mercoledì 16 novembre 2022

La Seconda Volta di Diabolik!

Giacomo Gianniotti e Miriam Leone

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a firma dei Manetti Bros per le nuove avventure del personaggio interpretato da Giacomo Gianniotti, con Miriam Leone, Valerio Mastandrea e Monica Bellucci nella spirale del terrore

 A un anno dall’uscita del primo dei tre capitoli dedicati al celeberrimo personaggio tutto made in Italy ma dai richiami anglo statunitensi, esce nelle nostre sale il 17 novembre, “Ginko all’attacco”, per riprendere laddove tutto è stato lasciato dalla coppia Marinelli-Leone, con un granitico Valerio Mastandrea accalappiarsi l’epitaffio nel titolo, questa volta compiaciuto nel riscoprire l’amata Altea nelle forme di Monica Bellucci, sinuosa e pacata nelle sue sempreverdi cinquanta primavere. Sconfortati e non, almeno nelle aspettative di una critica che sembra bollare di tiepidi consensi una proposta fatta da chi di cinema semi trash vuole conoscerne sia i pregi che i difetti.

Un sapore un poco amaro, quindi, per chi non vuole saperne di una staticità ad effetto fumetto che sembra addirsi poco alla versione in celluloide. Forse la contemporaneità d’epoca offerta da Mario Bava poteva sposare meglio azione e fantasia, immersi proprio nel finire degli anni sessanta, quando la stessa Jaguar E-Type non sembrava così tanto démodé e gli occhi di ghiaccio di John Phillip Law sapevano terrorizzare almeno quanto, ammettiamolo, lo sguardo freddo di Luca Marinelli. L’effetto che dobbiamo riconoscere all’intenzione dei fratelli Manetti è ben riuscito, se davvero dobbiamo rendere i giusti meriti all’originale fumetto del sessantadue, proprio quello disegnato ambiguamente da Sergio Zaniboni, nelle cui copertine riscopriamo i tratti plastici dell’attore Luca. Una recitazione magari troppo poco plastica e rigida, ma dobbiamo ammettere che la stessa ruvidità di segno del periodo può non dare ragione alla scelta di stile dei registi.

Dal canto loro, con quell’esperienza maturata nei videoclip e la stessa stima riposta nelle letture del tanto prezioso fumetto delle sorelle Angela e Luciana Giussani, non potevano che ammaliare al punto giusto, avvalendosi anche di quel felice riscontro di pubblico avuto con L’ispettore Coliandro interpretato dall’attore feticcio Giampaolo Morelli, con cui vincono il David di Donatello per il miglior film con Ammore e Malavita e gettono le basi per arrivare a dirigere il nostro spietato ladro trasformista, con la neonata casa di produzione Mompracem.

Oggi lo sguardo assassino è affidato all’attore italo-canadese Giacomo Gianniotti, portato alla celebrità con la serie televisiva Grey’s anatomy e approdato al cinema con La Bomba di Giulio Base. Sempre impeccabile rimane la nostra bellissima Miriam Leone, adeguata al fregio delicato di una produzione a fumetti che oggi bacia amorevolmente lo stile regalato da Elio Silvestri e Giuseppe Palumbo. Poco ci importa se Zoe Saldana ci aveva regalato una più probabile Eva Kant in stile Colombiana, ma un certo cinema ad effetto lo lasciamo a una produzione statunitense che di certo può invidiarci i natali di un personaggio tutto nostro, e allora lunga vita a Diabolik!

