venerdì 11 gennaio 2013

UN NATALE DA HOBBIT!

UN NATALE DA HOBBIT!Jackson-De Sica-Albanese, moschettieri nel nome del Re NATALE, ed è cinema tra i regali sotto l’albero

Il prequel della trilogia firmata da PeterJackson, gigante del Natale piu' "Apocalittico" di tutti i tempi.
Il conto alla rovescia è iniziato... scettici e scaramantici sempre più uniti, per scongiurare il 21 Dicembre più temuto, tra calendari maya che entrano in conflitto con il nostro lunario occidentale, schivo e annoverato tra i santi che ci proteggono, soprattutto sotto le feste comandate. Da chi? Innanzitutto dallo Spread... che parolaccia, soprattutto in un momento epocale sittolineato dal nostro Santo Padre, con il primo tweet declamato da ogni media, salutando i fedeli e rassicurandoci con la sua presenza... anche in rete. Abbiamo qualcosa da temere? Se dobbiamo divincolarci da un fisco che ci regala conguagli nel nome dell’IMU (altra parolaccia), non possiamo privarci di una festività minacciata da un governo “incasinato” che arranca tra noi, comuni contribuenti nel nome di Albanese, abete natalizio con il suo Tutto tutto, niente niente, guidato dal proverbiale Cetto La Qualunque, portabandiera di una classe politicante figlia dei nostri tempi... e che tempi. De Curtis si affacciava alla finestra, in quell’Italia in bianco e nero, gridando al megafono “Vota Antonio!”, e nulla è cambiato nell’omonimo attore che si sdoppia in tre, completando la strenna con gli immancabili Frengo Stoppato e Rodolfo Favaretto, reduci dal pimo episodio Qualunquemente, sempre scritto dal comico, garantendoci una dissacratoria ilarità in sintonia con l’umore che vogliamo risollevare, aiutato da un sempreverde Christian De Sica, clericale e natalizio, come vuole la tradizione (complici Lillo e Greg, spalle d’occasione), nel suo Colpi di Fulmine. Ma il piatto forte è servito dal magistrale Peter Jackson, ritornato a dirigere la sua creatura più epocale della storia del cinema, nel nome del romanzo scritto da J. R. R. Tolkien, “Il Signore degli Anelli”, oggi riproposto nell’inedita trilogia che vede protagonista l’hobbit Bilbo Baggins (Martin Freeman), nel prequel a lui dedicato, vero e proprio araldo di una stirpe decantata dagli stessi protagonisti, in quel mondo fantasy, devoluto dallo stesso scrittore, portatore elfico di un immaginario che deve tutto alla motion capture, capace di rinnovare un eterno Ian McKellen/Gandalf Il Grigio, oggi protettore del primo Baggins in quel viaggio senza fine, nella Terra di Mezzo popolata da goblin e nani che riconducono tutto a Gollum/Smèagol (sempre Andy Serkis), primo portatore dell’Anello. Oggi tutto sembra una mappatura del dio Google, abituati a navigare in una rete che sembra minacciata dall’obsolescenza più che dal reale fabbisogno quotidiano, ma non possiamo farne a meno, complici le riserve naturali della Nuova Zelanda, vincolo naturale con la realtà, fatta di persone, affetti e tutto ciò che vuole ricondurci al Natale, complice l’innocenza devoluta dalla carola belga, diretta da Ben Stassen, Sammy 2, viaggio ittico tra gli oceani dell’infanzia, con tutto ciò che serve per farci essere più in pace con noi stessi... e che Babbo Natale si ricordi di passare a portare i doni il 24 Dicembre... sempre che noi siamo lì ad aspettarlo! 
 


mercoledì 28 novembre 2012

MAMMA... HO PERSO IL CINEPANETTONE!


L’era di Boldi-De Sica, salutata dalla coppia Castellito-De Luigi... in un prequel natalizio “da grido”

Addio alla comicità estrema di una tradizione natalizia che lascia volentieri il testimone alla nuova generazione di cineasti e attori del cinema italiano.

