lunedì 6 febbraio 2012

STRAORDINARIO SCORSESE con HUGO CABRET


Un ritorno alla regia del “maestro” Scorsese, ridisegnando il romanzo di Brian Selznick, nel tributo più spettacolare all’inventore del cinema George Méliès

Effetti speciali e culto romanzato, per il biopic più celebrativo del regista, tra magia, sogni e storia del cinema.

Nel 1861, nasceva a Parigi un uomo che avrebbe segnato la storia di quell’invenzione “brevettata” dai fratelli Lumière, per trasformare il neonato cinema in quel prodigio di illusione e realtà, conditi con sapiente maestria “di parte”. Il suo nome era George Mèliés, illusionista di mestiere e pioniere di quelle tecniche cinematografiche che hanno segnato l’immaginario di ogni cineasta che si è cimentato dietro la macchina da presa, sino ai giorni nostri. Dal memorabile Viaggio nella Luna (Le Voyage dans la Lune) del 1902, si sono susseguiti innumerevoli capolavori di montaggio (Viaggio attraverso l’impossibile e lo stesso antecedente L'homme à la tête en cahoutchouc) che hanno devoluto l’illusione effimera di quegli effetti speciali all’avanguardia (fotogrammi colorati minuziosamente a mano e dissolvenze), che hanno portato alla bancarotta la stessa Star Film di Mèliér. Oggi, quel lascito di 1500 pellicole lo ha “meticolosamente” rieditato un altro grande del Cinema, rappresentante della “Nuova Hollywood”, adattando il romanzo scritto nel 2007 da Brian Selznick (La straordinaria invenzione di Hugo Cabret) per farne un autentico capolavoro di cinema degno di tanta veemenza di stile. Il regista non poteva che essere Martin Scorsese, Classe ’42, dalle salde radici italiane devolute nel suo film-documentario Italoamericani, omaggio ai genitori e a tutti gli immigranti che hanno caratterizzato la Little Italy newyorchese. Cresciuto sotto una rigida educazione cattolica e segnato da un’asma che lo ha portato a concentrare ogni sua attitudine all’amore per il cinema (quei primi storyboard disegnati, sostituendo la cinepresa con la meticolosa riproduzione di scenari e personaggi), Hugo Cabret è il più imponente viaggio nel fantastico che Scorsese abbia potuto realizzare, riflettendo la propria adolescenza nella caratterizzazione di quei personaggi narrati da Selznick, nell’omonima storia scritta in due parti, impreziosita da centocinquantotto disegni e una pragmatica evocazione “Collodiana” allacciata allo stesso Georges Mèliés, nell’automa ritrovato dal padre orologiaio (un rinato Jude Law passato dal Lucignolo di A.I. a neo-Geppetto di Scorsese), portatore di un segreto rinchiuso nello stesso patrigno della ragazza, Isabelle (Chloè Moretz), amica del giovane Hugo (Asa Butterfield), orfano che vive di espedienti nella capitale parigina degli anni trenta. La rincorsa contro il tempo nel riunire l’automa al suo omonimo proprietario (Ben Kingsley, nella straordinaria somiglianza con l’autentico Mèliés), diventano un nostalgico monito a riappropriarsi di quel mestiere artigianale che non può essere soppiantato dalle prodezze delle nuove ere tecnologiche (benvenga il 3D!), quando ogni successione è sempre il risultato dell’evoluzione precedente, come la stessa alchimia riposta tra i due “riconosciuti” padri fondatori del cinema, i fratelli Lumière e Mèlière, nella stessa evocazione citata da Jean-Luc Godard, definendo i primi, portatori dello “Straordinario nell’Ordinario” e il secondo, dell’ “Ordinario nello Straordinario”. Rimane, in assoluto, un tributo al cinema fantastico in ogni tempo, dall’elaborazioni al computer del pionieristico Tron di Lisberger allacciato allo stesso Viaggio nella Luna, in quella panoramica di colore e luci sulla Torre Eiffel, epicentro di ogni animo artistico degno solo di essere ammirato. Da ogni critica di giudizio. Per sempre.