Paolo Arfelli Vannucci

mercoledì 5 ottobre 2022

La leggenda del cavallino rampante rivive sul grande schermo nel biopic diretto da Michael Mann

 

ADAM DRIVER È ENZO FERRARI

Adam Driver nel ruolo del “Drake”, nell’ultima celebrazione di un mito dell’automobilismo italiano

Non poteva non “toccare” a uno dei simboli più importanti di quella cultura automobilistica italiana invidiata da tutto il mondo. Nell’uomo che ha creato un marchio e un impero capaci di innalzare lo stile e il design di un Paese costruito sulle ceneri di un dopoguerra che ha tracciato le vite di chi ha combattuto tra la stessa vita e la morte. Proprio come lo stesso Enzo Ferrari, riscattando la propria sorte uscendone illeso, tra quegli “incurabili” che lo hanno visto vincitore di quella pleurite che non lo ha debilitato nello spirito di chi ha conosciuto il dolore della perdita, negli affetti più importanti, dal padre e lo stesso fratello Alfredo,

«Era l'inverno 1918-1919, rigidissimo, lo ricordo con grande pena. Mi ritrovai per strada, i vestiti mi si gelavano addosso. Attraversando il Parco del Valentino, dopo aver spazzato la neve con la mano, mi lasciai cadere su una panchina. Ero solo, mio padre e mio fratello non c'erano più. Lo sconforto mi vinse e piansi.»

Una vita costruita dalla determinazione di un uomo, di un pilota, di un costruttore che ha impreziosito la vita di tutti coloro che hanno viaggiato insieme a lui, correndo su quelle macchine che hanno guidato i grandi nomi dell’automobilismo su pista, da Ascari a Lauda, da Scheckter a Villeneuve,

«Quando nel 1951 González su Ferrari, per la prima volta nella storia dei nostri confronti diretti, si lasciò alle spalle la "159" e l'intera squadra dell'Alfa, io piansi di gioia, ma mescolai alle lacrime di entusiasmo anche lacrime di dolore, perché quel giorno pensai: "Io ho ucciso mia madre".»

Il regista Michael Mann oggi ha raccolto il testimone di chi ha voluto raccontare la sua vita, in quei documentari “nostrani” che possono ripercorrere le aspirazioni di un vincitore, passando dall’esperienza di un regista che ha già raccontato un grande cinema con stile, da Insider a L’ultimo dei Mohicani, Alì, Miami Vice e Nemico Pubblico, forse spingendosi oltre nella scelta di quegli attori che potevano impersonare il nome del suo mito, da quella scelta ricaduta inizialmente su Hugh Jackman, per arrivare a un Adam Driver forse debilitante in quella fisicità così distante dall’Enzo Ferrari che tutti hanno sempre conosciuto e identificato. Nel 2003 il regista Carlo Carlei ha diretto uno scaltro Sergio Castellito in una miniserie televisiva che ha corso con i colori di una produzione meno spettacolare di quel girato proposto da Ron Howard in Rush, offrendo una delle pagine più strettamente legate alla celebrazione di una Formula 1 che ha visto protagonista la sfida di Niki Lauda e James Hunt, in quell’incidente che ha superbamente ricostruito un regista capace di dare valore alla storia celebrata dai suoi stessi protagonisti. La stessa storia che ha vissuto Enzo Ferrari sulla propria pelle e che ha saputo trasmettere nei valori di chi ha sempre messo le automobili al disopra di tutto. Anche della sua stessa vita, rischiando di perdere tutto. Ma i grandi nomi sanno di arrivare sempre più in alto, senza paura. Sempre.

Paolo Arfelli Vannucci

lunedì 3 ottobre 2022

I Temi della Solidarietà e dell’Inclusione nel Cortometraggio scritto da Roberta Palmieri e vincitore di “Una storia per Emergency”

CAPITAN DIDIER

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argherita Ferri dirige la piccola favola costruita dai sogni di un bambino, in un messaggio di umiltà e coraggio sulle onde della fantasia

Una storia breve, raccontata con la solida capacità di chi riesce a esprimere un innocente castello di carta con gli occhi di un bambino, immerso in quella solitudine costretta da un padre che non vuole rinunciare a offrire una dignità migliore al proprio figlio. Una storia raccontata nei disagi ordinari di chi vive ai margini di una società che vuole, sempre di più, sembrare antirazzista. Ma chi vive ai margini di una città moderna non conosce che la sola determinazione fatta di rassegnazione a un futuro che lascia poco spazio alle parole.

