giovedì 15 settembre 2022

Cameron riapre il vaso di Pandora!

CAMERON RIAPRE IL VASO DI PANDORA
Il 22 Settembre torna nelle sale l'avveniristica epopea Na’Vi, in attesa del secondo capitolo in uscita per le strenne natalizie


Quando Cameron ha alzato la statuetta gridando
Sono il padrone del mondo, alla celebrazione degli Oscar di qualche decennio fa, nessuno poteva sospettare che aveva già in mente un progetto (le prime ottanta pagine le aveva scritte quattro anni prima) ancora più sofisticato di quel popò di assaggio che aveva contraddistinto il suo naufragio condito di computer grafica che poteva conciliare dramma amoroso e suspense “manovrata ad arte”, tra riprese in immersione che hanno innalzato una passione del regista che è diventata puro cult hollywoodiano, visto gli albori di una tecnica altamente espressa nel primo Abyss, dove una incredula Mastrantonio poteva ammirare una creatura d’acqua materializzarsi nei prodigi di una neonata animazione in digitale, implosa in quell’epilogo che ha deliziato il palato di ogni intenditore, apostrofando un lasso di tempo che non ha minimamente scalfito le doti di un regista che ha voluto superare se stesso, unendo tradizione e tecnologia al passo coi tempi (ha appositamente inventato una macchina da presa per le prodezze virtuali), freneticamente coinvolti in quel vortice di gioco virtuale che oggi rappresenta il nuovo cinema in 3D. Il risultato è Avatar, una favola moderna che riscopre la tradizione della mitologia greca reinterpretata dal regista (in veste di sceneggiatore e coproduttore insieme a Jon Landau), dove il destino riversato nel conflitto amoroso rappresentato dalla bellezza indigena di una Na’Vi (la razza aliena che popola il pianeta Pandora), nelle sensuali forme di una rielaborata Zoë Saldaña (la combattiva Neytiri), risolleva le sorti affidate al soldato terrestre Jake Sully (l’attore Sam Warthington), invalidato su una sedia a rotelle, con il compito di entrare nel corpo di un nativo del popolo “blu”, un ibrido creato geneticamente in laboratorio per poter controllare (secondo il volere di una potente compagnia extraspaziale che trivella pianeti in cerca dell’Unobtainium) i dissensi che una tale azione può (a ragione, visto gli echi ambientalisti contemporanei) scatenare. Tutto questo grazie alla tecnologia sfruttata da una interfaccia mentale (realmente usata per i controlli delle tecnologie a distanza) che permette di collegare empaticamente le onde celebrali di due entità; il buon Jake comodamente sdraiato “in coma”, sotto le direttive di una ritrovata e adeguatissima Sigourney Weaver (la dottoressa Grace Augustine, per non dimenticarci di Ripley nel suo Aliens-Scontro finale) e il suo alter ego Avatar, impegnato a guidare i nativi del pianeta verso quella dissuasione che lo porterà inevitabilmente (per amore di Neytiri) a debellare un conflitto etico riscoperto da quella nuova natura che ha definitivamente assorbito. Una sorta di Dune rielaborato per le moderne generazioni cresciute a PS3 (il gioco ufficiale del film è distribuito dalla Ubisoft), dove le abilità recitative vengono ampliate da un inebriante e sfarzoso vortice di pixel che non fanno rimpiangere i “preistorici” occhialini di cartoncino rossi-blu di vent’anni fa (a scapito di uno Squalo 3 in 3D) che oggi ci fanno ingenuamente sorridere di nostalgia. Per placare le rivendicazioni del predecessore Titanic, la colonna sonora riaffidata a James Horner, che regala una ritrovata hit nelle romantiche note di I See You cantate da Leona Lewis. Bentornati sul pianeta Pandora!

Paolo Arfelli Vannucci

martedì 13 settembre 2022

“Sir” Ridley Scott è l’ultima leggenda di Sherwood!

Sir Ridley Scott è l’ultima leggenda di Sherwood!

Ridley Scott torna a dirigere Russell Crowe, in una inedita versione del mito dell’arciere, nobile−fuorilegge, Robin Hood

Presentato  nel 2010 all’apertura della 63˚ edizione del Festival di Cannes, il film del regista che ha riscritto la leggenda del più amato fuorilegge della letteratura inglese.

