamante del fumetto italiano, il personaggio creato da Tiziano Sclavi torna sullo schermo, reinventato dal regista Kevin Munroe

Brandon Routh in “giacca e camicia rosso-vermiglio”, per un film che vuole immortalare il personaggio cult di Sclavi, tra i meandri splatter americani.

Ampiamente anticipato con flash da incubo degni del personaggio stesso, in quell’attore reduce dalle prodezze firmate da Bryan Singer (Superman returns), subito demonizzato dagli autentici estimatori del fumetto tutto made in Italy, creato sulle fattezze del longevo attore Rupert Everett (ricordate DellaMorte DellAmore?), oggi è in sala, cercando di mantenere stima e fede (il più possibile) al pathos originale di una saga splatter che ha sempre voluto distaccarsi dall’infelice spazzatura di rito, nato dalla fantasia di Tiziano Sclavi e battezzato dal poeta Dylan Thomas, a cui ha prestato nome e incipt creativo, in quelle citazioni e rimandi alla serie cinematografica di Nightmare, volute dallo stesso Sclavi nel domiciliare il personaggio nella Londra contemporanea già dal 1986 (anno di nascita editoriale), presso Craven Road street (Was Craven l’inconsapevole artefice, sceneggiatore e regista della saga horror originale). Il pasticco sembra essere stato digerito con dovizia e dedizione, visto il primo approccio al personaggio, nel film diretto da Michele Soavi e interpretato proprio dall’attore feticcio di Sclavi, Rupert Everett. Protagonista in una citazione negli albi a fumetti, come vuole la stessa dissociazione di rito, il solitario becchino di un Cimitero milanese (Francesco DellaMorte) dedito a uccidere ogni cadavere che cerca di redimersi dal riposo eterno, oggi è stato riesumato in quell’universo parallelo, creato dal regista Kevin Munroe, acconsentito dalla Sergio Bonelli Editore, in un valzer inedito di personaggi che cercano di valorizzare al meglio il culto originale del fumetto. Lo scenario americano di New Orleans è adeguatissimo alla nuova trasposizione (“girarlo a Londra sarebbe costato quattro volte di più”, come ha declamato lo stesso regista), rimuovendo lo stesso assistente Groucho (creato sulle fattezze di Groucho Marx) con l’analogo Marcus Adams (l’attore Sam Huntinghton), zombie renitente che aiuta il detective Dylan a debellare i nuovi mostri che invadono la sceneggiatura firmata da Joshua Oppenheimer e lo stesso Thomas Dean Donnelly. Restyling anche nella compagna Elizabeth Ryan (l’attrice Anita Briem), ampio riassunto delle donne che affollano l’originale fumetto, da Morgana a Lillie Connolly, per concludersi con l’attrice Anna Never, distratta e svampita al punto di essere allontanata dagli stessi produttori. Rimangono intatti i proseliti del maggiolone, l’automobile simbolo del personaggio, ritoccando il colore bianco del fumetto con un mix di inserti neri, per presunti problemi con i diritti d’autore reclamati dalla Walt Disney. Insomma... se volevate Dylan Dog sul grande schermo, non c’è modo migliore di gustarselo, garanti la Platinum Studios, che di certo non fanno rimpiangere vampiri e licantropi degni della migliore tradizione... e buoni incubi a tutti!

Paolo Arfelli

giovedì 25 agosto 2011

Fumetti d'ARTE

La Scuola argentina ed europea come illustre vetrina del fumetto mondiale, in Gimenez, Breccia, Mandrafina, Garcia Seijas, Milo Manara, Guido Crepax, Benito Jacovitti e Bruno Bozzetto

Retrospettiva sui maestri della scuola del fumetto internazionale, nel parallelismo con i grandi artisti del passato.

Il mestiere del “fumettaro” ha sempre destato un apparente scetticismo, dato principalmente da un valore approssimativo conferito a chi produce un prodotto di massa come l’illustrazione “usa e getta”, facilmente reperibile e paradossalmente dispensatrice di doti grafiche di inestimabile pregio, non tanto avvilite da una superficialità di stile da attribuire a chi del culto cerca di avvalorarne sia i pregi che i difetti, ma fonte, quindi, di rinnovabili qualità che si associano ai linguaggi di comunicazione che confluiscono sia nel cinema che nell’arte madre di tutte le arti; la Pittura. L’illustrazione assume il ruolo indispensabile di “veicolo di massa”, ricercando quei legami indissolubili nei canoni teorici che determinano la grandezza dell’artista, oltre ogni criterio di giudizio. Facendo un passo indietro, nel patrimonio artistico mondiale, è compito minuzioso ristabilire quel vincolo con la principale espressione visiva e grafica, ricercando, tra i pittori di ogni tempo, la maestria che ha garantito il rinnovarsi di tecniche e stili di disegno. In questa retrospettiva, suddivisa in tre parti, è mio interesse ristabilire un legame concreto tra queste due realtà, riportando la scuola argentina come apice di un valore artistico di primaria importanza, analizzando i principali maestri che possono essere considerati patrimonio artistico mondiale, in Juan Gimenez, Domingo Roberto Mandrafina e Alberto Breccia.

Disponibile su GUMROAD

https://paoloflare7.gumroad.com/l/sghjge

Per leggere il Supplemento e-book in formato pdf, scarica il file al seguente indirizzo (55 MBytes):

https://www.alphabetype.eu/supplemento_fumettidarte.pdf

P. A. Vannucci