Eppure è successo. Se sembrava impossibile privarsi di quel rito battezzato cinepanettone dall’ultimo ventennio del cinema italiano, oggi dobbiamo arrenderci da quella commedia che è nata in pieno pop anni’80, sotto il patrocinio musicale della Baby Records e il volere “geniale” di Carlo Vanzina, iniziando la multistaffetta con il primo Vacanze di Natale,  progenitore nel nome del virgulto De Sica in Christian, passando dal compagno Jerry Calà a Massimo Boldi, sfruttando quella spensierata verve comica fatta di adolescenziale goliardia sentimentale tanto celebrata dai riusciti e analoghi Sapore di Mare, per continuare ad essere cinema comprimario a tutti gli effetti, senza pretese e soddisfatti di una leggerezza che felicemente lascia il tempo che trova, vedi i vari Yuppies battezzati da Ricci in piena epoca berlusconiana scaturiti dal “Drive in” televisivo e gli assoli di Calà e Mauro di Francesco nei riusciti Chewingum e Vado a vivere da solo.  Oggi? La formula cambia... e con gli stessi ingredienti. Cristiana Capotondi è una trentenne eterna adolescente, proprio come vent’anni fa, quando un americano Luke Perry la faceva sognare, uscito dal Beverly Hills 90210  televisivo,  e ad aspettarla c’era sempre un principe azzurro, ammettiamolo pure... impacciato e fricchettone come il nostro Fabio De Luigi, alle prese con una famiglia comica e dissacratoria, come vuole la tradizione... natalizia e non. Traumatizzati? Ma neanche per sogno! “The show must go on”... e quindi si continua nella stessa maniera, attori sempre più convinti e registi presi in prestito dagli attori. Alessandro Genovesi e Paolo Genovese, rispettivamente registi di Il peggior Natale della mia vita (per il clan De Luigi) e Una famiglia perfetta, quest’ultimo imperniato su un “acrilico” Sergio Castellito in cerca di una felicità ricreata su misura dagli stessi attori, nei ruoli di una finta parentela in stile Nirvana. Pensate sia troppa esagerazione? Avete pensato bene... perchè il divertimento lo vogliamo proprio così... pieno di luci colorate, calde atmosfere in spassose battute sotto l’albero, anche quando il nostro cinema strizza volentieri l’occhio a quello americano... e il risultato è identico. Segno, dunque, che il cinema lo sappiamo fare... e anche meglio di tanti altri (vedi Acciaio, diretto da Stefano Mordini, esempio di un rinnovato neorealismo adeguato ai tempi). Grazie ad Antonio Catania, Diego Abatantuono, Laura Chiatti, Ale e Franz, Francesca Neri, Claudia Gerini, Marco Giallini... insomma, il Natale è sempre Natale, anche se, per dovercelo ricordare, si ricorre a qualche eccesso di convenienza, anticipando le uscite o accostando il tutto alla formula sempreverde del cinema d’animazione... oggi esclusivamente in computergrafica, vedi il pretenzioso Le cinque Leggende, ultimo nato della DreamWorks, adunata analoga di icone festive, tra Santa Claus, tatuato e in stile “capitano, mio capitano” che deve guidare un gruppo di celebrità vacanziere in pericolo, tra cui La fatina dei dentini e uno sbarbatello Jack Frost. ll Natale è salvo... per fortuna!

Paolo Vannucci      

martedì 13 novembre 2012

BREAKING DAWN: IL FINALE DELLA SAGA


Si conclude il romanzo epico di Stephenie Meyer, nella progenie del matrimonio cult del vampiro Edward e Isabella

Robert Pattinson e Kristen Stewart ancora insieme, nel capitolo finale sempre diretto da Bill Condon, mentre è in attesa un prequel dedicato al vampiro della Meyer.

