lunedì 25 luglio 2016

DiCinema: La nuova Hollywood

DiCINEMA: KRISTEN STEWART
Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide
Freschezza giovanile e carattere da primadonna, per una delle giovani emergenti della patinata alcova delle attrici più pretendenti di Hollywood, nel talento di Kristen Stewart.

Se essere etichettata dalle dive patinate della mecca del cinema, grazie ad un ruolo che ti pone all'attenzione di critica e pubblico, vuole dire essere sinonimo di qualità nel proprio nome… bene, la giovanissima Kristen Stewart può meritatamente adagiarsi in quell'alcova di successo che si è imposto con il personaggio di Isabella Swan, nella trasposizione cinematografica dei romanzi culto dell'autrice Stephenie Meyer nella saga di Twilight. Un ruolo di eroina romantica che ha solo rafforzato un talento recitativo iniziato con La sicurezza degli oggetti, diretta da Rose Troche, per passare al più ambizioso Oscure presenze a Cold Creek, al fianco di Dennis Quaid e Sharon Stone. Ruoli che la mettono in evidenza, preparandola per quel debutto di fama di un ciclo “vampiresco” preceduto da un gradevole ruolo romantico ne Il bacio che aspettavo, al fianco di Adam Brody (noto al pubblico giovanile per il serial televisivo O.C.) e Meg Ryan. Incursione marginale nel Jumper di Doug Liman, dopo aver impreziosito l'asprezza di un pretenzioso Into the Wild diretto da Sean Penn. La conferma di un valore di blockbuster si ripropone con Biancaneve e il cacciatore di Rupert Sanders, rivisitando in chiave dark una delle favole più preziose del ciclo disneyano. Una scelta di ruoli che la mettono in bilico tra adolescenza perduta e maturità, affrontando così un cammino di scelte artistiche che si evidenziano nell'audacia di On the Road di Walter Salles, ponendosi all'attenzione di una critica più severa e meno propensa ai facili consensi. Un volto facilmente apprezzato dalle campagne pubblicitarie, passando da Chanel a Balenciaga, per mettersi alla prova come regista nel videoclip della band Sage + The Saints. Primo riconoscimento importante con il Premio César per il film Sils Maria di Olivier Assayas, per arrivare ad impreziosire la vena registica dello stesso Woody Allen con Cafè Society, confermando un'ambizione felicemente riconosciuta dalla propria crescita di attrice, riconosciuta dallo stesso Ang Lee nel proprio Billy Lynn's Long Halftime Walk. Una carriera che può solo crescere in meglio, avvalorando quei natali che non potevano che promettere una strada artistica in ascesa, benvoluto da un padre manager e produttore televisivo, John Stewart, e la stessa madre Jules Stewart, sceneggiatrice e regista. Ormai i tempi di Twilight sembrano un lontano ricordo di una promettente adolescente che, da cigno, si è imposta nel vortice più maturo di un cinema responsabile delle proprie scelte.
Paolo Vannucci

lunedì 27 giugno 2016

DiCinema: la nuova Hollywood

DICINEMA: DEMI MOORE
Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide
Dramma, commedia e psichedelica pop per una delle attrici più versatili dell’ultima generazione hollywoodiana, nel talento carismatico di Demi Moore.