Dissacratorio. Storico. Capolavoro. Mettere le mani sopra una storia antica e rivisitata come la stessa tradizione ha saputo insegnare, può sembrare impresa difficile nella propria ripetitività degli eventi, soprattutto quando le leggende hanno sempre avuto il primato di essere feticci popolari, custoditi e dispensati con doverosa credibilità di stile. Sicuramente Ridley Scott ha potuto fare, della propria capacità di cineasta, buon uso, riadattando le atmosfere di una storia anglosassone che è sempre stata un tutt’uno con una cultura che appartiene all’emisfero emotivo di tutti. Robin Hood, fuorilegge, nobile e dalla parte del popolo oppresso dalle tasse imposte dal reietto principe Giovanni. Questa è sempre stata la versione “decantata” dalla storia del “borgo” chiamato cinema. Lo abbiamo visto romantico amante in ristretta calzamaglia e divertita volpe nell’immaginario disneyano, ma solo oggi possiamo rivalutare i pregi e i difetti di ogni versione che ha sempre raccontato la stessa storia di umili briganti con nobili intenti. Kevin Costner è stato il primo a debellare l’icona strettamente legata al mito, con l’intrusione di un moresco Morgan Freeman al servizio di un ribelle inglese, sconcertando un pubblico ancora legato ad un immaginario più fiabesco che medioevale. Eppure la storia si svolge tra il XII˚ e il XIII˚ secolo, e la crudezza di tempi tanto oscuri non può non intimorire, quindi il regista Scott ha saputo aggiungere il proprio tocco, distaccando l’uomo dalla leggenda, in quel Sir Robin Longstride, soldato e arciere a servizio di Re Riccardo (o Loxley?), che muore per mano di un cuoco, in una pausa di frecce scoccate e arieti spronati dal buon Little John e lo stesso Robin, che guida un grappolo di compagni di battaglia: un inedito e sprovveduto Jimmy, un cantastorie Alan e (per fortuna!) il ritrovato Will Scarlet. Tutto sembra preambolo ad una storia completamente reinventata ma uguale all’originale (di cosa?), ricercando credibilità a personaggi che sono stati rielaborati per l’occasione, con il sapore autentico della verità nascosta da una storia anacronistica fatta di realtà e non di leggende. Scopriamo il vero Robert Loxley morente, che obbliga un servile Robin a consegnare la propria spada al padre Walter (Max von Sydow), come ultimo gesto e promessa d’onore. Così si uniscono due mondi apparentemente distinti ma legati dallo stesso passato (lo stesso Walter conosceva il padre di Robin, decapitato sotto gli occhi di un bambino che subisce il primo trauma dei ricordi), riscoprendo una Marian (sempre virginale Cate Blanchette), moglie e quindi vedova di Robert, che accetta di conoscere Robin e di accoglierlo come il marito reale. Tutto può sembrare ancora accettabile, come la stessa incoronazione del principe Giovanni (ottimo Oscar Isaac) per mano della madre, volubile e crudele nell’imporre delle nuove imposte, sollevando il vecchio consigliere di Re Riccardo (un posatissimo e indimenticabile William Hurt che regge tutto l’equilibrio della storia), per cedere il posto al Maresciallo, vero artefice dei saccheggi (e pure della morte di Robert Loxley) ai danni del popolo e fautore di una alleanza con i franchi, all’insaputa dello stesso Giovanni. Diventa così obsoleta la stessa figura dello sceriffo di Nottingham, inizialmente il protagonista della storia che doveva interpretare Russell Crowe, affidando a Christian Bale il ruolo di Robin Hood, sconvolgendo nuovamente ogni buonsenso di logica, come lo stesso regista ha ammesso, prediligendo, tra tutte le versioni cinematografiche girate, la versione di Mel Brooks. Le buone intenzioni del Re Giovanni, promettendo libertà al popolo inglese guidando le proprie armate e i nobili contro l’attacco dei Franchi, sfumano quando viene allo scoperto la vera identità di Robin/Robert, decretando la propria sovranità ai danni del popolo, ferito nella buona fede, e bandendo come fuorilegge l’uomo che diventa fautore della propria leggenda.

Complimenti e... lunga vita a “Sir” Ridley Scott!