La resa dei conti è giunta al finale, tra entusiasmi e incassi al botteghino, tra discussioni socio-educative di un fenomeno letterario felice per chi è adolescente, leggero per chi osa sognare la giovinezza che fu, godibile per chi pretende un cinema che ricicla  clichè letterari e mode contemporanee... insomma, nel bene e nel male, la “bigottona” Stephenie Meyer ha decisamente travolto un pubblico di spettatori-lettori, stremati dalla maratona dispensata in una quadrilogia (cinque romanzi, con lo spin-off, La seconda breve vita di Bree Tannent, dedicato alla sfortunata neovampira di cui ne è stato dato corpo e anima nella infelice intrusione della prima parte di Breaking Dawn) battezzata cinematograficamente nel 2008 con la regia di Catherine Hardwicke, cianotica rilettura anni ’80 fedele al romanzo, che  ci ha introdotto nel mondo parallelo di lupi e vampiri teenager, dove la truculenza è bandita e la novella in chiave shakespeariana traccia i caratteri di un amore “sofferto” ma sempre a lieto fine. Promesse mantenute nel successivo New Moon, diretto un anno dopo da Chris Weitz, ampia tessitura (non solo musicale, visto la riuscita partitura composta da Alexander Desplat) in terra toscana, introducendo la famiglia dei Volturi manovrati da un mefistofelico Martin Sheen, nei panni del capo clan Aro. Nuovi imprevisti si susseguono al ritmo dei sempreverdi Muse (due hit in quattro film, Supermassive Black Hole e Neutron Star Collision) nel terzo capitolo Eclipse diretto da David Slade, con ampie riletture teatrali da musical, per attirare un’attenzione più matura nei risvolti sociali in cui si evolve lo stesso romanzo, affidando ad Howard Shore l’abile sovranità di tanta manovrata disputa tra lo stesso licantropo Jacob (Taylor Lautner) e un “terroristico” esercito di trucidi neovampiri che vogliono minacciare l’unione di Edward e Bella. La maturazione definitiva avviene con il neoassunto Bill Condon per il tanto atteso matrimonio tra i due giovani, con sulfuree riprese da soap opera, per l’amplesso più “complicato” che si possa raggirare, con una gravidanza che introduce la tanto attesa trasformazione di Isabella in vampiro (gli effetti speciali da CGI sempre affidati al Tippett Studio)  e la piccola Renesmee.  Oggi siamo alla svolta finale, tra le problematiche della coppia di neogenitori che vedono la loro amorevole figlia semiumana (la piccola  Mackenzie Foy) crescere, contesa dalle attenzioni dei Volturi, drasticamente mortali nella patriarcale sentenza di un diritto che viene energicamente sostenuto dalla famiglia Cullen, aiutata dai vampiri “buoni”  dei clan di tutto il mondo, chiamati a difendere il proprio diritto alla famiglia. I giochi sono aperti, in questa epica conclusione che ci ha visto maturare, almeno in parte, ammettendo che l’innocenza rimessa nelle pagine di un budget milionario può servire realmente a fare riflettere una moralità che sempre ha vacillato, quando le tematiche si spogliano di una malizia che, volentieri, la cinica visione adulta lascia alla purezza di quell’amore, non solo sognato dagli adolescenti di ogni generazione e parte. E voi, da che parte state?


Paolo Vannucci

venerdì 19 ottobre 2012

JAMES BOND COMPIE 50 ANNI!

Torna l’Agente con Licenza d’uccidere, nel compleanno celebrativo più importante della storia del cinema, con Daniel Craig elegantemente Bond

Il nuovo capitolo dell’agente creato da Ian Fleming, nell’era digitale che ha visto “rinascere” il mito  iniziato da Connery.