Non è facile farsi largo nell’alcova delle dive patinate della mecca del cinema, soprattutto quando esserlo significa rinunciare ad una parte di vita privata che forse è più facile distogliere dall’occhio ciclonico dei riflettori, per non spogliarsi di quel clichè di eroina romantica che facilmente può accostarsi allo stesso glamour che circonda l’enfasi di una personalità che si accompagna alla fragilità di chi diva lo è sin dalla nascita, senza contenziosi di parte. Demi Moore quella classe l’ha sempre meritata e ostentata, nonché pretesa, visto il nomignolo Gimme Moore affibbiatole per l’onere di un cachè avidamente richiesto per le proprie qualità esercite con meritato talento di attrice. Nata a Roswell, l’11 novembre del 1962, la vita famigliare di Demetria (il vero nome per esteso è Demetria Gene) è un difficile focolaio fatto di continui spostamenti e traslochi, per seguire un padre adottivo affibbiatole per la separazione dal suo biologico, terminato con un suicidio per mano di un tubo di scarico. Sposatasi giovanissima (appena diciottenne), dopo una crisi esistenziale che l’ha vista divorziare precocemente da un infelice matrimonio di cui si è tenuta il cognome del marito musicista Freddy Moore, la carriera di Demi ostenta a decollare, passando da felici produzioni per teenager in cerca di consensi generazionali alle serie televisive del calibro di General Hospital , per avviare quel successo pronosticato con le riuscite interpretazioni di St. Elmo’s Fire e A proposito della notte scorsa..., comprimaria di un consistente nucleo di giovani leve del calibro di Rob Lowe, per arridere a quel successo con il più altisonante remake di Non siamo Angeli, complici gli stessi Robert De Niro e Sean Penn in chiave umoristica rivisitati dal regista Neil Jordan. Abbandonati i panni di madre dai facili costumi, il successo e la conferma arrivano con Ghost, al fianco di Patrick Swayze e diretti da Jerry Zucker, in quel melenso contenitore commerciale di facile presa che spiana il cammino dell’attrice in quella esuberante decade degli anni novanta che la vede prepotentemente protagonista, passando da Codice d’Onore (ottimo Jack Nicholson che ruba la scena a Tom Cruise) all’esuberante triangolo di Proposta indecente (Robert Redford e Woody Harrelson i due pretendenti) diretto da Adrian Lyne come ostentato falò delle vanità che rasenta il sublime. Riuscito il ruolo di Hester nella riedizione de La Lettera scarlatta di Roland Joffè, per peccare di quell’audacia esuberanza che la contamina come Razzie Hawards per le infelici scelte di Striptease e Soldato Jane (diretta da Ridley Scott). La stella di attrice viene offuscata dallo spazio a cui Demi riserva per le traversie coniugali private che la vede sposata per un lungo periodo con l’attore Bruce Willis e dal quale ha tre figlie (nonché fondatrice della catena di ristornati per celebrità Planet Hollywood insieme al marito), per arrivare al divorzio risolto inizialmente con una unione turbolenta con il giovane (di quindici anni rispetto all’attrice) Ashton Kutcher, anch’esso finito recentemente con la medesima risoluzione del contratto matrimoniale. Incursioni recenti di successo cinematografico rimangono l’episodio di Charlie’s Angels e il semi biopic Bobby, sull’inedita interpretazione dell’attentato di Robert Kennedy.
Paolo Vannucci

martedì 26 aprile 2016

DiCinema: la nuova Hollywood

DiCINEMA: KEVIN BACON
Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide
Interprete di prim’ordine dell’ultima generazione del grande cinema da protagonisti, l’energia e l’impegno nel talento di Kevin Bacon.

Cosa vuol dire essere un ponte tra due epoche, due modi di fare cinema, due maniere di raccontare una sola realtà, fatta di vite sospese tra i conflitti tipici dati dall’età, le storie che devono essere spaccati credibili di una società che ci accompagna nei fatti della vita, senza dimenticare che i crediti che rilasciano, sono sempre un conto aperto che riguarda solo noi stessi. Kevin Bacon, volto frizzante, sbarazzino e tagliente, quando era nella mischia di quei giovanotti chiamati John Belushi, Tom Hulce e lo stesso Sutherland, nell’anarchico e irresistibile Animal House di Landis, primo grande trampolino di un emergente che ha cominciato a soli diciassette anni (come tanti altri, no?), in un corso di recitazione di appena cinque settimane, per poi lasciare la propria famiglia (il padre architetto e la madre insegnante) per intraprendere la strada dell’attore. Primi esordi teatrali che lo portano immediatamente a presiedere ruoli di rilievo nei vari Venerdì 13 (il capostipite di una lunga serie della saga Horror cult del cinema contemporaneo), per ritrovarsi nel graffiti di A cena con gli amici (analoga “tavolata” con Steve Guttenberg e Mickey Rourke, diretti da Barry Levinson) e conoscere la vera celebrità con il cult generazionale anni ’80, Footloose, rifacimento musical di un verosimile Gioventù Bruciata, con piacevoli canzoni che hanno regalato vari adattamenti musical teatrali e una recentissima versione cinematografica (2012), più sottotono degli originali interpreti (vedi Lori Singer, Diane West e John Lithgow). Incursione nello psico thriller diretto da Martin Campbell, Legge Criminale (1989), al fianco di Gary Oldman, omaggiando il maestro Hitchcock con richiami all’altezza della celebrata filmografia, per sondare il terreno splatter anni 50 con il riuscito Tremors, diretto da Ron Underwood, seguito dal Linea Mortale di Joel Schumacher, per riscrivere la commedia americana con il delizioso Dice Lui, dice Lei (regia a quattro mani di Ken Kwapis e Marisa Silver). Lo stesso anno interpreta Willie O’Keefe (uno dei testimoni chiave del complotto), nel controverso JFK di Oliver Stone, a cui seguono Codice d’Onore (una delle migliori “arringhe da tribunale” apparse sullo schermo), coprotagonista di Tom Cruise e un memorabile Jack Nicholson. Prima nomination al Golden Globe con il drammatico Il Fiume della paura, comprimario di Meryl Streep, per riapprodare al Kolossal americano con Apollo 13, sulla scia dell’allunaggio più “problematico” della storia della NASA. Analoga sorte nel prolisso Sleepers, in una amara danza di personaggi (Robert De Niro, Dustin Hoffman e Brad Pitt) nello sfondo di una New York vista dal basso, tema ripreso qualche anno dopo da Clint Eastwood con Mystic River e successivamente da Nicole Kassell nel suo The Woodsman – il segreto, film in cui il tema della pedofilia traccia un solco profondo tra la verità e il necessario bisogno di sondare difficili problematiche a cui dare risposta. Considerando una parentesi di doppiaggio animato, nel Balto prodotto da Spielberg, la recente incursione nel restyling della Marvel, X-Men First Class ha veicolato Bacon verso una caratterizzazione più contemporanea dei personaggi da cinema, dove i tempi più dinamici si conciliano nella recente produzione televisiva The Following, confermando una carriera di rispettabile cinema da protagonisti.
Paolo Vannucci