Paolo Arfelli Vannucci


Quando di virtù è cinema virtuale

 

Quando di virtù è cinema virtuale

L'evoluzione in digitale nella sublime rappresentazione del cinema epico di culto

C'era una volta quella piccola scatola di luci e ombre, riflessi di giochi di specchi, intrattenitore di un pubblico entusiasta di un simile "mirabolante ed eccentrico" risultato; il cinema. Lo stesso pubblico che oggi, con il medesimo movente intrattenitore, giace sulle comode poltrone di multisala ipertecnologici, tra sistemi dolby sempre più "high fidelity" e leccornie consumate tra un sorriso e un bacio, oppure ovattato nelle comode mura domestiche, con home-theatre che hanno visto decadere i "Super 8" e i "VHS", precursori della nuova era tecnologica nella coppia "DVD-Blu Ray ". C'era una volta ciò che oggi è sempre di più il cinema dei sogni, dove i fili manovrati da quel cineasta mangiafuoco hanno sempre abilmente dispensato l'abile illusione di un trucco effimero nel medesimo risultato. La spettacolarità di un cinema che ha sempre voluto stupire, ammaliare, nei binomi tra regista e alter-ego già dai tempi di "de Mille e Charlton Heston", dove l'epopea storico-religiosa era ancora parte di una coscienza morale che sapeva ancora di buono, dove le acque del mar rosso hanno saputo incantare come quella memorabile corsa delle bighe in Ben Hur, diventata tributo nel contemporaneo Il gladiatore, con un Russell Crowe degno di stima per un simile azzardato raccostamento. Lame rotanti forse un tantino più inquietanti di una stucchevole disputa amorosa nel Grease dei fasti musical anni settanta, ma sicuramente sempre convincenti e degne di tanta amorevole dedizione. Poi è arrivata la svolta fantasy-fantascientifica firmata Ridley Scott, che con le dispute di Alien e Ripley ha saputo suggellare l'immortale saga devota al cinema di culto, fatto di cultura, elogio dell'arte sublimata da ogni piccolo dettaglio artistico-umorale, psicologico, sia nei dialoghi che nelle movenze caratteriali dei personaggi stessi. Risvolti che ha saputo riproporre nell'enorme tributo siglato Legend, favola eterna dai risvolti etereamente epici, di nenie tramandate nelle voci secolari di avi attempati dediti a soddisfare la fantasia dei pargoli incantati da tanta soave saggezza narrata. Stessa trionfale sorte è stata impartita dal titanico Peter Jackson, distillando sapientemente dedizione, devozione e stupore digitale nei capolavori della saga del Signore degli Anelli di Tolkien, per convergere nel remake più suggestivo che abbia potuto girare nel colossale King Kong, o meglio il suo King Kong, unico e originale, fedele in ogni dettaglio a ciò che la stop-motion ha saputo imprimere nella fantasia di un bambino che sarebbe diventato il regista che è oggi, lo Spielberg per gli adulti devoti a un cinema meno favolistico e surrogato di un cliché capace più di intimorire che di commuovere.

Lo stesso effimero terrore impresso nel Troy di Wolfgang Petersen, glorioso nella sua ricercata atavica lotta di divinità belle e dannate, di omeriche narrazioni trasposte in un cinema americano che sa condire di machismo d'esportazione ogni tentativo di ricongiungersi con una cultura gelosissima delle proprie sudate radici.

Accostabile e più cruenta è l'opera di Zack Snyder, quel 300 nato principalmente per rimanere in sospeso tra un prodotto commerciale da play-station e "per sempre fedele" al fumetto di culto da cui prende origine; un'orgia di graphic novel nate per soddisfare le ansie e i bisogni adolescenziali che devono maturare nel culto critico di chi riesce a consacrarlo. Gimenez aveva saputo raccontare la sua Città, in ciò che Matrix è l'essenza più devota al dogma istituzionale, dove le turbe erotiche e violente di Sin City sono solo eccessi necessari per mantenere viva la tradizione del fumetto di culto.

Lo stesso culto che Coppola ha saputo impartire nel suo Dracula, esempio lampante di come la sofisticata semplicità di un soggetto possa essere rappresentata nella sua integrale essenza di romanzo.

