mercoledì 11 gennaio 2012

DiCaprio torna a capo dell'F.B.I.


Cleant Eastwood dirige Leonardo DiCaprio, in una pragmatica biografia della vita di J. Edgar Hoover, storico direttore dell’F.B.I... ed è profumo di Oscar?

Due talenti consolidati del cinema americano, per una ennesima pagina di storia statunitense, riletta con volere intimista e lucida cronaca contemporanea.

Per far “crescere” Leo DiCaprio ci voleva la proverbiale durezza di un regista come Eastwood, abile infarinatore di soggetti cinematografici che attingono da una realtà capace di scuotere la morale, oltre ogni colore di bandiera, educando un pubblico che non sempre riesce a conciliare i tempi di una narrazione devoluta agli attori, con le incursioni volute da un regista che è cresciuto facendo entrambi i mestieri. I tempi degli spaghetti-western sembrano ormai un lontano ricordo, diventando sempre più un vanto da cineamatore, nell’ostentare ancora quei titoli nati da un maestro come Sergio Leone. Oggi, la maschera del granitico pistolero ha allungato le pretese, senza tralasciare gli oneri di quel passato, devoluti nel suo personale tributo a un genere, nel film diretto nel ’92, Gli Spietati, per arricchire il proprio curriculum con una invidiabile plètora di film che hanno conciliato buongusto e stile, passando dall’azzardato Million Dollar Baby, al poetico I Ponti di Madison County, distaccati lasciti di un genere che facilmente si possono aggraziare i consensi riposti nel suo ultimo film, J. Edgar, senza trascurare i più attinenti titoli legati alla serie poliziesca dell’ispettore Harry Callaghan. Una ennesima pagina di grande storia americana, dopo il trionfo visivo di Flags of Our Fathers, che sicuramente subisce fortemente le inflessioni narrative regalate da Michael Mann, nel suo Nemico Pubblico, complici la riuscita coppia Bale-Depp. Ma il cinismo “sarcastico” di Eastwood riesce a prevalere nella sua inedita biografia sul fondatore dell’F.B.I (Federal Bureau of Investigation), preoccupandosi di sondare l’emotività e le problematiche di un personaggio che ha dedicato la propria vita al Governo di un Paese, passando dalla “porta di servizio”. Un DiCaprio appesantito da un trucco che sembra voler tracciare un “sentito” limite tra la stessa vera identità di Hoover, nominato direttore nel 1924, fino alla sua morte, in quel prologo appesantito dagli anni, in cui ripercorre la propria vita, narrandone gli accadimenti. Tutto sembra incentrato sulla vulnerabilità di un uomo segnato dalle ambizioni di una madre amorevole e protettiva (Judi Dench), che forma il carattere di un ragazzo che impone la propria personalità, dettandone le regole e schivandone le ripercussioni sulla vita privata e sentimentale (il legame dell’amicizia velato da quel sapore assoluto dell’omosessualità, rappresentato dal collega Clyde Tolson). Principi morali e valori estetici che vuole fondere con il protocollo interno di un Organo di Giustizia, più volte attaccato per i sistemi ritenuti poco ortodossi, adottati dallo stesso Hoover. Accuse che sottolineano, inesorabilmente, una sorta di superficialità dimostrata da Edgar, in quella quasi assenza, sentita come una forma di gelosia, nelle azioni determinanti portate a termine dagli agenti che hanno lavorato sotto le sue direttive. Un DiCaprio che sembra far prevalere l’attore sul personaggio, come vuole lo stesso Eastwood, citando Brian De Palma nel suo Gli intoccabili, come forma di istruzione in quelle tecniche pionieristiche, impartite con ingenua meticolosità. La fotografia di Tom Stern e la sceneggiatura di Dustin Lance Black incorniciano un film che sembra destinato a forti ambizioni... ma su DiCaprio incombono pesanti perplessità di “Stato”. Cleant Eastwood ha fatto di nuovo centro, comunque vada...