lunedì 7 marzo 2016

DiCinema: la nuova Hollywood

DiCINEMA: EWAN McGREGOR
Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide
Stabilità e impegno, nelle qualità di un grande talento del cinema contemporaneo, nel nome di Ewan McGregor.

Prendete un cristallo, preferibilmente carbonio. Durissimo. Trasparente. Incolore. Prezioso per la sua rarità. Usato in cinematografia. Volete un nome in assoluto? Ewan McGregor. Scozzese. E’ impossibile trovare tanta rarità in un solo nome di attore. L’Attore. L’Artista. Quando l’integrità morale caratterizza la fragilità e la sensibilità di un uomo, nei personaggi che devono immolare conflitti e trionfi della vita. Figlio di insegnanti e con un fratello maggiore, pilota di aerei dell’aviazione militare inglese, si diploma alla Guildhall School of Music and Drama, per trovare subito una parte nel film televisivo Lipstick on your collar, a cui si susseguono varie serie e film distribuiti sempre dalla BBC, tra cui Scarlet & Black e Family Style, per approdare al grande schermo con il primo successo, Trainspotting (1996), commedia dissacratoria diretta da Danny Boyle, nel disagio giovanile riletto come fuga dalla realtà, vincitore dell’Efebo d’oro e precursore di una carriera in ascesa per McGregor, dal rifacimento di Little Voice – E’ nata una stella (adattamento del musical teatrale londinese The Rise and the Fall of Little Voice di Jim Cartwright), al biopic Velvet Goldmine, sullo scenario glam rock della swinging London degli anni sessanta, per confermare un successo di prestigioso vocalist nel celebrativo Moulin Rouge di Baz Luhrmann, al fianco di Nicole Kidman. Il cinema epico lo reclama, nel garante di George Lucas che lo vuole nei conclusivi tre episodi della saga di Star Wars, nel ruolo di un giovane Obi-Wan, maestro jedi dell’apprendista Anakin (Hayden Christensen), per partecipare al caleidoscopico contenitore di sogni orchestrato da Tim Burton, Big fish – Le storie di una vita incredibile, passando al doppiaggio nel lungometraggio in computer grafica siglato Fox- Blue Sky, Robots (era Rodney), elaborata favola d’animazione moderna, nei sogni di un aspirante “inventore” di successo. Michael Bay lo dirige nel suo The Island, al fianco di Scarlett Johansson, moderno restyling del romanzo di William F. Nolan & George Clayton Johnson, La Fuga di Logan, per sancire il trionfo narrativo dello scrittore Dan Brown, nel prequel Angeli e Demoni (sempre diretto da Ron Howard) del primo Il Codice da Vinci, bellissima tessitura sociale e spirituale sui dogmi della Chiesa e della Scienza, al fianco di un impeccabile Tom Hanks nel ruolo dell’agente Robert Langdon. Lo spirito dissacratorio dei tempi odierni lo coinvolge nella precaria commedia diretta da Grant Heslow, L’Uomo che fissa le Capre, al fianco di un George Clooney già abituato a divagazioni sul genere. La fiaba fantasy moderna lo rivuole nel tiepido Tata Matilda e il grande botto, con una Emma Thompson che cerca di far “dimenticare” una troppo ingombrante Julie Andrews e la sua deliziosa Mary Poppins, per doppiare (in casa Disney) il lungometraggio Rapunzel – L’intreccio della torre (era Plowden), precursore dell’attuale film sulle orme di Jack e il fagiolo magico, nella rielaborata edizione titolata Il Cacciatore di Giganti. Il dramma catastrofico-ambientale, sullo scenario sentimentale di un padre di famiglia in lotta con le forze della natura, lo vede protagonista al fianco di Naomi Watts, nel The Impossible, sulla strada di un successo che ha visto McGregor imporre le proprie indiscusse qualità di artista, nella musica e nel teatro, sin dai primi esordi nella commedia Little Malcolm and His Struggles Against the Eunuchs, diretta dallo zio Denis Lawson, al recente successo di Iago, nella trasposizione del dramma Shakespeariano Othello, con Chiwetel Ejiofor e Kelly Reilly nel ruolo di Desdemona.   
Paolo Vannucci