Elizabeth: the golden age, dell'indiano Shekhar Kapur, arriva sugli schermi come apice di questa sudata tradizione di cinema fatto di mestiere e qualità, dove l'enfasi dell'impatto visivo non deve distogliere lo spettatore da ciò che la tecnologia deve solo migliorare per qualità narrativa e non per avidità di consumo. Tradizione, storia e romanzo diventano quindi i soli ingredienti capaci di rimanere gli unici indispensabili per destare fascino e originalità creativa. Cate Blanchett regala la sua interpretazione alla scelta stessa del suo personaggio, reduce dai fasti in costume elfico, diventando l'emblema stesso di quella tradizione vittoriana che era già stata anticipata nell'Orlando di Sally Potter, con una androgina Tilda Swinton capace di destare angosce sentimentali senza tempo e confine. Oggi non rimane che aspettare la rivisitazione dell'opera migliore del tedesco Fritz Lang, quel Metropolis del 1926 che viene riproposto sempre in versione restaurata, sotto le mani di ogni cultore della settima arte che rimane estasiato da tanta abilità visiva degna solo di essere ammirata.

Tutto questo è cinema!

Paolo Arfelli Vannucci

domenica 11 settembre 2022

Apocalittici d'autore

APOCALITTICI D'AUTORE

L'evoluzione fantasy attraverso i registi più "profetici" del cinema: Lang, Scott e Kazuaki

Un viaggio onirico nel cinema fanta-drammatico di culto

Se facciamo testo basandoci sullo stesso movimento letterario nato negli anni che hanno preceduto il secondo conflitto bellico, a cui hanno aderito poeti come Fraser, Treece o Findly, dove il rifiuto dei canoni poetici tradizionali poteva essere l'unico nutrimento per animi straziati dagli stessi eventi che richiamavano bibliche visioni sull'epilogo dell'umanità, quello che il cinema ha saputo completare nel proprio contributo fatto di arte visiva e sonora ha indiscutibilmente definito, nei massimi espressivi, ciò che d'apocalittico continuerà a perseverare nell'eternità, claustrofobica, distruttiva, di speranza e rinascita, non solo metaforica o di pura finzione cinematografica. Quella rinascita che ha da sempre ispirato ogni cineasta responsabile di un prodotto che, per soggetto e valenza, rimane la testimonianza concreta di un livello qualitativo destinato ad etichettare non solo un genere cinematografico, ma di riuscire a migliorare quella ricerca continua di stile e buongusto che ha fatto grande il cinema fantastico. Lo stesso livello qualitativo che ha consacrato, per primo, il genio di Fritz Lang, nel suo indiscusso capolavoro di rara abilità visiva del 1926, Metropolis, capostipite di quella scuola espressionista di un cinema che ha saputo reinventare tradizione e innovazione come filtro di un'epoca ancora assopita da quei canoni conservatori, immutati per generazioni sino ai nostri giorni, e pur sempre garanti di quella qualità rigenerativa riversata su quelle tecniche cinematografiche che riescono a stupire nell'imbarazzante paradosso temporale, per immutata innovazione riflessa. Ispirato dalla stessa emozione legata allo squarcio d'orizzonte newyorchese suscitata al regista, Metropolis diventa un autentico crogiolo di riferimenti, non solo puramente biblici (vedi "La Torre di Babele" come apice di quel conflitto sociale riversato sulla rudimentale lotta di classe tra potere e schiavismo), ma testimonianza indiretta di un'epoca realmente toccata da disastri ambientali strettamente connessi al progresso vissuto del periodo. Elementi come il pericolo energetico, il disastro ambientale, un progresso tecnologico sempre meno primordiale di come sia stato egregiamente rappresentato, hanno saputo non solo dare merito all'autentico romanzo di Thea von Harbou, ma hanno definito quel legame di cinema drammatico caratterizzato dagli elementi narrativi espressi. Quel progresso tecnologico futurista nella stessa creazione di una donna androide, simbolo perfetto dell'avidità dell'uomo, dell'eccesso desiderio estremizzato sino all'autodistruzione, miscelando sofisticatamente il fine spirituale e il bene materiale. Lo stesso dualismo che ha innalzato il sentimento d'amore e possessione, nella diversità intrinseca allo stesso, nell'ossessione di Deckard-Harrison Ford nel Blade Runner di Ridley Scott. Mezzo secolo di innovazione cinematografica, per passare dal metodo Schufftan del film di Lang alle moderne riprese in computer grafica che hanno introdotto l'universo futurista dello stesso George Lucas nella sua trilogia ripresa in due parti, la più colossale della storia del cinema, in Guerre Stellari. La stessa città introdotta da quella panoramica aerea sulle ali delle note di Vangelis, nel caos urbano intriso di mercanti del sesso e paure legate all'eterna caccia tra uomo e donna, legge e trasgressione, vita e morte. Lo stesso dolore incarnato dal glaciale volto di Roy-Rutger Hauer, leader e padrone di quel mondo segreto capace di destare compassionevoli sentimenti di umanità e disprezzo verso la stessa commiserazione.

