CAPITAN HARLOCK TRA LE STELLE |
James Cameron battezza il restyling
in capture motion diretto da Shinji Aramaki, per un classico d’animazione
destinato a durare.
La
generazione “geko” ha definitivamente
consacrato il proprio feticcio migliore, volutamente riferito a chi, a
distanza di quasi mezzo secolo, può finalmente dichiarare il proprio amore sviscerato
per il manga d’autore, l’originale prodotto d’animazione creato da quella Toei
Animation fondata negli anni cinquanta (56, per la precisione) che ha saputo
dipingere una generazione appena nata di animazione senza occhi a mandorla,
attingendo da quella cultura occidentale prestando attenzione ai classici del
romanzo per i più piccini, passando dalle fortunate serie animate in quel di Heidi e Remì, per toccare paradisi di audacia inventiva nello sfoderare gli
araldi di quella tradizione negli originali Lady
Oscar e Candy. Se Goldrake rimane il primo prodotto che ha
fatto la sua prima apparizione nella programmazione televisiva italiana, a Kyashan è stato affidato il merito di
essere quel moderno epicentro di narrativa e clichè che hanno saputo elargire
un vero omaggio cinemtatografico riposto nel film diretto da Kazuaki Kiriya e interpretato
da un giovane Yusuke Iseya nel ruolo del ragazzo androide, moderno elisir di un
Blade Runner rivestito a dovere,
abbandonando le vesti un cinema ancora attaccato alle tradizioni Shogun (nel bene e nel male). Oggi siamo
arrivati alla consacrazione di un altro grande culto di quella cultura animata,
che tutti riconoscono con il nome di Capitan Harlock (sigla musicale della Fonit Cetra italiana a parte), già
devoluto nel film d’animazione uscito nel 2003, a cui l’Arcadia di oggi deve il
moderno restyling grafico a prova di arrembaggio, come rinnovato Ghost Ryder dello spazio a cui tutti
devono quella Libertà che dall’impero di Star
Wars sembra abbia patteggiato molti dei rimandi che si ricollegano
all’originale Star Blazers , sempre
scritto e illustrato da Matsumoto e con all’attivo tre edizioni televisive e
cinque film, anticipando nel ‘75 il mito di George Lucas, nelle sorti di un
attuale Pacific Rim che è venuto ai
patti nelle paciose forme di un Astroganga
ripulito a dovere (e qui si arrovellano i geko fedeli al cartone animato
d’annata). Se Cameron è rimasto estasiato da una capture motion all’altezza
delle aspettative, la tessitura musicale di Tetsuya Takahashi non è certo da
meno (senza privarsi di quegli intramezzi musicali cari ai ritornelli made in
Japan), per questa epopea spaziale che strizza l’occhio e alle forme di un
Andrew Garfield preso in prestito (ci mancherebbe pure...) per una missione
impossibile complessa e ricostruita con dovizia di mestiere. Della storia originale
ci sono tutti i capisaldi che devono il pregio della serie animata, dalla
bellissima Yuki al mozzo Yattaran, per abbandonarci alla divagazione d’obbligo
(come sdoppiamento dello stesso pirata Harlock) nel cinematografico odierno
Yama, che ha sostituito il giovane Tadashi Dayo del cartone animato, senza però
intaccare motivazioni e trame fedeli all’originale. Il risultato è un
concentrato di pura fantascienza e moderna computergrafica che ha deliziato la
70esima Mostra del Cinema di Venezia (presentato fuori concorso), per aprire la
stagione cinematografica post-vacanziera del 2014, in sala dal 1° gennaio. E
con un battesimo del fuoco del genere non c’è che da aspettarsi il meglio.
Paolo Vannucci
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