Una storia breve raccontata attraverso gli occhi di un bambino che usa le scatole di cartone procurate dal lavoro di un padre raider di una pizzeria, per costruirsi una barca fatta di sogni. Quelli grandi, usati per voler crescere al fianco di suo padre, per scoprire il mondo e non per vederselo distrutto da una pioggia fatta di cattiveria, quella vera e che deve ancora scoprire.

Roberta Palmieri ha saputo scrivere una piccola storia, sceneggiata con i propositi di chi conosce il mondo dei grandi, quello reale e costruito da altre persone che vogliono cambiare in meglio le prospettive di chi può ancora vivere una condizione di disagio sofferta, forse ancora troppo difficile da poter cambiare, ma ancora in tempo per poter essere migliorata. La regista Margherita Ferri ha avuto il merito di saper raccontare per immagini questo “mondo a parte”, con la propria esperienza di cineasta consolidata dalle recenti produzioni firmate Netflix negli episodi diretti per la serie ZERO (2021) e molti altri lavori registici suddivisi tra cortometraggi e documentari, in quello stesso Generazione d’azzardo girato nel 2013, forse ancora poco incisivo nello stile, ma nelle capacità confermate dalla stessa sceneggiatura scritta per The Nest, film diretto da Roberto De Feo con Francesca Cavallin, per la Colorado Film.

Il cortometraggio Capitan Didier ha il pregio di essere un progetto sublime nella sua fattura, dalla disincantata interpretazione dei suoi protagonisti, da Miguel Gobbo Diaz (già visto nella serie televisiva Nero a Metà, al fianco di Claudio Amendola e lo stesso Zero della regista Ferri) e il piccolo Salvo Adado, con le musiche scritte da Alicia Galli e un montaggio esperto di Mauro Rossi (Gli anni belli diretto da Lorendo d’Amico de Carvalho, 2022). Una storia breve, raccontata per chi vuole ancora credere. Senza cinismo. E basta.

Paolo Arfelli Vannucci

lunedì 26 settembre 2022

Oasis Supersonic… e oltre il Britpop

OASIS SUPERSONIC

Il rapporto emotivo dei fratelli Gallagher, in un viaggio introspettivo attraverso la musica e la propria ascesa

Ogni decade ha inesorabilmente tracciato un passaggio musicale che ha potuto elargire quella metamorfosi di stile, dove la genialità espressa dall'artista ha sempre potuto delineare la nascita di un genere innovativo, come testimoni di un tributo a quelle radici che si fondono con la continua ricerca di tecniche sperimentali che stabiliscono le frontiere della musica moderna. Ciò che si è delineato come Britpop ha visto la caratterizzazione di una acusticità repressa nel culto pop degli anni '80, totalmente rivoluzionata da un ritrovato bisogno di riportare la musica al suo stato “primitivo”, spogliandosi di quei virtuosismi delineati dall'abile uso di arrangiamenti sinth che hanno indubbiamente traghettato il sound verso una visione più commerciale del prodotto discografico. Il regista Mat Whitecross (con la produzione di James Gay Rees e Asif Kapadia, vincitori dell'Oscar per il film su Amy Winehouse) ha potuto dare valore ad un gruppo musicale che ha saputo valorizzare quelle timbriche “rudimentali”, abbracciando un periodo di nascita e crescita che è iniziato nel 1991 sino allo scioglimento avvenuto nel 2009. Gli artefici di questo fenomeno chiamato Oasis sono, indubbiamente, i fratelli Noel e Liam Gallagher (produttori esecutivi del docu-film), raccontati da un regista che ha ricucito la crescita umana di due ragazzi che hanno trasformato la loro voglia di emergere dall'ambiente sottoproletario di Manchester, con una lente lasciata più ad un ipotetico collage di frammenti fotografici ed emotivi, dando una dimensione umana a quel talento che è nato a rilento, per diventare quasi una forma di riscatto nella determinazione dell'essere “unici”, proprio come il titolo del primo singolo pubblicato, Supersonic.