La fragilità in quella diversità sostenuta da Rachel-Sean Young, nel bisogno di riscoprire se stessa, per conoscere la vera origine della sua esistenza, combattuta dai ricordi e dalla paura di non essere viva, concreta e infine consapevole.

Quell'atto finale di esasperazione che ha consacrato l'ultimo capolavoro di Kiriya Kazuaki, Kyashan. Nato come originale serie televisiva d'animazione nipponica dei primi anni settanta, nella stessa gestazione dello studio Tatsunoko che ha dato i natali ad altre serie di analogo consumo (vedi Hurrikane Polimar), Casshern (il titolo originale della saga) riprende egregiamente i toni cupi e strazianti dei suoi due illustri predecessori sopracitati, miscelando, con devozione ad un pubblico più maturo e consapevole di un genere, angosce e conflitti etnici riversati nella visionaria e distruttiva ovazione bellica.

Il conflitto edipico padre-figlio, già rivalutato da Fritz Lang, la trasformazione uomo-androide, la ricerca estenuante di quell'ideale perseguitato sino all'estremo riscatto, diventano gli unici elementi capaci di consacrare un genere non solo cinematografico, ma di autentico valore letterario. Come conclude Roy, nel suo tragico epitaffio: "Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser, e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire”.   

Paolo Arfelli Vannucci

giovedì 8 settembre 2022

Bandito di Cuori: Jesse James rivive nel mito di Brad Pitt

BRAD PITT: BANDITO DI CUORI

Il mito della frontiera americana, vissuta dai fuorilegge più famigerati del cinema

Retrospettiva dei film western che hanno raccontato un genere cinematografico

 Di Brad Pitt si può dire di tutto, fuorché un "ragazzone" (cinquantottenne, classe '64) per nulla coerente alla propria immagine di attore, nei ruoli che interpreta, fedelmente legato alla sua natura di solido ragazzo dell'Oklahoma, paese natale che lo ha consacrato nel più ecologista film di "Rob" Redford, quel In mezzo scorre il fiume, diretto nel '92, in coppia con Craig Sheffer, il più autobiografico dell'attore, visto che lo stesso Pitt si è laureato all'Università del Missouri, in giornalismo.

Per un attore che ha esordito, nel suo curriculum di prestigio (antecedente e non, visto che il suo debutto cinematografico è stato un quasi anonimo Cutting Class, diretto nel 1989 da Rospo Pallenberg), interpretando quella canaglia scavezzacollo voluta da Ridley Scott nel suo (ammettiamolo) scialbo Thelma e Louise, impegnato a sedurre e derubare una ingenua Geena Davis in piena crisi coniugale, vestire oggi i panni del bandito più cult del west americano diventa il completamento di una carriera che lo vede come un autentico divo-camaleonte, primo in assoluto per carisma e originale protagonismo.

Come lo stesso Redford, padre "cinematografico" putativo dell'attore, vestire i panni dell'antieroe poteva non essere scelta meno scontata, visto che le canaglie, nel mondo di Hollywood, sanno sempre garantirsi i favori di tutti. Butch Cassidy è stato impalmato in coppia con un Paul Newman quasi nel finire dell'epoca d'oro del genere western (era il sessantanove), riproponendo regista, coppia e stile nel successivo La Stangata, sempre di George Roy Hill, del settantatrè. Le atmosfere ovattate nel bianco e nero di Fred Zinnemann nel suo celebre Mezzogiorno di fuoco (1952), hanno, quindi, devoluto stile e forma nel più diretto Wyatt Earp, immortalato a più riprese nell'omonimo film diretto da Lawrence Kasdan e il recentissimo Tombstone di Cosmatos, tra i virtuosismi interpretativi di Costner e Russell. Eroi ambigui che fanno del dolore virtù, sofferti nel loro radicato essere uomini di frontiera, poche parole e colt nel cinturone ciondolante, "Robin Hood" rivisitati d'importazione, chiusi in quel crogiolo di aspra polvere che è sempre stato il mito del selvaggio west.