Paolo Vannucci

domenica 8 gennaio 2012

DiCinema: la nuova Hollywood


Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide

Volto scolpito nella recitazione, per un attore che ha segnato il successo passando dal movie gangster di Leone alla commedia, nelle qualità di James Woods.


Ci sono volti che nascono per essere destinati alla simbiosi identificativa del carattere svestito con naturalezza e pronti per essere riciclati a nuova vita, mantenendo viva quella immedesimazione che è la dote più ambita da ogni attore... e James Woods, indubbiamente, è uno dei grandi attori dell’ultima generazione hollywoodiana, consacrato non solo dai ruoli sostenuti, ma supportato da un Q.I. (168 e il prestigio di appartenere al Mensa) che lo ha agievolato nel proprio cammino di artista. Identificato nella sua interpretazione più autorevole nelle mani di Sergio Leone in C’era una volta in America, in coppia con Robert DeNiro e una giovanissima Jennifer Connelly al suo battesimo cinematografico (sostituita da Elizabeth McGovern nella versione adulta n.d.r.), ma supportato da una gavetta televisiva e cinematografica iniziata nel ’69 con La sua Calda Estate, dopo aver lasciato gli studi universitari di Scienze politiche e proseguita con Sulle Strade della California e la più identificativa in Olocausto. I successi commerciali cominciano ad arrivare con Videodrome, diretto da David Cronenberg, psicodramma ad effetti speciali (Rick Baker) sull’ossessiva visione degli stereotipi legati al sesso-carne-morte riflessi nei media. Cinema d’impegno nelle mani di Oliver Stone nel film-denuncia Salvador, che gli ha valso la sua prima nomination all’Oscar, e il successivo Cocaina di Harold Backer, affiancato da Sean Young nel travaglio autodistruttivo del personaggio, causato dalla tossicodipendenza. Seguono Verdetto finale, nei disimpegni commerciali di un’aula di tribunale e Insieme per forza, felice commedia diretta da John Badham, in coppia con Michael J. Fox e Annabella Sciorra. Slalom senza difficoltà tra il doppiaggio ne I Simpson, e i film-cassetta Lo specialista (Sharon Stone e “Sly” Stallone da cornice) e il remake del film di Peckinpah, Getaway, con Alec Baldwin nel sostituire McQueen e Kim Basinger nel ruolo della complice. Meritevole di nota rimane Legami di famiglia, sulle delicate note del tema dell’affidamento, sulle provate spalle di una collaudata Glenn Close e la giovane coppia Masterson-Dillon. Seconda nomination all’Oscar per L’Agguato, diretto da Rob Reiner ed ennesima denuncia sulla discriminazione razziale da parte dei neri d’America, sulla scia di Mississipi Burning e sceneggiato da Lewis Colick, tratto da reali accadimenti. Degni di nota sono Il giardino delle Vergini suicide, diretto nel ‘99 da Sofia Coppola, l’incursione nel comico-demenziale Scary Movie 2 e le ennesime incursioni da doppiatore nei Stuart Little 2, Hercules e Surf’s up- I Re delle Onde. A concludere, la citazione di un meritevole Shark-Giustizia a tutti i costi, sulla scia delle neonate serie televisive americane che mirano a rispolverare i miti cinematografici di una generazione ancora meritevole di consensi.

Di seguito, tutti i film dell’attore:

La sua calda estate (Out of It, 1969)

I visitatori (The Visitors) (1972)

La morte arriva con la valigia bianca (Hickey & Boggs, 1972)

Come eravamo (The Way We Were, 1973)

40.000 dollari per non morire (The Gambler, 1974)

Bersaglio di notte (Night Moves, 1975)

A tutte le auto della polizia (The Rookies) (1975) - Serie Tv

Sulle strade della California (Police Story) (1975-1976) - Serie Tv

Uno sceriffo a New York (McCloud) (1976) - Serie Tv

La zingara di Alex (Alex & the Gypsy, 1976)

I ragazzi del coro (The Choirboys, 1977)

Olocausto (film TV) (Holocaust, 1977)

Uno scomodo testimone (Eyewitness, 1981)

Videodrome (1983)