La resurrezione. Questa è la parola d’ordine per poter accedere al nuovo mondo “bondiano” creato da papà Fleming, scomparso un paio d’anni dopo che la United Artist (5 Ottobre, 1962) comprò i diritti per l’intera opera letteraria dell’autore, affidando ad un giovane Sean Connery il ruolo dell’agente “doppio Zero” (proprio come la farina, per l’impasto più corposo a prova di spia) che sorseggia Martini (“shackerato, non mescolato”), amante delle belle donne (un vero campionario di Bond girl, dalla Andress alla Murino) e con un senso dello Humour da vero anglosassone. Una formula vincente che ha dato ottimi risultati, assorbendo gli status e le mode di mezzo secolo di costume e società, senza danneggiare un personaggio che ci ha accompagnato nel valorizzare le “nostre debolezze”, ovviamente per entrambi i sessi, dalla renitente Pussy Galore al carnale ossigenato Silva (l’ispanico Javier Barden) dell’ultimo neonato Skyfall, senza dimenticare i pregi e i difetti di una carriera cinematografica che ha visto vari passaggi di testimone (sei, compreso Craig) per un “marginale” làscito di parodie, compresa la non accreditata dai produttori Saltzman e Broccoli di Casino Royale del 1967, vero e proprio cult dissacratorio di un protagonista capace di cadere, per rialzarsi sempre impeccabile. Roger Moore ci ha accompagnato nel decennio più difficile, valorizzando (Moonraker, in piena Odissea siglata Shuttle) e demolendo (L’Uomo dalla Pistola d’Oro, nello Scaramanga-Christopher “Dracula” Lee, rilasciato a episodi nel Fantasylandia), dopo un veloce interscambio di ruoli con l’attore australiano George Lazenby, per l’unico matrimonio “indolore” di Bond (1969, Al servizio Segreto di Sua Maestà, Diana Rigg la sfortunata consorte), mentre Timothy Dalton ha avuto il merito di assestare un linguaggio cinematografico che sembrava arenarsi nella ripetitività scomoda di un clichè, abdicando dopo Vendetta privata (l’originale Licence to Kill). Pierce Brosnan ha ridato vita all’originale mito di Connery, posato e ironico a più non posso, completamente a suo agio in un ruolo che lo aveva già assestato in un prequel televisivo, devolvendo quattro episodi (Goldeneye, apripista d’eccezione) che hanno visto Judi Dench assumersi le responsabilità di una “M” tutta al femminile (non dimentichiamoci dell’eterna segretaria innamorata MoneyPenny), oggi destabilizzata da un Mallory, "sorprendentemente” Ralph Fiennes. Stessa sorte per l’arteficiere “Q”, oggi “sbarbatello” da vero Hacker, interpretato da Ben Whishaw, dimenticandoci di un John Cleese (Peter Burton rimarrà l’icona inimitabile) troppo sardonico anche per lo stesso Bond (tutto pur di vedere accessoriare l’immutabile Aston Martin, oggi riproposta con la stessa targa del 1962). Per Skyfall, Sam Mendes (vi ricordate American Beauty?) ha la responsabilità di dirigere per la terza volta un Daniel Craig (l’attore si è già visto accreditare altri due capitoli alla lista) “energico” e rassicurante anche da “morto”, visto che non è la prima volta che il personaggio di Fleming si è visto passare a miglior vita... ma parliamo di Bond, James Bond e per Sua Maestà, la Regina Elisabetta (comprimaria autentica, al fianco dell’Agente 007, alla cerimonia dei giochi Olimpici del 2012), la resurrezione non è che un contrattempo “scomodo”... ma risolvibile. Buon Compleanno James!

Paolo Vannucci

martedì 25 settembre 2012

ALIENS Vs. PROMETHEUS... e vince Ridley Scott!

La Genesi firmata dal creatore Ridley Scott, per ridare autenticità al classico di fantascienza più cult di Hollywood 

Il ritorno dell'Alieno di Ripley e soci, nella versione originale del regista che ha riscritto la fantascienza d'autore. 

Anno 1979.  Dieci anni dopo che l’uomo scoprisse la prima grande “roccia bianca” chiamata Luna, il sogno fantascientifico di ogni astronomo e scrittore, rigenerando le aspettative sulla vita fuori dal pianeta Terra, cominciando ad abbandonare la caratterizzazione atipica dell’alieno e sensibilizzare un’angoscia più umana dell’ignoto e dell’infinito. A fare di tutto questo un capolavoro della cinematografia ci pensò Ridley Scott, magistrale nel mixare Fantasy e Horror in un thriller fantascientifico che consacrò una giovane Sigourney Weaver come androgina portatrice di quell’essere combattuto e protetto (impeccabile Ian Holm, nella inedita impersonificazione dell’intelligenza artificiale, tra acidi lattici e DNA), in quell’essere tecnologicamente animato da Carlo Rambaldi, superando se stesso dopo il “primo contatto” battezzato da Spielberg e il Kong pre-11 settembre, dove John Guillermin sostituì l’Empire State Building con le monolitiche Twins Towers. Scenografie e tensioni riprese da James Cameron nel suo Aliens-Scontro Finale, sette anni dopo una conclusione che non presagiva alcun sequel, almeno nelle intenzioni di Ridley Scott, che si è visto “rubare” il testimone ben cinque volte, in oltre trent’anni di fantascientifica carriera, passando da un terzo capitolo “religiosamente” emarginato in un ghetto da ergastolani dello spazio (sei riscritture di una sceneggiature diretta da David Fincher, per arrivare all’addio di Ripley nel quarto episodio dedicato al genoma umano dispensato nella clonazione. Nel 2004, una svolta commerciale per giovani smanettoni da videogames, iniziati dal regista Paul W.S. Anderson, ospitando un inconsueto Raoul Bova, nel primo di due parentesi poco edificanti (Aliens Vs. Predator 1 & 2) rispetto al valore originale dell’autentico progetto, oggi ripreso dallo stesso Scott, in un vero e proprio prequel, come riferimento alle origini della razza aliena. Un viaggio da Stargate, per omologare un rituale voluto dalle civiltà fondatrici del genere umano, ribattezzate “Ingegneri”, per annoverare filosofie celebrate da Kubrick e miti aztechi in templi religiosi, elargiti dalla presenza comprimaria di Guy Pearce (Peter Weyland, il presidente dell’omonima compagnia finanziatrice del progetto Prometheus, la nave spaziale), in un soggetto già elaborato nel film diretto nel 2002 da Gore Verbinski e Simon Wells nel The Time Machine, giovane scienziato inventore della prodigiosa macchina, tra citazioni devote al codice Da Vinci e cultura primitiva da primordiali evocazioni dell’horror. Alterego di un ritrovato androide nel compassato David (a cui Bishop deve tutto), nell’inarrestabile Michael Fassbender, la cui sorte ripercorre inalterata la matrice dei predecessori, accomodante assistente di una “rivisitata” Ripley, nella ricercatrice Elizabeth Shaw (l’attrice Noomi Rapace), portatrice finale di un rinnovato rito perpetuato dalla inalterata razza Aliena. Fotografia di Dariusz Wolski e montaggio di Pietro Scalia, per questo sogno criogenico offerto dall’unico regista che poteva celebrare un autentico mostro sacro della fantascienza d’autore... e noi non possiamo che ammirarlo! 