Paolo Vannucci

mercoledì 11 gennaio 2012

DiCaprio torna a capo dell'F.B.I.


Cleant Eastwood dirige Leonardo DiCaprio, in una pragmatica biografia della vita di J. Edgar Hoover, storico direttore dell’F.B.I... ed è profumo di Oscar?

Due talenti consolidati del cinema americano, per una ennesima pagina di storia statunitense, riletta con volere intimista e lucida cronaca contemporanea.

Per far “crescere” Leo DiCaprio ci voleva la proverbiale durezza di un regista come Eastwood, abile infarinatore di soggetti cinematografici che attingono da una realtà capace di scuotere la morale, oltre ogni colore di bandiera, educando un pubblico che non sempre riesce a conciliare i tempi di una narrazione devoluta agli attori, con le incursioni volute da un regista che è cresciuto facendo entrambi i mestieri. I tempi degli spaghetti-western sembrano ormai un lontano ricordo, diventando sempre più un vanto da cineamatore, nell’ostentare ancora quei titoli nati da un maestro come Sergio Leone. Oggi, la maschera del granitico pistolero ha allungato le pretese, senza tralasciare gli oneri di quel passato, devoluti nel suo personale tributo a un genere, nel film diretto nel ’92, Gli Spietati, per arricchire il proprio curriculum con una invidiabile plètora di film che hanno conciliato buongusto e stile, passando dall’azzardato Million Dollar Baby, al poetico I Ponti di Madison County, distaccati lasciti di un genere che facilmente si possono aggraziare i consensi riposti nel suo ultimo film, J. Edgar, senza trascurare i più attinenti titoli legati alla serie poliziesca dell’ispettore Harry Callaghan. Una ennesima pagina di grande storia americana, dopo il trionfo visivo di Flags of Our Fathers, che sicuramente subisce fortemente le inflessioni narrative regalate da Michael Mann, nel suo Nemico Pubblico, complici la riuscita coppia Bale-Depp. Ma il cinismo “sarcastico” di Eastwood riesce a prevalere nella sua inedita biografia sul fondatore dell’F.B.I (Federal Bureau of Investigation), preoccupandosi di sondare l’emotività e le problematiche di un personaggio che ha dedicato la propria vita al Governo di un Paese, passando dalla “porta di servizio”. Un DiCaprio appesantito da un trucco che sembra voler tracciare un “sentito” limite tra la stessa vera identità di Hoover, nominato direttore nel 1924, fino alla sua morte, in quel prologo appesantito dagli anni, in cui ripercorre la propria vita, narrandone gli accadimenti. Tutto sembra incentrato sulla vulnerabilità di un uomo segnato dalle ambizioni di una madre amorevole e protettiva (Judi Dench), che forma il carattere di un ragazzo che impone la propria personalità, dettandone le regole e schivandone le ripercussioni sulla vita privata e sentimentale (il legame dell’amicizia velato da quel sapore assoluto dell’omosessualità, rappresentato dal collega Clyde Tolson). Principi morali e valori estetici che vuole fondere con il protocollo interno di un Organo di Giustizia, più volte attaccato per i sistemi ritenuti poco ortodossi, adottati dallo stesso Hoover. Accuse che sottolineano, inesorabilmente, una sorta di superficialità dimostrata da Edgar, in quella quasi assenza, sentita come una forma di gelosia, nelle azioni determinanti portate a termine dagli agenti che hanno lavorato sotto le sue direttive. Un DiCaprio che sembra far prevalere l’attore sul personaggio, come vuole lo stesso Eastwood, citando Brian De Palma nel suo Gli intoccabili, come forma di istruzione in quelle tecniche pionieristiche, impartite con ingenua meticolosità. La fotografia di Tom Stern e la sceneggiatura di Dustin Lance Black incorniciano un film che sembra destinato a forti ambizioni... ma su DiCaprio incombono pesanti perplessità di “Stato”. Cleant Eastwood ha fatto di nuovo centro, comunque vada...