C'era una volta in America (Once Upon a Time in America, 1984)

L'occhio del Gatto (Cat's Eye, 1985)

Salvador (Salvador, 1986)

Best Seller (Best Seller, 1987)

Cocaina (The boost, 1988)

Verdetto Finale (True Believer, 1989)

Insieme per forza (The hard way, 1991)

Charlot (1992)

I Simpson (serie TV, 1994)

Lo specialista (The Specialist, 1994)

Getaway (The Getaway, 1994)

Casinò (1995)

Gli intrighi del potere - Nixon (1995)

L'agguato (Ghosts from the Past)', 1996)

Contact (1997)

Hercules (1997) (voce di Hades)

Un altro giorno in paradiso (Another Day in Paradise) (1998)

Vampires (John Carpenter's Vampires, 1998)

Il giardino delle vergini suicide (The Virgin Suicides, 1999)

Fino a prova contraria (1999)

La figlia del generale (The General's Daughter, 1999)

Ogni maledetta domenica (Any given sunday, 2000)

I ragazzi della mia vita (2001)

Ricreazione - La scuola è finita (Recess: School's Out, 2001) (voce)

Scary Movie 2 (2001)

Final Fantasy: The Spirits Within (2001) (voce)

Stuart Little 2 (2002) (voce)

John Q (2002)

Be Cool (2005)

Shark - Giustizia a tutti i costi (serie TV, 2006 - 2008)

End Game (2006)

Surf's up - I re delle onde (Surf's up, 2007) (voce)

An American Carol (2008)

Cane di paglia (2010)

lunedì 12 dicembre 2011

Un Natale da Favola, con Il Principe Schiaccianoci e Il Gatto con gli Stivali, tra i regali sotto l’albero!



I fratelli Grimm contro Il celebre balletto di Tchaikovsky, a contendersi i favori delle strenne natalizie firmate 3D

Woody Allen apripista della stagione cinematografica “sotto l’albero”, tra gli arrivismi di Clooney e il rocambolesco sequel di Holmes, infarciti nel cinepanettone italiano conteso da Pieraccioni.

Se con il prodigio di Spielberg TINTIN, potevamo credere di perdere la magia del grande cinema di Natale, in quella uscita posticipata ad Ottobre, oggi ci troviamo “sorprendentemente travolti” da una riguardevole elite di personaggi, attinti dalla tradizione popolare regalata alla favola, tra anteprime slittate per l’occasione, nel botteghino delle strenne natalizie d’autore. Ad introdurci nel clima festivo velato di romantica ironia, ci ha pensato il grande “Woody” con il suo Midnight in Paris, presentato in anteprima al Festival Di Cannes, la scorsa primavera, e magicamente distribuito i primi di Dicembre, con un sorprendente Owen Wilson come alter-ego del regista, nei panni di uno sceneggiatore che si vuole dedicare alla stesura del suo primo romanzo, nella complicità dell’accomodante capitale parigina, in un paradosso temporale degno del riuscito La Rosa Purpurea del Cairo, girato nell’85, con Jeff Daniels e Mia Farrow ad allietare le fantasiose divagazioni tra realtà e finzione del regista. Ma tutte le attenzioni sono rivolte alle favole più attese dai piccini, con la solita strizzata d’occhio ad un pubblico adulto, appassionato da un 3D capace sempre di rinnovarsi. Andrei Konchalovsky ha deliziato le attese con il suo Lo Schiaccianoci, ispirato alla nota favola musicata dal compositore russo Pëtr Tchaikovsky, abilmente rieditata da Eduard Artemiev con le canzoni inedite di Tim Rice, in una coproduzione anglo-ungherese che si concede il privilegio di poter attingere da quell’enfasi disneyana che tanto ha insegnato, nei felici richiami dei sempreverdi classici del calibro di Pomi d’ottone e manici di scopa e il celeberrimo Mary Poppins di Robert Stevenson. La storia rinomata del piccolo principe esiliato dal suo mondo reale e imprigionato dal consueto sortilegio di rito, si avvale della felice recitazione dei giovani protagonisti; la ritrovata Elle Fanning nel ruolo della piccola Mary, affiancata da un entusiasmante Nathan Lane nei panni dello “Zio” Albert, contro il tirannico mondo del Re Topo John Turturro, nel ghigno ossigenato più glamour che il cinema possa desiderare. Non da meno poteva essere il vero protagonista dell’araldo di casa DreamWorks, nella saga dedicata all’orco Shrek, Il Gatto con gli Stivali, nell’omonimo lungometraggio sempre doppiato da Antonio Banderas, con al fianco una deliziosa Kitty Zampe di Velluto, nella sensuale voce di Salma Hayek, a contendersi i favori di una storia, nata originariamente da quella tradizione popolare europea trascritta da Giovanni Francesco Straparola nelle sue Piacevoli Notti (la raccolta di racconti) e in seguito adottata da quel romanticismo tedesco che ha ispirato i Fratelli Grimm e lo stesso Charles Perrault. Un vero full d’Assi, completato con l’attualità riletta da un amaro George Clooney, nel suo Le Idi di Marzo, al fianco di un angosciato Ryan Gosling reduce da Drive, e il rocambolesco sequel di Sherlock Holmes, nei disimpegni atipici di un rinverdito Robert Downey Jr. Non poteva mancare il classico cinepanettone di De Sica, nel ritorno alle origini con Vacanze di Natale-a Cortina, affiancato dal goliardico Pieraccioni nel suo Finalmente la Felicità. Buon CineNatale a tutti!
Paolo Vannucci