giovedì 21 gennaio 2016

OSCAR 2016: le nominations della 88° edizione

OSCAR 2016: LE NOMINATIONS
Leonardo DiCaprio favorito, mentre Alejandro Iñárritu e Adam McKay si contendono il miglior film dell'anno

Un cinema di transizione, con DiCaprio, Fassbender e Cate Blanchett a dominare i pronostici.

Un anno intenso di cinema che parla con la voce di chi vuole forgiare una realtà che non ha rinunciato a farci sognare, parlando con un linguaggio cinematografico che ha rinnovato i cliché di un digitale che brucia l'anima, per merito di quei cineasti che sanno rinvigorire una semantica dell'immagine mai data per scontata e parliamo di Alejandro González Iñárritu, nuovamente alla ribalta dei pronostici migliori con quel successo di critica che risponde al nome di The Revenant – Redivivo, nominato per miglior film, regia, attore, fotografia, scenografia e montaggio, con tre Golden Globe che hanno sancito i meriti di quell'azione estrema condivisa dallo stesso George Miller, meno favorito nella sua tiepida originalità rivalutata con Mad Max: Fury Road e più accostabile all'opera visiva firmata da Ridley Scott con Sopravvissuto – The Martian, nella prosaica prova di attore di un Matt Damon che riesce a riproporsi e a stupire. Conferme di tutto rispetto per un ritrovato Sylvester Stallone che si pone all'attenzione con un outsider di buone speranze nel proprio Creed – Nato per combattere, mentre Brad Pitt e Christian Bale si contendono i favori nello stesso The Big Short – La grande scommessa, a pari merito di un Quentin Tarantino che rilancia i suoi meriti migliori con un Ennio Morricone che ha deliziato un Golden Globe annunciato per le musiche di The Hateful Eight. Per il miglior film straniero si parte con un pronostico sancito dal Globe già vinto da Il figlio di Saul, mentre il cinema al femminile si pone all'attenzione di una Cate Blancett con Carol, insieme a Jennifer Lawrence per Joy e Charlotte Rampling per 45 anni. Una attenzione maggiore nell'animazione siglata Disney-Pixar con Inside Out.

L'Oscar atteso da Leo DiCaprio


Che sia l'anno di Leonardo DiCaprio, tutti se lo augurano, per quella statuetta inseguita già da J. Edgar, sempre impeccabile nel riproporsi fedele a quegli schemi rivalutati da Il grande Gatsby di Baz Luhrmann, vera opera visiva dagli echi di un coreografato Romeo + Giulietta di William Shakespeare mai dimenticato, romantico monito a quel Titanic che impone le memorie di un attore dal viso di ragazzino che sembra non riuscire a scrollarsi di dosso l'immagine di un eterno Jack Dawson. Ma le primavere passano per tutti e la legge dello spettacolo sembra porsi a favore di Leo, in quel The Revenant che si spinge al limite di quella natura umana messa alla prova da una caparbietà che si piega oltre i limiti della resistenza alla morte, illuminati da un tramonto freddo e glaciale che vuole colorare l'anima di chi sa parlare con gli oneri di un mestiere che dalla regia di Alejandro Iñárritu c'è solo da imparare. Auguri Leo!

giovedì 7 gennaio 2016

DiCinema. la nuova Hollywood

DICINEMA: SYLVESTER STALLONE
 Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide
Azione, machismo e impegno: le tre qualità che hanno contraddistinto uno degli attori più meritevoli, nelle qualità di Sylvester Stallone.