Paolo Vannucci

domenica 8 gennaio 2012

DiCinema: la nuova Hollywood


Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide

Volto scolpito nella recitazione, per un attore che ha segnato il successo passando dal movie gangster di Leone alla commedia, nelle qualità di James Woods.


Ci sono volti che nascono per essere destinati alla simbiosi identificativa del carattere svestito con naturalezza e pronti per essere riciclati a nuova vita, mantenendo viva quella immedesimazione che è la dote più ambita da ogni attore... e James Woods, indubbiamente, è uno dei grandi attori dell’ultima generazione hollywoodiana, consacrato non solo dai ruoli sostenuti, ma supportato da un Q.I. (168 e il prestigio di appartenere al Mensa) che lo ha agievolato nel proprio cammino di artista. Identificato nella sua interpretazione più autorevole nelle mani di Sergio Leone in C’era una volta in America, in coppia con Robert DeNiro e una giovanissima Jennifer Connelly al suo battesimo cinematografico (sostituita da Elizabeth McGovern nella versione adulta n.d.r.), ma supportato da una gavetta televisiva e cinematografica iniziata nel ’69 con La sua Calda Estate, dopo aver lasciato gli studi universitari di Scienze politiche e proseguita con Sulle Strade della California e la più identificativa in Olocausto. I successi commerciali cominciano ad arrivare con Videodrome, diretto da David Cronenberg, psicodramma ad effetti speciali (Rick Baker) sull’ossessiva visione degli stereotipi legati al sesso-carne-morte riflessi nei media. Cinema d’impegno nelle mani di Oliver Stone nel film-denuncia Salvador, che gli ha valso la sua prima nomination all’Oscar, e il successivo Cocaina di Harold Backer, affiancato da Sean Young nel travaglio autodistruttivo del personaggio, causato dalla tossicodipendenza. Seguono Verdetto finale, nei disimpegni commerciali di un’aula di tribunale e Insieme per forza, felice commedia diretta da John Badham, in coppia con Michael J. Fox e Annabella Sciorra. Slalom senza difficoltà tra il doppiaggio ne I Simpson, e i film-cassetta Lo specialista (Sharon Stone e “Sly” Stallone da cornice) e il remake del film di Peckinpah, Getaway, con Alec Baldwin nel sostituire McQueen e Kim Basinger nel ruolo della complice. Meritevole di nota rimane Legami di famiglia, sulle delicate note del tema dell’affidamento, sulle provate spalle di una collaudata Glenn Close e la giovane coppia Masterson-Dillon. Seconda nomination all’Oscar per L’Agguato, diretto da Rob Reiner ed ennesima denuncia sulla discriminazione razziale da parte dei neri d’America, sulla scia di Mississipi Burning e sceneggiato da Lewis Colick, tratto da reali accadimenti. Degni di nota sono Il giardino delle Vergini suicide, diretto nel ‘99 da Sofia Coppola, l’incursione nel comico-demenziale Scary Movie 2 e le ennesime incursioni da doppiatore nei Stuart Little 2, Hercules e Surf’s up- I Re delle Onde. A concludere, la citazione di un meritevole Shark-Giustizia a tutti i costi, sulla scia delle neonate serie televisive americane che mirano a rispolverare i miti cinematografici di una generazione ancora meritevole di consensi.