martedì 15 novembre 2011

SHAKESPEARE o non SHAKESPEARE?


Il regista Roland Emmerich firma la più irriverente biografia del drammaturgo poeta, padre della letteratura inglese... ed è scandalo?

Una originale e visionaria rilettura del mistero che nasconde la vita di William Shakespeare, rivalutando il celebrato “classico” di John Madden.

La ripartitura è iniziata circa dieci anni fa, con l’audacia inventiva di un regista che ha voluto interpretare le opere del più importante autore inglese, conosciuto come “Will” Shakespeare, focalizzando l’apice dell’inestimabile produzione letteraria nel dramma d’amore più rivelatore, titolandolo “Shakespeare in Love”, critica e pubblico entusiasti, attori (in)compresi, 3 Globi d’Oro e sette statuette, a suggellare il lascito di John Madden, oggi raccolto da un regista reduce da una “corposa” produzione cinematografica che sembra non temere pareri discordi dalla propria fervida abilità di “narratore”, passando da Independence Day a L’Alba del Giorno Dopo, per “finire” nel preistorico passato dell’umanità nel rocambolesco 10.000 AC, epilogo meno riuscito del più celebre Godzilla, diretto nel ’98 (anno di buon auspicio, nel “contemporaneo” pluripremiato di Madden), dietro la scia del pionieristico Jurassic Park di Spielberg e propiziatorio per il Kong di Jackson. Oggi, Emmerich vuole sfidare la razionale convenzionalità di una icona classica della storia letteraria, con i ritmi attuali di un cinema che si addentra sempre di più nel pragmatico rigore voluto dalla tradizione, e i risultati non sembrano mai deludere le aspettative (vedi il recente restyling firmato Oliver Parker, nel classico di Oscar Wilde, Dorian Gray). Un viaggio nella fantasia del regista, esplorando un rinascimento inglese rispolverato per l’occasione, spogliandolo dei belletti tipici di una cura estetica che sapeva nascondere le macabre imperfezioni di una nobiltà sopravvalutata da ogni epoca, regalando un illeggittimo erede alla Regina Elisabetta, un talentuoso Edward de Vere (l’attore Rhys Ifans), prodigioso autore diffidato dai burocrati di corte (37 sono le opere ufficiali attribuite alla reale produzione firmata da Shakespeare) e dai natali “segretamente” custoditi dal padre William Cecil, tanto da diventare passione incestuosa tra lo stesso Edward e gli entusiasmi che la madre ripone nei consensi per le opere del figlio. Un conflitto Edipico abilmente ricreato dal regista, sorretto da una fotografia firmata Anna Foerster e dagli ambienti ricostruiti dai rituali effetti speciali curati da Wolfgang Higler e Rolf Hanke. Un’eccentricità che sicuramente sarà reclamata dai sostenitori di una discendenza esclusivamente italiana del dibattuto poeta, secondo quanto fortemente sostenuto dalla stessa cattedra inglese, in un articolo pubblicato nel “Times” l’8 Aprile 2000, attribuendo, allo scrittore, i natali nella città di Messina, sotto il nome di Michelangelo Florio Crollalanza (il cognome materno), fuggito dal rito della Santa Inquisizione, per il credo Calvinista dei genitori, trovando fortuna in terra inglese, iniziando la sua vita letteraria nell’ufficializzata Stratford-Upon-Avon, trasformando il nome materno Guglielma nell’equivalente maschile che tutto il mondo conosce. Una disputa letteraria che nasce sotto ogni buon auspicio, visto quanto sostiene lo stesso Roland Emmerich, più che mai convinto che il dovere del cinema, oggi, sia di elaborare storie che possano arricchire lo spettatore per rinvigorire il cinema stesso, visto che è la storia ad insegnarci quale strada continuare a percorrere per tramandare il valore della conoscenza.