Il rapporto con la madre Peggy, amorevole verso i tre figli (Paul, Noel e Liam) ai quali non ha mai negato il bisogno di esprimersi attraverso la loro crescita personale, è filtrato da un ritratto di legame solido, nonostante l'assenza di un padre alcolizzato che viene tenuto relegato inizialmente in secondo piano, per raccontare la vita comune di una normale famiglia senza apparenti problemi o ripercussioni emotive. Quelle che poi fa riaffiorare prepotentemente Noel, dipingendo il padre come quel meschino che ricorreva alle percosse non solo su di lui, ma su quella figura materna che ha saputo reagire ad una situazione di forte disagio, per riuscire a scappare di casa e poter far crescere i propri figli lontani da una figura paterna incapace di esserne all'altezza. E la figura materna viene ripresa dal regista in diversi momenti della scalata al successo dei propri figli, attraverso quei filmini sgranati che hanno una luce opaca e pigmentata dalla stessa umanità espressa dai ragazzi, sino a quel riavvicinamento paterno in prossimità di uno dei concerti del gruppo, in quella telefonata ricevuta da Noel, minacciando il padre al punto di farlo ricorrere all'uso dei media giornalistici per avvelenare un rapporto ormai naufragato per sempre.

Stilisticamente, una fotografia praticamente assente, dove la storia della band è l'unica protagonista assoluta di un documentario che esclude, praticamente, ogni legame esterno alla vita musicale di Noel e Liam, ribelli e scapestrati quasi controvoglia, come qualsiasi ragazzo che divide la propria vita tra lo studio e l'amore per il calcio. Lo stesso flashback iniziale di uno dei concerti più memorabili degli Oasis, quello tenuto a Knebworth Park nell'agosto del 1996, usato come prologo di un racconto che si addentra nell'armonia tenuta vincolata dalla tenacia caratteriale di Noel, il più determinato nella crescita musicale del gruppo, ma che ha sempre vincolato la sua creatività alla reattività artistica del fratello, in un rapporto simbiotico fatto di intese produttive nella composizione dei brani del gruppo. Una delle costanti che il regista ha saputo dosare, proprio per far scivolare il documentario, spezzandolo con l'irriverenza di quella genialità che si tinge di quella sregolatezza che ha marcato l'estroversione di un Liam più propenso all'irrequietezza scomoda di chi è consapevole di poter disporre di un ascendente così prepotente sulle masse giovanili, quasi tutelato da un Noel che poteva vantare una capacità tecnica maturata attraverso le trasferte come tecnico delle chitarre degli Inspiral Carpets, prima di fondare la band assieme al fratello e ai tre componenti della prima formazione del gruppo, ovvero Tony McCarroll (batteria), Paul McGuighan (basso), Paul “Bonehead” Arthurs (chitarra ritmica).

La crescita della Band viene scandita dalle trasferte giapponesi e americane, quest'ultima caratterizzata da uno degli episodi più “scomodi” della band, laddove a Seattle, il 23 settembre 1994, inizia il primo tour statunitense degli Oasis, e al Whisky a Go-Go di Los Angeles succede che, infastiditi dagli spettatori e dai fotografi, Liam si inasprisce contro di loro, mentre i componenti della band non riescono a sincronizzare l'esecuzione dei loro pezzi, riprendendo la loro performance tra lo sconforto generale. Ma non è solo Liam a dare il cattivo esempio, visto che ormai la fama di “ragazzacci” del rock sembra prendere il sopravvento sulle qualità stesse del gruppo musicale, visto il dichiarato uso di droghe e alcool da parte di Noel, ammettendo di assumerne in dosi abituali come una normale tazza di tè. Ma la popolarità della band è ormai all'apice e con l'uscita del secondo album (What's the Story) Morning Glory?, inizia la consacrazione della band con un sound più melodico e legato al grande successo in ascesa, confermato dal singolo Wonderwall, uno dei cult generazionali per tutti i fan degli Oasis, vincendo tre BRIT Awards come miglior band inglese, ma rifiutando con irriverenza la consegna del premio in una disputa tenuta da Noel con il conduttore Chris Evans.