Personalità intrecciate di risvolti contraddittori, dove il tradimento rimane l'assoluzione per colui che infligge l'estremo rito finale, come nella tradizione di un Billy the Kid e il suo più diretto Pat Garrett, ripreso nelle nevrotiche complessità di un Bob Dylan d'autore nel film omonimo di Sam Peckinpah e nel recentissimo Young guns di Cristopher Cain, con un quasi isterico Estevez rivestire le complessità caratteriali di una canaglia forse più claudicante-adolescenziale del suo stesso mito.

Oggi, Andrew Dominik, con la produzione firmata dallo stesso Pitt e un garante Ridley Scott, ha regalato non un film, ma il film di Jesse James, capolavoro assoluto di un rinnovato neorealismo che ha voluto immortalare non solo un genere, ma una capacità narrativa salda ai temi fedeli al culto romanzato, a quel sottile equilibrio tra realtà e finzione, egregiamente espressa nello stesso prologo, nell'immagine stanca di un "Tom" Howard calato nei suoi ricordi, lo stesso feeling impresso nel vampiro di Neil Jordan, pregi e difetti di una vita passata combattendo i propri demoni interiori, per scavare nell'animo di un fuorilegge stimato e temuto, che ripercorre, nei suoi trentaquattro anni, le paure e i pregi di una personalità forte e a tratti ambigua. Quella personalità che insegue il giovanissimo Robert Ford (Casey Afflek, già reduce dall' Oscar di Damon nel suo Good Will hunting, in coppia col fratello Ben), il cardine umanamente vulnerabile di chi vive inseguendo un sogno, un mito che diventa protagonismo (il dialogo straordinario di Casey con Sam Shepard, che riveste il ruolo del fratello Frank James), dove la codardia diventa la negazione di un destino segnato da un fato costruito dalla stessa determinazione ("non l'ho ucciso io, è stato un incidente"). Un film che diventa corale nei caratteri duri e umani di chi ha circondato la sua stessa vita, dal cugino di Jesse, Wood Hite (Jeremy Renner), che muore per mano dello stesso Robert, in quella caotica lite nel monito del "non desiderare la donna d'altri". Tutto è autentico come la polvere da sparo e gli abiti sdruciti, i visi smunti e consumati dai troppi segreti celati nel freddo e dalla paura, caratteri che assorbono quasi una narrativa rigorosamente dickensiana nel risvolto giovanile di chi cresce nell'ombra di un successo pericoloso, che ha potuto attingere nello stesso Peter Weir, nell'introversa potenzialità di Anderson canzonato in camera dai suoi stessi compagni nell'Attimo fuggente, come lo stesso Robert che custodisce con cura e devozione i libri e i romanzi di Jesse, mentre vive, parallelamente, le gesta in prima persona. La rapina al treno è un gioiello di crudo realismo, dove i volti incappucciati e bendati fanno tremare come i colpi delle colt, pesanti e aspre come gli stessi grilletti ritratti dalle dita nervose di uomini capaci realmente di uccidere. La fiducia e il tradimento sono, quindi, pericolosi sentimenti come la stessa capacità di saperli dominare, con la stessa freddezza con cui Jesse, di fronte a Rob, taglia le teste ai suoi serpenti con una lama di coltello. Dominik dirige impeccabilmente ogni sequenza, scandita dalle atmosfere musicate da Nick Cave e Warren Ellis, dense e ritratte come gli sguardi attraverso i vetri, di occhi arrossati dal dolore di una narrazione appesantita e offuscata da una realtà fatta anche di lacrime.

Jesse James muore, quindi, per rivivere nelle ottocento rappresentazioni portate in scena dallo stesso Robert Ford e il fratello Charley (Sam Rockwell), ironico nella ripetitività con cui il dolore diventa mito, per essere poi un conto da pareggiare con la stessa morte di un codardo che è solo, in sostanza, la nostra paura di non riuscire a vivere una vita nell' autentica grandezza che solo i "Grandi Uomini" sanno costruire. Un film capolavoro, il cinema che tutti aspettavamo: L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford.