Paolo Vannucci

lunedì 3 ottobre 2011

SPIELBERG RIFA' TINTIN


Il regista torna a dirigere l’ennesima epopea cinematografica, riportando in “Motion Capture” il personaggio creato da Hergè

Terza riedizione in grande stile per il ritorno delle avventure del giovane TINTIN e Milou.

Steven Spielberg dietro la macchina da presa. Un’attesa allentata da anticipazioni che enunciavano il nome di quel personaggio a fumetti noto come TINTIN. Un lungometraggio d’animazione rinverdito da una “Motion Capture” in vena di prodezze tecnologiche, visto il risultato tanto atteso nelle prime sequenze elargite dal Teaser che rimanda l’appuntamento nelle sale il prossimo 28 Ottobre, posticipando l’uscita Natalizia prevista in origine (solo per il mercato statunitense). Un anticipo per confermare un successo da Blockbuster, alla View Conference sull’Arte Digitale il 21/23 Ottobre a Torino, e si parte. Colpa della crisi economica mondiale? Di certo nessuno può dubitare dell’integrità morale del ragazzotto dai capelli rossi nato dalla fantasia del disegnatore belga Georges Remi, in arte Hergè, apparso nel lontano 1929 nel settimanale Le Petit Vingtième, testimone di cultura a fumetti di un secolo di storia mondiale, tenendo conto che la casa editrice Moulisart (fucina di ardimentosi talenti nella coppia Goscinny-Uderzo, creatori di Asterix e Lucky Luke) ha continuato la pubblicazione realizzata dall’autore sino al 1986, alternando vicende che hanno avuto come soggetto i grandi avvenimenti storico-culturali che possono aver raccontato, con sobrietà data dagli accadimenti stessi, lo spirito e la moralità della società, sino ai giorni nostri. Le avventure di TINTIN e il segreto dell’Unicorno, questo è il titolo dell’opera inedita di Spielberg, definito dall’autore stesso, prima che venisse a mancare nell’83, “l’unico Genio che possa far rivivere il mio personaggio”, e il regista ha devoluto un film all’altezza di ogni aspettativa, coadiuvato da Wyne Stables, artefice degli effetti visivi della Weta Digital, sotto la stessa produzione del regista e l’accoppiata Peter Jackson e Kethleen Kennedy, il primo già collaudato padrone della Trilogia de Il Signore degli Anelli e del remake di King Kong, autentico pioniere di quella Motion Capture che ha visto, per la prima volta, l’attore Andy Serkis cimentarsi in entrambi i ruoli di Gollum e Kong (non di meno importanza il ruolo comprimario di Caesar ne L’Alba del Pianeta delle Scimmie). Questa volta è il turno del Capitano Haddock, il Lupo di Mare che accoglie un inconsapevole TinTin (Jamie Bill) a bordo di quella nave con la quale solcherà le fervide porte della fantasia. Oltre al fedele Milou, il piccolo Terrier bianco, ci sono Daniel Craig nelle “transgeniche” fattezze di Rackham il Rosso (in contemporanea con Cow Boy & Aliens, insieme a Harrison Ford), Simon Pegg e Nick Frost nei ruoli dell’ispettore Dupond e Dupond. Una sceneggiatura che trae spunto da tre racconti della serie (in italia pubblicata da due differenti Editori, la Comic ART e la Lizard), rispettivamente Il granchio d'oro, Il segreto del Liocorno e Il tesoro di Rakham il Rosso. Sicuramente il film di Spielberg non avrà nulla da temere rispetto ai precedenti in pellicola girati cronologicamente da Jean-Jacques Vierne nel 1961 intitolato Tintin et le mystère de la toison d'or, e Philippe Condroye per il secondo, Tintin et les oranges bleues, del 1964, entrambi interpretati da Jean Pierre Talbot. Abbandoniamoci, dunque, a questo sogno che solo Spielberg poteva firmare... con tanto di ciuffo in testa rosso e lentiggini... come lo stesso personaggio dell’intimenticabile Hergè abbia potuto desiderare.

