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| OASIS SUPERSONIC |
Il
rapporto emotivo dei fratelli Gallagher, in un viaggio introspettivo
attraverso la musica e la propria ascesa
Ogni decade ha inesorabilmente
tracciato un passaggio musicale che ha potuto elargire quella
metamorfosi di stile, dove la genialità espressa dall'artista ha
sempre potuto delineare la nascita di un genere innovativo, come
testimoni di un tributo a quelle radici che si fondono con la
continua ricerca di tecniche sperimentali che stabiliscono le
frontiere della musica moderna. Ciò che si è delineato come Britpop
ha visto la caratterizzazione di una acusticità repressa nel culto
pop degli anni '80, totalmente rivoluzionata da un ritrovato bisogno
di riportare la musica al suo stato “primitivo”, spogliandosi di
quei virtuosismi delineati dall'abile uso di arrangiamenti sinth che
hanno indubbiamente traghettato il sound verso una visione più
commerciale del prodotto discografico. Il regista Mat Whitecross
(con la produzione di James Gay Rees e Asif Kapadia,
vincitori dell'Oscar per il film su Amy Winehouse) ha potuto
dare valore ad un gruppo musicale che ha saputo valorizzare quelle
timbriche “rudimentali”, abbracciando un periodo di nascita e
crescita che è iniziato nel 1991 sino allo scioglimento avvenuto nel
2009. Gli artefici di questo fenomeno chiamato Oasis sono,
indubbiamente, i fratelli Noel e Liam Gallagher (produttori
esecutivi del docu-film),
raccontati da un regista che ha ricucito la crescita umana di due
ragazzi che hanno trasformato la loro voglia di emergere
dall'ambiente sottoproletario
di Manchester, con una lente lasciata più ad un ipotetico collage di
frammenti fotografici ed emotivi, dando una dimensione umana a quel
talento che è nato a rilento, per diventare quasi una forma di
riscatto nella determinazione dell'essere “unici”, proprio
come il titolo del primo singolo pubblicato, Supersonic.
Il
rapporto con la madre Peggy,
amorevole verso i tre figli (Paul,
Noel e Liam)
ai
quali
non ha mai negato il bisogno di esprimersi attraverso la loro
crescita personale,
è filtrato da un ritratto di legame solido, nonostante l'assenza di
un padre alcolizzato
che viene tenuto relegato inizialmente in secondo piano, per
raccontare la vita comune di una normale famiglia senza apparenti
problemi o ripercussioni emotive. Quelle che poi fa riaffiorare
prepotentemente Noel, dipingendo il padre come quel meschino che
ricorreva alle percosse non
solo su di lui, ma su quella figura materna che ha saputo reagire ad
una situazione di forte disagio, per riuscire a scappare di casa e
poter far crescere i propri figli lontani da una figura paterna
incapace di esserne all'altezza. E la figura materna viene ripresa
dal regista in diversi momenti della scalata al successo dei propri
figli, attraverso quei filmini sgranati che hanno una luce opaca e
pigmentata dalla stessa umanità espressa dai ragazzi, sino a quel
riavvicinamento paterno in prossimità di uno dei concerti del
gruppo, in quella telefonata ricevuta da Noel, minacciando il padre
al punto di farlo ricorrere all'uso dei media giornalistici per
avvelenare un rapporto ormai naufragato per sempre.
Stilisticamente,
una fotografia praticamente assente, dove la storia della band è
l'unica protagonista assoluta di un documentario che esclude,
praticamente, ogni legame esterno alla vita musicale di Noel e Liam,
ribelli e scapestrati quasi controvoglia, come qualsiasi ragazzo che
divide la propria vita tra lo studio e l'amore per il calcio. Lo
stesso flashback iniziale di uno dei concerti più memorabili degli
Oasis,
quello tenuto a Knebworth
Park nell'agosto del
1996, usato come prologo di un racconto che si addentra nell'armonia
tenuta vincolata dalla tenacia caratteriale di Noel, il più
determinato nella crescita musicale del gruppo, ma che ha sempre
vincolato la sua creatività alla reattività artistica del fratello,
in un rapporto simbiotico
fatto di intese produttive nella composizione dei brani del gruppo.
Una delle costanti che il
regista ha saputo dosare, proprio per far scivolare il documentario,
spezzandolo con l'irriverenza di quella genialità che si tinge di
quella sregolatezza che ha marcato l'estroversione di un Liam più
propenso all'irrequietezza scomoda di chi è consapevole di poter
disporre di un ascendente così prepotente sulle masse giovanili,
quasi tutelato da un Noel che poteva vantare una capacità tecnica
maturata attraverso le trasferte come tecnico delle chitarre degli
Inspiral Carpets,
prima di fondare la band
assieme al fratello e ai tre componenti della prima formazione del
gruppo, ovvero Tony
McCarroll (batteria),
Paul McGuighan
(basso), Paul
“Bonehead” Arthurs
(chitarra ritmica).
La
crescita della Band viene scandita dalle trasferte giapponesi e
americane, quest'ultima caratterizzata da uno degli episodi più
“scomodi” della band, laddove a Seattle, il 23 settembre 1994,
inizia il primo tour statunitense degli Oasis, e al Whisky a Go-Go di
Los Angeles succede che, infastiditi dagli spettatori e dai
fotografi, Liam si inasprisce contro di loro, mentre i componenti
della band non riescono a sincronizzare l'esecuzione dei loro pezzi,
riprendendo
la loro performance tra lo sconforto generale. Ma non è solo Liam a
dare il cattivo esempio, visto che ormai la fama di “ragazzacci”
del rock sembra
prendere
il sopravvento sulle qualità stesse del gruppo musicale, visto il
dichiarato uso di droghe e alcool da parte di Noel,
ammettendo
di assumerne in dosi abituali come una normale tazza di tè.
Ma la popolarità della band è ormai all'apice e con l'uscita del
secondo album (What's
the Story) Morning Glory?,
inizia
la consacrazione della band con un sound più melodico e legato al
grande successo in ascesa, confermato dal singolo Wonderwall,
uno dei cult generazionali per tutti i fan degli Oasis, vincendo tre
BRIT Awards come miglior band inglese, ma
rifiutando con irriverenza la consegna del premio in una disputa
tenuta da Noel
con il conduttore Chris Evans.
La
fama cede, poi,
il posto all'umiltà dei due fratelli, che accendono il documentario
con la consapevolezza di aver ricevuto molto da tutti quei fan che
hanno riconosciuto grande il talento di una band che non ha mai
nascosto nulla di se, nella gioia di una madre che ha solo saputo
apprezzare la tenacia dei propri figli, in quell'arroganza apparente
che svanisce dietro gli sguardi di Noel e Liam, sempre gli stessi
bambini che cullavano i propri sogni e che hanno sempre cercato l'uno
gli occhi dell'altro, per quell'intesa esternata sul palco e che li
ha proclamati autentici pionieri di un genere che ha scritto una
delle pagine più grandi e autentiche della storia della musica,
accostabili alla
grandezza ispiratrice degli stessi Beatles,
mantenendo intatta la propria originalità che si fonde con un
sentimentalismo riversato in un ringraziamento sentito come un finale
tenuto sempre aperto nel cuore di chi ha saputo apprezzare la
crescita della loro
band…
Si,
proprio
quella
dei fratelli Gallagher.
Paolo
Arfelli Vannucci