Paolo Vannucci 

mercoledì 29 agosto 2012

IL CAVALIERE OSCURO: il ritorno

Epilogo della Trilogia di Christopher Nolan dedicata al fumetto di Frank Miller, con Anne Hathaway e Christian Bale dietro maschera e mantello

Ultimo atto della saga dei personaggi creati da Bob Kane, con il rientro di Cat Woman a presagire un nuovo prequel.

La rinascita dell’uomo pipistrello è iniziata esattamente 13 anni fa, quando Tim Burton ci rivelò il “suo” inedito BatMan, attingendo senza inibizioni tra il neofumetto di Frank Miller (una saga in quattro parti pubblicata nel 1986) e il personaggio originale creato da Bob Kane e pubblicato dalla DC Comics negli albi omonimi nel 1940, che hanno devoluto un primo làscito nella nostalgica serie televisiva interpretata da Adam West sul finire degli anni sessanta, tra supercattivi in “divertenti” scazzottate onomatopeiche e una inedita Ford Galaxie truccata da bat-mobile a inaugurare una cospicua manciata di modelli ipertecnologici su quattroruote che il cinema abbia potuto desiderare. Se Joel Shumacher ha potuto attingere dalla psichedelia pop degli anni settanta, Christopher Nolan si è riappropriato dell’universo parallelo creato dal fumettista-regista Miller, ricucendo le origini dell’Uomo Pipistrello in salsa metodista, tra rinascite Zen e culto artigianale, tutto impacchettato nel primo Batman Begins, addossando sulle “robuste” spalle di Christian Bale, i traumi edipici dell’orfano miliardario e filantropo Bruce Wyne, consolato da Katie Holmes, addestrato da Liam Neeson, armato da Morgan Freeman, sorvegliato da Gary Oldman e assistito da Michael Caine, senza recriminare abusi o licenziamenti da parte della produzione sino ad oggi. Non si può certo vantare tanta fortunata sorte per i cattivi di rito, passando dal lascivo psichiatra Cillian Murphy dietro la maschera dello Spaventapasseri, per ritrovare il ghigno del Joker ereditato da Jack Nicholson nell’interpretazione postuma di Heath Ledger, con l’intermezzo di “DueFacce”, già riveduto dal granitico Tommy Lee Jones in Batman Forever, in coppia con l’Enigmista, alias Jim Carrey. Oggi, ad addolcire le turbe da giustiziere mascherato, ci pensa Anne Hathawey, nelle seducenti forme di Selina Kyle, alias Cat Woman, dopo il benestare e gli auguri di Michelle Pfeiffer, forse dimenticandoci di uno “sfortunato” assolo dedicato all’antieroina, diretto da Pitof nel 2004, con Halle Berry in frusta e latex nero. Ma l’atmosfera apocalittica sceneggiata dal regista e Jonathan Nolan è tutta in debito col terrorismo ipertrofico dell’11 settembre, con un Bane (Tom Hardy) nerboruto e con tanto di museruola alla Hannibal Lecter, che sancisce un nuovo cardine col tradimento, in bilico tra personaggio e realtà sociale. Morgan Freeman (Lucius Fox) sostiene le conferme rassicuranti delle prodezze tecnologiche che si annoverano nel Batwing (vi ricordate il Bat-Plano?), mentre Michael Caine è l’ennesima riconferma di uno degli Alfred che più Alfred non si può, tra humor e compostezza “all english” degni di stima. Uscito negli USA il 20 luglio, in Italia possiamo consolarci con un inedito finale esclusivamente in terra tricolore, senza deludere le attese slittate per la prima del 29 agosto. La saga di Christopher Nolan è così giunta al suo ultimo atto, rimanendo fedeli all’ IMAX e rinunciando nuovamente al 3D, per conciliare l’originalità dark della graphic novel di papà Miller e per rimandare un nuovo restyling che solo la Warner potrà decretare... a suo tempo!