Paolo Arfelli

venerdì 2 settembre 2011

SPIELBERG Super 8!


Il “Ritorno al Passato” del regista in veste di produttore, in una parabola “vintage anni ‘70”, in coppia col regista J.J. Abrams

Esordienti geniali si raccontano, dietro l’obiettivo amatoriale che ha aperto la nuova stagione cinematografica.

Un gruppo di ragazzini, adolescenti in fase creativa, che elaborano un lutto cimentandosi dietro una cinepresa amatoriale in Super 8 (appunto). Se non fosse per il fatto che il giovane regista in erba Joe (l’attore Joel Courtney) ricalchi gli esordi precoci di un ragazzino di sette anni di nome Steven Spielberg, dietro il dissenso di una madre che gli proibiva di vedere film alla Tv, questo nuovo prodigio diretto da J.J. “Star Trek” Abrams non si sarebbe mai potuto realizzare, lasciando un colossale vuoto temporale nella cinematografia mondiale. Misteriose sparizioni, campi magnetici che si materializzano in un vortice creato dai voleri di un alieno che riassume tutta la filmografia dello stesso regista-produttore, in quel filmino autoprodotto a 11 anni, The Last Train Wrek (storia di un incidente ferroviario con trenini giocattolo), per proseguire sino ai 18 con il primo lungometraggio di ben 140 minuti, un piccolo Kolossal fantascientifico sugli UFO, scritto dalla sorella Nancy, Firelight, che ha richiesto l’affitto di una sala cinematografica per essere appositamente proiettato, sotto i voleri dello stesso padre. Un film che ne racconta innumerevoli altri, in un domino di rimandi al passato che, per gli adulti di oggi, sembra ancora recente, ambientato alla fine degli anni ’70, quando ancora la società non comunicava in wireless e la Televisione sapeva ancora di Bianco e Nero. Il regista Abrams, reduce dal successo di Star Trek, è la ciliegina sulla torta di un film realizzato per lo spettacolo visivo che narra in tutta la sua storia, sceneggiata a quattro mani con lo stesso Spielberg, devolvendo un cast degno del migliore Rob Reiner nel suo Stand by Me, completamente immerso in quella suspance dispensata ne La guerra dei Mondi e nella claustrofobica fantascienza in stile Deep Space Nine, “causata” dal tocco di entrambi gli autori. Azione, Dramma e Amarcord, tutto condito con la maestria di chi sa elargire un cinema all’altezza dei nostri tempi, non solo per la bravura dei giovani interpreti (deliziosa Elle Fanning nel ruolo di Alice e la collaudata esperienza di Kyle Chandler nel ruolo del vice-sceriffo Lamb), ma per la stessa magia devoluta in quelle cineprese che dal comune filmino amatoriale può celarsi l’ardimentoso talento di neonati registi in erba, in ardimentose voglie di successo... tutto rigorosamente girato in Super 8 mm, ovviamente!