Il riscatto sull’umiliazione. Uno dei temi principali da cui ha attinto ogni sorta di autore che si è cimentato dietro la macchina promozionale del cinema, generando ogni sorta di prodotto commerciale, bazzicando in ogni genere, dal comico al drammatico, senza trascurare quell’impegno sociale che sembra sgorgare da quel campanilismo nazionale che può facilmente vacillare. Escludendo chi del proprio valore sportivo ne ha fatto la peculiarità d’attore, vedi i vari Bruce Lee e il più attinente Jean Claude Van Damme, non sono molti i nomi che hanno saputo valorizzare un cinema celebrativo all’altezza dei meriti, ripescando volentieri un Chuck Norris dai meandri televisivi contemporanei, nel riflesso della popolarità acquisita e consolidata dal proprio talento, nel corso di una carriera costruita ad arte. Sylvester Stallone, “Sly” per chi si vuole confidenzialmente avvicinare al mito, dai natali controversi e battezzati in quell’ istituto di carità dal nome provvidenziale per chi vuole coniugare la pronosticata sorte, Hell’s Kitchen (Cucina dell’Inferno) nel quartiere di Manhattan, dal padre barbiere (Frank Stallone, dal quale ha ereditato il nome il secondogenito, musicista e anonima comparsa di rilievo), dalle origini italiane pugliesi (i nonni di Gioia del Colle, in provincia di Bari) e dalla madre astrologa, Jacqueline Labofish. Studente difficile (14 istituti cambiati prima di arrivare al college), trova la strada scegliendo un corso di Arte Drammatica e iniziando con vari produzioni off-Broadway, in quell’iniziazione porno-soft Porno proibito-Italian Stallion, che siglerà lo stesso pseudonimo adottato nello script originale che gli è valso l’Oscar (regia, miglior film e montaggio) per Rocky, con il primo diretto da John G. Avildsen e i successivi 4 episodi diretti da lui stesso (eccetto Rocky V ripreso da Avildsen), conclusosi con un “fiacco e appesantito” epilogo, una obsoleta metafora in bilico tra la vita privata dell’attore (il figlio Sage, usato nel quinto episodio, morto per arresto cardiaco nel 2012) e l’ego del proprio personaggio, oggi in sala con Creed, dedicato al figlio di Apollo. Dal pugile di periferia in avanti, sono un susseguirsi di successi commerciali più o meno centrati, sottolineando le tre produzioni che possono avere il pregio di vivere di vita propria rispetto alla stessa filmografia, in ordine F.I.S.T. (di Norman Jewison, sul conflitto d’interessi ripiegato nelle lotte sindacali), I Falchi della Notte (di Bruce Malmuth, revisionando il mito di Serpico di Lumet, con l’originale Al Pacino nei meandri corrotti della legge urbana) e il restyling anni ’80 de La Grande Fuga, approfittando di un soggetto analogo diretto nel ’61 da Z. Fabri, Due tempi all’Inferno, con un cocktail di veri assi del football, da Pelè a Bobby Moore, per Fuga per la Vittoria, diretto da John Huston. Altro grande colosso, nel “conflitto” di botteghino accumulatosi con gli anni, è Rambo, personaggio ispirato dall’omonimo romanzo di David Morrell, First Blood (Primo Sangue), trasposto per il cinema da Ted Kotcheff nell’82, il precursore di una fortunata trilogia nelle possenti spalle di un Sylvester Stallone “pompato” su misura, visto che il servizio di leva lo ha completamente schivato proprio per la stessa guerra del Vietnam, arrivato sino all’ultimo (per ora) capitolo da lui diretto nel 2008, John Rambo. Lodevole alla regia, rimane la ripresa della fortunata scia lasciata da La Febbre del sabato sera, in quel Tony Manero caratterizzato da John Travolta, sfruttando la dinamica del montaggio celebrato dal proprio Rocky per metabolizzare in passi di danza e musica un sequel di riguardo, con Staying Alive. Al limite della “naivetè” affiora l’assolo di Cobra, dal cui set scaturisce l’amore con la compagna Brigitte Nielsen, per passare dalla pura commedia (Fermati, o mamma spara) al dramma d’azione meno accreditato (Cliffhanger), toccato dalle grazie di un John Landis che lo ha “ammorbidito” nel valzer di Oscar – Un fidanzato per due figlie, gradevole farsa nella falsariga del proibizionismo, con Vincent Spano e Marisa Tomei tra i tanti. Incursione fantasy nel fumetto in celluloide rimane Dredd – La legge sono io, al fianco di Diane Lane, per riprendere il genere poliziesco tastato commercialmente con Tango e Cash, nel più drammatico Cop Land, diretto da James Mangold. Assist da cammeo rimangono i recenti episodi dei I Mercenari, nel primo dei due capitoli diretto dall’attore, per tracciare un bilancio in positivo di una carriera che ha egregiamente incorniciato gli status massimi dei cliché espressi dal cinema americano, in quel nome che è diventato un vero e proprio marchio di garanzia.