La fama cede, poi, il posto all'umiltà dei due fratelli, che accendono il documentario con la consapevolezza di aver ricevuto molto da tutti quei fan che hanno riconosciuto grande il talento di una band che non ha mai nascosto nulla di se, nella gioia di una madre che ha solo saputo apprezzare la tenacia dei propri figli, in quell'arroganza apparente che svanisce dietro gli sguardi di Noel e Liam, sempre gli stessi bambini che cullavano i propri sogni e che hanno sempre cercato l'uno gli occhi dell'altro, per quell'intesa esternata sul palco e che li ha proclamati autentici pionieri di un genere che ha scritto una delle pagine più grandi e autentiche della storia della musica, accostabili alla grandezza ispiratrice degli stessi Beatles, mantenendo intatta la propria originalità che si fonde con un sentimentalismo riversato in un ringraziamento sentito come un finale tenuto sempre aperto nel cuore di chi ha saputo apprezzare la crescita della loro band… Si, proprio quella dei fratelli Gallagher.

Paolo Arfelli Vannucci


venerdì 23 settembre 2022

Alan Parker: meravigliosamente una vita in musica

ALAN PARKER: Una Vita in Musica

Il tributo più sentito al regista che ha raccontato l’evoluzione di stile di due generazioni che hanno accompagnato la storia musicale del cinema mondiale

Quando i contenuti cinematografici possono diventare delle piccole gemme di autenticità narrativa, la magia che il soggetto riesce a comunicare al pubblico riveste un ruolo di forte impatto, sia nei contenuti che nella riuscita caratterizzazione dei protagonisti. Il merito di Alan Parker è sicuramente uno dei più alti valori cinematografici espressi, in una carriera intrisa di quei sapori di classe proletaria che ha saputo forgiare un cineasta forte della propria consapevole determinazione. Nato e cresciuto nel borgo metropolitano inglese di Islington, la sua abilità si consolida nei primi lavori pubblicitari (la più nota è la campagna della Cinzano), per diventare produttore di se stesso e avviare quella promettente carriera cinematografica che ha visto rivalutare le più espressive icone musicali di mezzo secolo di cinema, arrivando a soppiantare con lo stesso Evita, quella gloria in musical di Norman Jewison (Jesus Christ Superstar), nei vocalizzi sublimi di Madonna Ciccone e lo stesso Antonio Banderas. Una capacità narrativa altamente valutata in quel capolavoro espressionista nella stessa sua combattuta e contradditoria generazione, in Pink Floyd The Wall, per celebrare le proprie origini girando un analogo The Commitments, sulle spalle di quei ragazzi di periferia che vogliono riportare il sound del corposo Soul tra i locali di Dublino, tra i brani di Mack Rice e Wilson Pickett. Un filo conduttore che riscopre quella morale giovanile che è sempre alimentata dalla stessa scintilla emotiva, anche se le mode possono segnare nuove tendenze e la musica cerca di alimentare nuove correnti di stile. Con Sing Street, il regista John Carney ha saputo amalgamare alla perfezione tutti gli stessi ingredienti, partendo da una storia che ci parla con un linguaggio sospeso tra due epoche; il presente e un passato, tra i più nostalgici e caratteristici che si possano definire. Ma il pregio migliore del film è quel sottile surrealismo degli eventi, trasposti in quell'acerbità che non vuole appesantirsi dei problemi degli adulti e che parla magicamente con il proprio linguaggio, innocente e puro. Nel 2007, Jason Reitman ha saputo raccontare le problematiche analoghe di un'età immersa nelle proprie difficoltà quotidiane, regalandoci quel cammeo di Juno, presentato analogamente al Festival del cinema di Roma e che ha affascinato i più scettici della critica, conquistando il premio Marco Aurelio come miglior film. Tutto riversato sulla spontaneità recitativa di Ellen Page e Michael Cera, laddove una maternità indesiderata può riuscire a colorarsi ugualmente di rosa e risultare piacevolmente credibile.