Paolo Arfelli

lunedì 29 agosto 2011

DiCinema: la nuova Hollywood


Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide

La travolgente sensualità mediterranea scoperta dal poliedrico Almodovar, nelle doti di stimabile artista nel talento di Antonio Banderas.

Il vouierismo maschile ha sempre imposto, come “segno di riconoscimento”, quei valori dati da una sobrietà di stile e genere cinematografico applicabili a chi, nel nome di quella maschilità di provato “sciupafemmine”, ne ha sempre fatto buon uso e ricavato non meno di taciti consensi nel vasto pubblico femminile. Rispolverando una generazione hollywoodiana che attinge in quell’arco di tempo che annovera nomi del calibro di Tyrone Power e Clarck Gable, oggi possiamo riflettere una vasta pletora di nomi che hanno rilanciato e mantenuto (nel bene e nel male) il clichè voluto dal virilismo d’elite. Antonio Banderas, supportato dai natali DOC, è indubbiamente un araldo di tutto rispetto nella nuova casta di “machi” d’esportazione che hanno saputo imporre il proprio talento uscendo dalla “ristretta” cerchia nazionalpopolare. Battezzato dal regista pop Pedro Almodòvar, autentico pigmalione di numerosi nuovi talenti femminili (da Carmen Maura a Maria Barranco), lo stesso esordio ribadisce un sodalizio di tutto rispetto con il regista ispanico, passando quindi da Labirinto di Passioni a Matador (precursore del Basic instinct di Paul Verhoeven), intercalati da pellicole uscite nel circuito nazionale spagnolo che hanno preparato il rilancio di un vero e proprio fenomeno cult postmoderno nel Donne sull’orlo di una crisi di nervi. Per rivalutare il lancio dell’attore nel panorama hollywoodiano dobbiamo passare dal fim documentario A letto con Madonna per arrivare a I Re del Mambo (The Mambo Kings) diretto da Arne Glimcher, in coppia con Armand Assante, con il pregio di autentico debutto nelle doti artistiche di vero musicista, riproposte nel più recente Desperado di Robert Rodriguez (di nota l’incursione in veste d’attore di Quentin Tarantino, non ultima con lo stesso regista). Da qui, l’ascesa di Banderas come vero astro da protagonista, passando da La Casa degli Spiriti (coproduzione tedesca/danese/portoghese) diretto da Bille August e tratto dall’omonimo romanzo di Isabel Allende (Jeremy Irons, Meryl Streep e Winona Ryder tra i protagonisti) per approdare al successo firmato Jonathan Demme, Philadelphia, coprotagonista assieme al premio Oscar Tom Hanks, successo abilmente prefabbricato sul fenomeno dell’AIDS, rivestito da una sofisticata commercializzazione stereotipata sul tema dell’omosessualità (ciliegina sulla torta la hit di Bruce Springsteen, secondo Oscar del film come migliore canzone). Le successive prove diventano successi riconfermando D’Amore e ombra (regia di Betty Kaplan sul romanzo di Isabel Allende) e Intervista col vampiro di Neil Jordan (Crousie e Pitt protagonisti di una rivisitazione barocca del culto del Nosferatu) la consacrazione di un affidabile interprete a cui rivolgere attenzioni sempre maggiori. Incursioni nella felice commedia hollywoodiana riportano Banderas ai fasti degli esordi, “sfarzosamente” rivestiti dal regista Fernando Trueba, affidandosi ad un cast “all in USA” , nel suo Two much – Uno di troppo, tra cui spiccano Melanie Griffith (set galeotto tra i due, dalla cui unione nasce la figlia Stella del Carmen), Daryl Hannah, Joan Cusack e Danny Aiello a compendio di una godibile e saporita commedia senza difetti. Il ruolo di un visionario ribelle di nome Che Guevara nell’opera rock Evita diretta da Alan Parker (ultimo musical “ufficiale”, dopo Jesus Christ superstar, Rocky horror picture show e The Wall), al fianco di Madonna nel ruolo di Evita Peron, e il ruolo della volpe ne La maschera di Zorro di Martin Campbell consacrano definitivamente Banderas come vera star di un cinema che sa riproporre rilanci e riconferme affidate al vero talento e al puro piacere di un cinema consacrato alla tradizione. Da citare, infine, le riprese della saga “made in mexico” firmata da Robert Rodriguez nel C’era una volta in Messico (Johnny Depp e Salma Heyek a saldo dei precedenti Desperado e El Mariachi) e il sequel La leggenda di Zorro, sempre al fianco di Catherine Zeta-Jones, nonchè le felici prove di doppiaggio nella saga firmata DreamWorks dell’Orco verde Shrek, nel ruolo del Gatto con gli stivali.