Paolo Vannucci

lunedì 16 luglio 2012

Alessandro d'Avenia e... "Cose che nessuno sa"!


A due anni dall’uscita del primo romanzo, il trentaquattrenne scrittore siciliano torna con una novella d’autore, tra liceo, adolescenza e i valori della crescita

Un padre, una figlia e un amore che deve ancora essere assaggiato... sono gli ingredienti per una perla da scoprire.  
  
Alessandro, il giovane professore di liceo (come nella vita, sceneggiatore e a Maggio sono iniziate le riprese del film tratto da Bianca come il latte, Rossa come il sangue) ci riprova, immerso nelle problematiche di un ragazzo al bivio con la propria maturità di uomo, in quelle responsabilità intrise di saggezza popolare e il mestiere di insegnare, usando i propri paradisi artifciali come una corazza facile per “fuggire”, ma non felice per “restare”... Restare vuol dire quannu l’amuri tuppulìa, ‘un l’ha lassari ammenzu a via, quando l’amore bussa non devi farlo entrare in casa... e quella casa si chiama Stella, intelligente, innamorata e che ora vuole “di più” da quel giovane uomo che ancora vede i libri come bambini, ciascuno con il suo odore buono, i suoi occhi e i suoi vezzi. Ma la vita, oggi, non può più essere una bici nera appoggiata frettolosamente ai margini di una strada. E il giovane prof sente quel sentimento come una “minaccia”, un limite nella sua missione quotidiana di educatore, protetto da un’aula di Liceo... in quella I liceo dove incontra gli occhi di Margherita. Quattordicenne... occhi verdi e capelli neri, ancora troppo vuota per poter capire la vita, ma troppo vuota per sapere che cos’è il Dolore. Un Padre che l’ha abbandonata, ...lei, suo fratello Andrea e la madre. Ma c’è nonna Teresa che sa capire il vuoto che la fa soffrire. Quel cerchio concentrico che si amplifica ogni volta, strati di se stessa densi come lacrime, capaci di diventare una perla dalle caratteristiche uniche ed irripetibili. Ma ogni perla ha il suo predatore,  artefice della propria trasformazione... e quegli occhi azzurri, quasi bianchi, in cui solo lei è capace di ritrovarsi, hanno un nome... Giulio. Misterioso, ribelle... e “rifugiato” dalla vita. Anche Giulio ha il suo stesso vuoto... schivo  e diffidente al punto di esserne protagonista assente. Il suo Dolore ha il volto della Madre che l’ha abbandonato... e questo è ancora più feroce di ogni altro ostacolo che si possa tramutare in astio... gelido rifiuto. L’Amore è la loro medicina, fuggitivi felici in quella macchina “trafugata” che li porta a Genova, ...alla ricerca del padre di Margherita. Un incidente... e tutto si frantuma, come un castello di sabbia naufragato nella marea, che trasporta conchiglie e rumori di lontano. La vita di Margherita appesa al filo di Atropo, che le dita di Cloto, abile tessitrice,  fanno volgere fino all’ultimo nodo che si chiama Morte. Ma una perla di rara bellezza possiede la durezza che la fa vivere, per essere ammirata da tutti. Essere Ammirata da Giulio. Essere aiutata da quello strano professore che, tra le lacrime della propria fragilità, riesce a capire il proprio ruolo nella vita di Stella... insieme a Stella... per sposarsi e costruire insieme quella vita che si chiama Felicità.

Una volta le ho chiesto: “Nonna, secondo te perchè non sono morta?”
E lei mi ha risposto: “Dio fici l’omo per sentirsi cuntare u cuntu”, Dio ha creato l’uomo per sentirgli raccontare le storie

www.profduepuntozero.it

Paolo Vannucci