La capacità del regista John Carney, con Sing Street, è proprio quella di amalgamare la sua adolescenza adattandola ad una storia fresca e intelligente, in un periodo in cui la musica commerciale dava più peso all'immagine a scapito di quella qualità che solo i gruppi più originali riuscivano a mantenere. Il risultato è, dunque, apprezzabile, laddove i riferimenti stilistici del periodo si miscelano abilmente tra cinema e musica, senza appesantire un ritmo che trae vigore proprio dalla giusta dimensione lasciata al buon gusto dell'immagine, in quei video girati “sulla strada”, con metodo e intelligenza, proprio come gli originali degli '80, quando il new romantic era quasi un ritrovato stile di pensiero e il grunge sapeva adattarsi alle nuove leggi del mercato discografico. Alan Parker è riuscito, quindi, a costruire un ponte generazionale tra due epoche così vicine e distinte, insegnando un cinema colorato dalla stessa storicità degli eventi (Benvenuti in Paradiso e Mississippi Burning rimangono due ritrovati esempi di stile), laddove il valore musicale rimarrà sempre quella autentica celebrazione di un’arte rilasciata dai suoi stessi protagonisti, da quel poliedrico Fame che ha decantato la crescita di un valore che ha consacrato la stessa grandezza di un regista. Ad Alan Parker, con stima e gratitudine.

Paolo Arfelli Vannucci


giovedì 22 settembre 2022

Oliver Stone e la sua partita con la CIA. A mani scoperte.

OLIVER STONE E LA SUA PARTITA CON LA CIA

Riscopriamo l’ultimo
biopic sull'ex informatico della CIA, Edward Snowden, con un Joseph Gordon-Levitt all'altezza delle aspettative del regista Oliver Stone

Il cinema di Oliver Stone lo abbiamo imparato a conoscere tutti. Una sintassi documentaristica che ha impreziosito i titoli più importanti della sua filmografia, da Platoon, Nato il quattro Luglio e JFK, solo per citare i più importanti Oscar che hanno decretato un successo devoluto da un regista che ha elaborato un cinema di pancia maturato sulla formazione umana personale, garantendo così quell'empatia con il soggetto che felicemente riesce a conciliare quel realismo necessario alla credibilità della propria sceneggiatura. Con Snowden, Stone è riuscito a raccontare, in maniera minuziosa e attendibile, la motivazione ideologica di un ragazzo che ha creduto necessario difendere un diritto umano violato (a suo parere) dallo stesso Governo americano. Un Diritto alla Privacy delle persone che è costato la libertà di chi ha ritenuto opportuno portare allo scoperto la realtà dei fatti: Edward Joseph Snowden.

Centotrentaquattro minuti che iniziano con la determinazione di un Edward Snowden (un credibile Joseph Gordon-Levitt) assillato e paranoico, tra le mura di una stanza di un albergo ad Hong Kong, a rivelare la sua storia alla documentarista Laura Poitras (Melissa Leo) e al giornalista del The Guardian, Glenn Greenwald (Zachary Quinto). Cellulari “sequestrati” e messi in un forno a microonde. Una coperta per nascondere la frettolosa digitazione di una password, per mostrare quella chiave d'accesso informatica ai programmi più rilevanti (il Prism tra i più importanti, per la sorveglianza elettronica dei dati internet) che hanno separato per sempre le strade della NSA (National Security Agency) e del suo delfino più accreditato dallo stesso Corbin O'Brian (un monolitico Rhys Ifans), mentore della CIA, il primo a credere nelle elevate capacità del giovane Snowden.