Paolo Arfelli Vannucci

“Indovina chi viene a cena? SOUL MAN”

 

Indovina chi viene a cena? SOUL MAN

La morale di un cinema antirazzista a confronto, nel valore riproposto da Steve Miner

Se la morale della società dovesse essere misurata con l’identificazione di un dialogo recitativo che ha l’unico scopo di abbattere ogni barriera razziale determinata dalla pelle, dalla religione e dalla cultura, non ci sono dubbi su quello che nel film di Stanley Kramer viene innalzato in assoluto come principio di massa. Considerando l’epoca in cui è stato girato, alla fine degli anni sessanta, la società iniziava già a risentire di quello che lo stereotipo della diversità non rappresentava più la vergogna di una ostentazione, ma il bisogno di essere sempre più emancipati nei confronti di una verità, di una convivenza libera nel rapporto di una società che negli sbagli del passato ha sempre saputo trarre giovamento. Non è stata l’America puritana a voler affermare lo spirito integro di un messaggio morale, ma la consapevolezza data dall’intelligenza che è capace di stabilire il valore degli uomini, a prescindere dalla loro diversa pigmentazione. La stessa parola usata da Spencer Tracy, in quel monologo finale capace di sciogliere i cuori di ogni ostinato moralista, nella evidente e sincera commozione di Katharine Hepburn, in quel trasporto deliziato dal compassionevole coinvolgimento dei protagonisti.

L’amore ostinato di due persone capaci di essere se stesse, fondendo quelle individualità che rimangono radicate nel dogma stesso della propria diversità. Non esistono frasi di circostanza. Non servono più scrupoli forgiati nell’intolleranza, figlia di quella paura nello scoprire se stessi.

Sidney Poitier e Cecile Kellaway sono stati i primi testimoni di quella affermazione, che nella commedia ha avuto il merito di essere grande cinema.

Dopo circa vent’anni, Steve Miner ha avuto il delicato compito di riproporre quel dialogo, accostando un linguaggio cinematografico che è diventato l’emblema stesso di quella generazione X, delineata dai caratteri giovanili che hanno affermato la nuova Hollywood.

C. Thomas Howell e Rae Dawn Chong, hanno rappresentato quel passaggio di testimone, in uno spessore di ruoli lasciati alla modernità di uno stile interpretativo che ha delineato indubbiamente la commedia americana degli anni ottanta.

Un’impostazione di ruoli sicuramente meno drammatica, ma ugualmente definita nella sua morale e nei tempi di recitazione. Soul Man ha avuto indubbiamente questa grande qualità, nel coinvolgere l’etica nell’unica intenzione di annullare ogni preconcetto ormai senza nessuna importanza.

Un uomo che conosce se stesso, vivendo la condizione della stessa diversità.

Indubbiamente, l’America ha da sempre avuto il primato di saper rappresentare quel conflitto razziale, nato da quella stessa convivenza che nel crogiolo di razze ha saputo attingere la stessa patria della cinematografia mondiale. Quell’America che ha visito nascere l’affermazione di tanti attori di colore, che hanno annullato il pregiudizio con la propria indiscussa capacità artistica, e che noi oggi abbiamo il privilegio di elogiare.


Ti presento i miei genitori


Non ci sono esitazioni nel ritenere lo stereotipo del conflitto razziale, una delle più profonde e autentiche fonti da cui trarre ogni tipo di “denuncia sociale”, dall’arte espressa nella cinematografia e da ogni estremo ad essa associata. Se dai tempi nostalgici di “Via col Vento”, l’eloquenza verbale si poneva all’infinito, facendo diventare fin troppo caricaturale la subordinazione afroamericana, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, per la fortuna di tutti noi, come riconoscimento nel diritto stesso determinato dalla crescita di una società che vuole essere fiera di ciò che ha dovuto costruire, nel complesso cammino fatto di sbagli e di conquiste.

Per fortuna, dopo circa un lustro di “moderna civilizzazione”, sappiamo distinguere l’ipocrisia commerciale di ciò che facilmente rimane prodotto o pura sostanza. Questo non vuole assolutamente dire di essere criticamente inflessibili su quello che ci viene offerto come mezzo di paragone, ma indiscutibilmente siamo dipendenti e fragilmente influenzabili da tutto ciò che passa come fenomeno di costume, in una società sempre più modernizzata al limite della tecnologia, estremizzando in ogni maniera possibile quella barriera che nessuno vuole riconoscere più.