Di seguito, tutti i film interpretati dall’attore:

Labirinto di passioni (1982), Pestañas postizas (1982), Y del seguro... líbranos señor! (1983), Il signor Galindez (El Señor Galíndez) (1983), El caso Almería (1983), I trampoli (Los Zancos) (1984), Requiem per un contadino spagnolo (Réquiem por un campesino español) (1985), La corte del faraone (La corte de Faraón) (1985), Matador (1986), 27 horas (1986), The puzzle (1986), Deliri d'amore (Delirios de amor) (1986), Così come erano stati - Trio (Así como habían sido) (1986), La legge del desiderio (La ley del deseo) (1987), Il piacere di uccidere (El placer de matar) (1987), Donne sull'orlo di una crisi di nervi 1988, La mujer de tu vida: la mujer feliz (film tv) 1988, Intrighi e piaceri a Baton Rouge 1988, Andare in Africa in cerca di droga (Bajarse al moro) (1988), Se ti dico che sono caduto (Si te dicen que caí)(1989), La blanca Paloma (1989), Légami! (¡Átame!) (1990), La otra historia de Rosendo Juárez (1990), Contro il vento (Contra el viento) (1990), A letto con Madonna (Madonna: Truth or Dare) (1991) - documentario, Terra Nova (1991), Una mujer bajo la lluvia (1991), Cuentos de Borges I (1991), I re del mambo (The Mambo Kings) (1992), Spara che ti passa (¡Dispara!) (1993), La casa degli spiriti (The House of the Spirits) (1993), Philadelphia (1993), Il giovane Mussolini (1993) - Film Tv, D'amore e ombra (Of Love and Shadows) (1994), Intervista col vampiro (Interview with the Vampire: The Vampire Chronicles) (1994), Promesse e compromessi (Miami Rhapsody) (1995), Desperado (1995), Four Rooms (1995), Assassins (1995), Mai con uno sconosciuto (Never Talk to Strangers) (1995), Two much - Uno di troppo (Two Much) (1996), Evita (1996), La maschera di Zorro (The Mask of Zorro) (1998), Il tredicesimo guerriero (The 13th Warrior) (1999), Incontriamoci a Las Vegas (Play It to the Bone) (1999), White river kid (The White River Kid) (2000), The Body (2000), Spy Kids (2001), Original Sin (2001), Femme fatale (2002), Frida (2002), Spy Kids 2 - L'isola dei sogni perduti (Spy Kids 2: Island of Lost Dreams) (2002), Ballistic (2002), Spy Kids - Missione 3D: Game Over (Spy Kids 3-D: Game Over) (2003), Immagini (Imagining Argentina) (2003), C'era una volta in Messico (Once Upon a Time in Mexico) (2003), Pancho Villa, la leggenda (And Starring Pancho Villa as Himself) (2003) - Film TV, The Legend of Zorro (2005), Ti va di ballare? (Take the Lead) (2006), Bordertown (2007), Homeland Security (My Mom's New Boyfriend) (2008), L'ombra del sospetto (The Other Man) 2008), The Code (Thick as Thieves) (2009), Incontrerai uno sconosciuto alto e bruno (You Will Meet a Tall Dark Stranger) (2010)

Paolo Arfelli