Di seguito, tutti i film dell’attore:

La sua calda estate (Out of It, 1969)

I visitatori (The Visitors) (1972)

La morte arriva con la valigia bianca (Hickey & Boggs, 1972)

Come eravamo (The Way We Were, 1973)

40.000 dollari per non morire (The Gambler, 1974)

Bersaglio di notte (Night Moves, 1975)

A tutte le auto della polizia (The Rookies) (1975) - Serie Tv

Sulle strade della California (Police Story) (1975-1976) - Serie Tv

Uno sceriffo a New York (McCloud) (1976) - Serie Tv

La zingara di Alex (Alex & the Gypsy, 1976)

I ragazzi del coro (The Choirboys, 1977)

Olocausto (film TV) (Holocaust, 1977)

Uno scomodo testimone (Eyewitness, 1981)

Videodrome (1983)

C'era una volta in America (Once Upon a Time in America, 1984)

L'occhio del Gatto (Cat's Eye, 1985)

Salvador (Salvador, 1986)

Best Seller (Best Seller, 1987)

Cocaina (The boost, 1988)

Verdetto Finale (True Believer, 1989)

Insieme per forza (The hard way, 1991)

Charlot (1992)

I Simpson (serie TV, 1994)

Lo specialista (The Specialist, 1994)

Getaway (The Getaway, 1994)

Casinò (1995)

Gli intrighi del potere - Nixon (1995)

L'agguato (Ghosts from the Past)', 1996)

Contact (1997)

Hercules (1997) (voce di Hades)

Un altro giorno in paradiso (Another Day in Paradise) (1998)

Vampires (John Carpenter's Vampires, 1998)

Il giardino delle vergini suicide (The Virgin Suicides, 1999)

Fino a prova contraria (1999)

La figlia del generale (The General's Daughter, 1999)

Ogni maledetta domenica (Any given sunday, 2000)

I ragazzi della mia vita (2001)

Ricreazione - La scuola è finita (Recess: School's Out, 2001) (voce)

Scary Movie 2 (2001)

Final Fantasy: The Spirits Within (2001) (voce)

Stuart Little 2 (2002) (voce)

John Q (2002)

Be Cool (2005)

Shark - Giustizia a tutti i costi (serie TV, 2006 - 2008)

End Game (2006)

Surf's up - I re delle onde (Surf's up, 2007) (voce)

An American Carol (2008)

Cane di paglia (2010)

lunedì 12 dicembre 2011

Un Natale da Favola, con Il Principe Schiaccianoci e Il Gatto con gli Stivali, tra i regali sotto l’albero!



I fratelli Grimm contro Il celebre balletto di Tchaikovsky, a contendersi i favori delle strenne natalizie firmate 3D

Woody Allen apripista della stagione cinematografica “sotto l’albero”, tra gli arrivismi di Clooney e il rocambolesco sequel di Holmes, infarciti nel cinepanettone italiano conteso da Pieraccioni.