I sentimenti diventano, in assoluto, quella scintilla capace di innalzare ogni ostinata battaglia morale, dove la quotidianità diventa la diretta conseguenza di quella denuncia fatta di comune emancipazione, nelle scelte di vita e, principalmente, con chi viverla.

Il colore della pelle diventa inevitabilmente di poca importanza, là dove il pregiudizio diventa essenzialmente un principio morale e nulla di più, dove ogni uomo ha da sempre convissuto con la ferma convinzione di essere uomo come tutti, dove l’intolleranza è solo il proprio senso del ridicolo radicato nella poca intelligenza.

Soul Man e Indovina chi viene a cena? rimangono quindi due piccoli capolavori nati dallo stesso principio, non come vittimistica denuncia, ma come ferma e riuscita determinazione nel lasciarci alle spalle gli stessi grotteschi preconcetti che hanno solo danneggiato il buonsenso di una società che ci vuole sempre più bene. A prescindere dal colore della pelle.

Paolo Arfelli Vannucci

venerdì 19 agosto 2022

L’ULTIMO SALUTO A WOLFGANG PETERSEN… la sua “Tempesta Perfetta”

L'ULTIMO SALUTO A WOLFGANG PETERSEN

Si spengono i riflettori sul regista tedesco che ha impreziosito l’ultima era del cinema statunitense

Si è spento lo scorso 12 Agosto, a Los Angeles, l’ottantunenne regista tedesco Wolfgang Petersen. Una perdita incolmabile, se consideriamo le sue opere più importanti che hanno traghettato il cinema europeo d’esportazione in quel sodalizio hollywoodiano indispensabile nel valorizzare i virtuosismi di ogni buon successo commerciale. Una carriera iniziata in quei primi cortometraggi riposti nella propria formazione registica e teatrale, che mettono in luce le doti riposte nel suo primo film di successo U-Boot 96, in una trasposizione realistica e visionaria di un cinema sempre fedele ai rigidi canoni interpretativi del war movie d’annata. Un film che sancisce quel breve sodalizio musicale riposto nel compositore Klaus Doldinger, devoluto nel suo più importante kolossal rilasciato dal best seller di Michael Ende, La Storia Infinita. Alto budget e incassi esorbitanti (indimenticabile la hit omonima prodotta da Giorgio Moroder e cantata da Limahl) che celebrano l’ascesa del regista, valorizzata dal successivo Il mio nemico, un piccolo gioiello di stile e filosofia regalato dall’interpretazione dei suoi stessi protagonisti, Louis Gossett Jr. e Dennis Quaid. Si susseguono produzioni di facile presa, rilasciate ai nomi di prestigio del cinema del periodo, da Tom Berenger (Prova schiacciante), Clint Eastwood (Nel centro del mirino) e Dustin Hoffman (Virus letale). Un “ritocco presidenziale” nella drammaticità espressa dall’accoppiata Ford-Oldman (Air Force One), per immergersi nella battuta di pesca più dispersiva e devastante interpretata da un cast riuscito e bilanciato tra cui spiccano George Clooney e John C. Reilly (La tempesta perfetta), quest’ultimo sublimato dalla recente candidatura ai Golden Globe per la calzante interpretazione nel biopic Stanlio e Ollio. La più alta celebrazione al peplum d'élite nello sfarzoso Troy, un vero e proprio crogiolo di star nelle dispute omeriche estasiate dalle fisicità dei suoi stessi interpreti, dall’Achille di Brad Pitt all’Ettore di Eric Bana, sotto l’ala putativa di un patriarcale Peter O’Toole a rinverdire un genere cinematografico ormai assopito. L’opera registica di Petersen ritrova un impeto di fulgore nel genere catastrofico espresso dal suo Poseidon, un riuscito accostamento al mix adrenalinico rilasciato da L’inferno di cristallo di John Guillermin e lo stesso Titanic di James Cameron, superato negli effetti speciali devoluti dalla stessa Industrial Light & Magic nel regalarci nuove prodezze in computer grafica e pixel. Un lutto sentito e celebrato, quindi, per ricordare un regista che ha saputo valorizzare quel prestigio che solo nomi come Fritz Lang e Werner Herzog hanno saputo innalzare, nell’importanza di un’arte cinematografica che rimarrà come testimonianza di un lascito unico e inimitabile.

Paolo Arfelli Vannucci