Centotrentaquattro minuti che raccontano la caparbietà di un ragazzo che vuole servire il proprio paese, arruolandosi nelle Forze Speciali, ma costretto al congedo per un incidente causato dal forte addestramento che il fisico di Edward non può sopportare, rompendosi una gamba e rinunciando all'ambizione più dignitosa della sua vita: quella di combattere in Iraq per liberare le persone dall'oppressione. Ma la fine di quel sogno apre una nuova visione al poco più che ventenne Snowden, decidendo di dare il proprio contributo passando dalla porta principale della CIA, attraverso l'Università del Maryland, per destreggiarsi come tecnico informatico sulla sicurezza. Incisiva è la conoscenza di Hank Forrester (Nicolas Cage, già “arruolato” da Stone per l'anacronistico World Trade Center), amareggiato informatico sul tramonto di una carriera, da cui si è visto sottrarre l'originalità di un programma di sistema che poteva donargli qualche onere migliore.

Centotrentaquattro minuti che raccontano la storia di un amore messo a dura prova dalla stressante routine di un lavoro che lascia poco spazio alle emozioni personali; quella tra Edward e Lindsay Mills (una misuratissima Shailene Woodley), promettente fotografa conosciuta attraverso una “banalissima” chat, per diventare una delle figure più forti e solide nella vita del giovane. Per lui è stata capace di rigenerare la propria vita passando attraverso le esigenze di un protocollo formale che li vede costretti a cambiare destinazione e residenza, riciclando affetti e amicizie, passando dal Giappone alle Hawaii, quest'ultima per assecondare una forma di epilessia che ha destabilizzato la salute di uno Snowden sempre più scosso da quella presa di coscienza maturata da quella “facilità” di controllo di metadati che coinvolge il flusso della vita privata di miliardi di persone, progettando un programma segreto volto a mirare la congestione delle connessioni mondiali in tempo reale.

Centotrentaquattro minuti che raccontano il definitivo distacco di Snowden, nel 2013, dallo stesso Governo statunitense, per quella decisione morale maturata con audacia e la consapevolezza di una via di non ritorno, tracciando un solco incolmabile (definito Datagate) con quella politica propagandistica che aveva abbracciato con un Obama alle primarie, sentendosi poi deluso da quella imponente macchina di protezione che il presidente stesso difende con un Grande Fratello ostentato senza indecisioni o turbamenti etici. Quella fuga dall'Hotel, subito dopo aver raccontato i fatti al reporter Glenn Greenwald, per diventare un esiliato in cerca di protezione, per una pena detentiva che può mettere in serio pericolo la stessa incolumità dei giornalisti che lo hanno appoggiato e sostenuto. Una conferenza tenuta via Internet, protetto dal Governo sovietico, per far sentire la propria voce e la propria ragione, con quella candida coscienza di chi ha sempre creduto nella grandezza del proprio paese.

Centotrentaquattro minuti che hanno, come epilogo, lo stesso Edward Joseph Snowden. Quello reale, che prende il posto di un attore che ha dato voce alla sua ragione, parlando con un sorriso che si apre al mondo, tra quei cortei di protesta che marciano inneggiando alle maschere di Snowden come un simbolico monumento a quell'Anonymous che si rivolge a chi cerca di forgiare una coscienza perduta (falsamente celata dal terrorismo, a detta di Snowden), forse da un sistema che involontariamente può portare morte e distruzione con troppa facilità. Un mondo sorvegliato dai droni, vere macchine da guerra dagli effetti micidiali. Un mondo che, in un decennio, ha conosciuto l'enorme sviluppo di un sistema di comunicazione sorretto da quei social network che hanno agevolato uno scambio di informazioni e di dati dal peso incalcolabile, oggi più che mai sensibilizzato da una campagna per la privacy in rete che vuole riportare il valore autentico dei rapporti interpersonali al giusto equilibrio.

Centotrentaquattro minuti per considerare Edward Snowden un difensore dei diritti umani, per l'impegno e il coraggio con cui ha sostenuto le proprie azioni, per il bene di una popolazione mondiale che rischia di perdere quella dimensione reale a scapito della propria incolumità, civile e morale.