Se con il prodigio di Spielberg TINTIN, potevamo credere di perdere la magia del grande cinema di Natale, in quella uscita posticipata ad Ottobre, oggi ci troviamo “sorprendentemente travolti” da una riguardevole elite di personaggi, attinti dalla tradizione popolare regalata alla favola, tra anteprime slittate per l’occasione, nel botteghino delle strenne natalizie d’autore. Ad introdurci nel clima festivo velato di romantica ironia, ci ha pensato il grande “Woody” con il suo Midnight in Paris, presentato in anteprima al Festival Di Cannes, la scorsa primavera, e magicamente distribuito i primi di Dicembre, con un sorprendente Owen Wilson come alter-ego del regista, nei panni di uno sceneggiatore che si vuole dedicare alla stesura del suo primo romanzo, nella complicità dell’accomodante capitale parigina, in un paradosso temporale degno del riuscito La Rosa Purpurea del Cairo, girato nell’85, con Jeff Daniels e Mia Farrow ad allietare le fantasiose divagazioni tra realtà e finzione del regista. Ma tutte le attenzioni sono rivolte alle favole più attese dai piccini, con la solita strizzata d’occhio ad un pubblico adulto, appassionato da un 3D capace sempre di rinnovarsi. Andrei Konchalovsky ha deliziato le attese con il suo Lo Schiaccianoci, ispirato alla nota favola musicata dal compositore russo Pëtr Tchaikovsky, abilmente rieditata da Eduard Artemiev con le canzoni inedite di Tim Rice, in una coproduzione anglo-ungherese che si concede il privilegio di poter attingere da quell’enfasi disneyana che tanto ha insegnato, nei felici richiami dei sempreverdi classici del calibro di Pomi d’ottone e manici di scopa e il celeberrimo Mary Poppins di Robert Stevenson. La storia rinomata del piccolo principe esiliato dal suo mondo reale e imprigionato dal consueto sortilegio di rito, si avvale della felice recitazione dei giovani protagonisti; la ritrovata Elle Fanning nel ruolo della piccola Mary, affiancata da un entusiasmante Nathan Lane nei panni dello “Zio” Albert, contro il tirannico mondo del Re Topo John Turturro, nel ghigno ossigenato più glamour che il cinema possa desiderare. Non da meno poteva essere il vero protagonista dell’araldo di casa DreamWorks, nella saga dedicata all’orco Shrek, Il Gatto con gli Stivali, nell’omonimo lungometraggio sempre doppiato da Antonio Banderas, con al fianco una deliziosa Kitty Zampe di Velluto, nella sensuale voce di Salma Hayek, a contendersi i favori di una storia, nata originariamente da quella tradizione popolare europea trascritta da Giovanni Francesco Straparola nelle sue Piacevoli Notti (la raccolta di racconti) e in seguito adottata da quel romanticismo tedesco che ha ispirato i Fratelli Grimm e lo stesso Charles Perrault. Un vero full d’Assi, completato con l’attualità riletta da un amaro George Clooney, nel suo Le Idi di Marzo, al fianco di un angosciato Ryan Gosling reduce da Drive, e il rocambolesco sequel di Sherlock Holmes, nei disimpegni atipici di un rinverdito Robert Downey Jr. Non poteva mancare il classico cinepanettone di De Sica, nel ritorno alle origini con Vacanze di Natale-a Cortina, affiancato dal goliardico Pieraccioni nel suo Finalmente la Felicità. Buon CineNatale a tutti!
Paolo Vannucci

martedì 15 novembre 2011

SHAKESPEARE o non SHAKESPEARE?


Il regista Roland Emmerich firma la più irriverente biografia del drammaturgo poeta, padre della letteratura inglese... ed è scandalo?

Una originale e visionaria rilettura del mistero che nasconde la vita di William Shakespeare, rivalutando il celebrato “classico” di John Madden.