Paolo Arfelli Vannucci

mercoledì 21 settembre 2022

Woody Allen: una metamorfosi di buongusto chiamata 'Cafè Society'

 

WOODY ALLEN ASPETTANDO PARIGI

La smentita di un imminente ritiro, per un regista che continua a deliziarci con le pagine scritte del suo cinema, aspettando Parigi

Pensandoci bene, cosa potevamo aspettarci da un regista che ci ha donato cinquant'anni di carriera cinematografica, distillando ogni sfumatura della sua umanità, riversata in un mestiere che più ti mostri per quello che sei e migliore è l'artista che meriti di essere celebrato? D'altronde, per Allen, il cinema è sempre stato quell'emozione intelligente che si risolve in un contro tempo della risata, proprio come quello swing che traspira da ogni frammento di quel suo ennesimo capolavoro, Cafè Society. Il miracolo di Midnight in Paris si è ripetuto, raccontando un viaggio nel tempo attraverso la dialettica degli attori che meravigliosamente assorbono le nevrotiche ansietà dell'autore. Per Owen Wilson è stato un magico trasporto verso quella “Generazione perduta” degli anni venti in una Parigi popolata da artisti che hanno celebrato il meglio dell'arte mondiale, da Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Salvador Dalì e Picasso, in quel passaggio offerto al rintocco di una mezzanotte incorniciata dalle atmosfere bohémien di una capitale parigina sospesa tra i sogni del protagonista. Qui, è un giovane Jesse Eisenberg a farsi portavoce di un regista che si racconta ancora una volta, con i suoi ottantasei anni che non dimostra, almeno cinematograficamente, anzi migliorandosi regalandoci il primo film girato in digitale, incorniciando i protagonisti in quella fotografia impreziosita da Vittorio Storaro, sin dalla prima inquadratura, tra le architettoniche luci dello star system di una mecca del cinema nella sfavillante epoca d'oro degli anni trenta. Eccolo ancora lui, terzogenito di una famiglia ebrea del bronx, umile orologiaio che aspira a qualcosa di meglio della vita di bottega del padre, con un fratello (Ben, interpretato da Corey Stoll) famigerato che non riesce a districarsi dalla malavita che ha deciso di abbracciare sin da adolescente, e una sorella sposata a un filosofo metodista che non conosce tentazioni se non la devozione prosaica verso la moglie. Inizia così un viaggio verso le proprie aspirazioni artistiche, annacquate da una “latitanza” che cerca disperatamente di staccarsi da dosso, forse per colpa di una famiglia che non vuole credere alla determinazione di chi cerca solamente di risolvere la propria esistenza cercando di migliorarla con un lavoro un po' troppo sopra le righe. Troverà lo zio Phil (interpretato da Steve Carell), indaffarato e famoso agente di Hollywood, tra autori e attori che non riusciranno a distoglierlo da quel primo incontro con la segretaria Vonnie (una ritrovata Kristen Stewart), inconsapevole di un destino che si perderà nelle decisioni problematiche dei protagonisti. La giovane venticinquenne, amante dello zio, che si lascia andare tra le braccia dell'ingenuo nipote, per poi decidere di sposare il primo, mentre il giovane senza speranze trova moglie (Veronica, interpretata da Blake Lively), senza dimenticare il volto di quel grande amore. Il risultato della formula è sempre lo stesso, ovvero l'impossibilità di conciliare ragione e sentimento, dovendo adottare la soluzione più infelice per continuare a vivere una vita che ci ha offerto il meglio, ma che può sempre ritornare, regalandoci un sorriso che si abbandona alla speranza di chi non vuole rinunciare a credere ai propri sogni. Per noi comuni mortali, non ci resta che ringraziare ancora una volta Woody Allen per una ennesima pagina di cinema che merita di essere ricordata, come i meriti di un Radio Days che ci trasporta nella malinconia di chi ha vissuto gli anni di un cambiamento che rimarrà incancellabile, come ogni generazione che si ricicla nei decenni che scrivono la storia della nostra vita.

Paolo Arfelli Vannucci