La ripartitura è iniziata circa dieci anni fa, con l’audacia inventiva di un regista che ha voluto interpretare le opere del più importante autore inglese, conosciuto come “Will” Shakespeare, focalizzando l’apice dell’inestimabile produzione letteraria nel dramma d’amore più rivelatore, titolandolo “Shakespeare in Love”, critica e pubblico entusiasti, attori (in)compresi, 3 Globi d’Oro e sette statuette, a suggellare il lascito di John Madden, oggi raccolto da un regista reduce da una “corposa” produzione cinematografica che sembra non temere pareri discordi dalla propria fervida abilità di “narratore”, passando da Independence Day a L’Alba del Giorno Dopo, per “finire” nel preistorico passato dell’umanità nel rocambolesco 10.000 AC, epilogo meno riuscito del più celebre Godzilla, diretto nel ’98 (anno di buon auspicio, nel “contemporaneo” pluripremiato di Madden), dietro la scia del pionieristico Jurassic Park di Spielberg e propiziatorio per il Kong di Jackson. Oggi, Emmerich vuole sfidare la razionale convenzionalità di una icona classica della storia letteraria, con i ritmi attuali di un cinema che si addentra sempre di più nel pragmatico rigore voluto dalla tradizione, e i risultati non sembrano mai deludere le aspettative (vedi il recente restyling firmato Oliver Parker, nel classico di Oscar Wilde, Dorian Gray). Un viaggio nella fantasia del regista, esplorando un rinascimento inglese rispolverato per l’occasione, spogliandolo dei belletti tipici di una cura estetica che sapeva nascondere le macabre imperfezioni di una nobiltà sopravvalutata da ogni epoca, regalando un illeggittimo erede alla Regina Elisabetta, un talentuoso Edward de Vere (l’attore Rhys Ifans), prodigioso autore diffidato dai burocrati di corte (37 sono le opere ufficiali attribuite alla reale produzione firmata da Shakespeare) e dai natali “segretamente” custoditi dal padre William Cecil, tanto da diventare passione incestuosa tra lo stesso Edward e gli entusiasmi che la madre ripone nei consensi per le opere del figlio. Un conflitto Edipico abilmente ricreato dal regista, sorretto da una fotografia firmata Anna Foerster e dagli ambienti ricostruiti dai rituali effetti speciali curati da Wolfgang Higler e Rolf Hanke. Un’eccentricità che sicuramente sarà reclamata dai sostenitori di una discendenza esclusivamente italiana del dibattuto poeta, secondo quanto fortemente sostenuto dalla stessa cattedra inglese, in un articolo pubblicato nel “Times” l’8 Aprile 2000, attribuendo, allo scrittore, i natali nella città di Messina, sotto il nome di Michelangelo Florio Crollalanza (il cognome materno), fuggito dal rito della Santa Inquisizione, per il credo Calvinista dei genitori, trovando fortuna in terra inglese, iniziando la sua vita letteraria nell’ufficializzata Stratford-Upon-Avon, trasformando il nome materno Guglielma nell’equivalente maschile che tutto il mondo conosce. Una disputa letteraria che nasce sotto ogni buon auspicio, visto quanto sostiene lo stesso Roland Emmerich, più che mai convinto che il dovere del cinema, oggi, sia di elaborare storie che possano arricchire lo spettatore per rinvigorire il cinema stesso, visto che è la storia ad insegnarci quale strada continuare a percorrere per tramandare il valore della conoscenza.

Paolo Vannucci

lunedì 3 ottobre 2011

SPIELBERG RIFA' TINTIN


Il regista torna a dirigere l’ennesima epopea cinematografica, riportando in “Motion Capture” il personaggio creato da Hergè

Terza riedizione in grande stile per il ritorno delle avventure del giovane TINTIN e Milou.

Steven Spielberg dietro la macchina da presa. Un’attesa allentata da anticipazioni che enunciavano il nome di quel personaggio a fumetti noto come TINTIN. Un lungometraggio d’animazione rinverdito da una “Motion Capture” in vena di prodezze tecnologiche, visto il risultato tanto atteso nelle prime sequenze elargite dal Teaser che rimanda l’appuntamento nelle sale il prossimo 28 Ottobre, posticipando l’uscita Natalizia prevista in origine (solo per il mercato statunitense). Un anticipo per confermare un successo da Blockbuster, alla View Conference sull’Arte Digitale il 21/23 Ottobre a Torino, e si parte. Colpa della crisi economica mondiale? Di certo nessuno può dubitare dell’integrità morale del ragazzotto dai capelli rossi nato dalla fantasia del disegnatore belga Georges Remi, in arte Hergè, apparso nel lontano 1929 nel settimanale Le Petit Vingtième, testimone di cultura a fumetti di un secolo di storia mondiale, tenendo conto che la casa editrice Moulisart (fucina di ardimentosi talenti nella coppia Goscinny-Uderzo, creatori di Asterix e Lucky Luke) ha continuato la pubblicazione realizzata dall’autore sino al 1986, alternando vicende che hanno avuto come soggetto i grandi avvenimenti storico-culturali che possono aver raccontato, con sobrietà data dagli accadimenti stessi, lo spirito e la moralità della società, sino ai giorni nostri. Le avventure di TINTIN e il segreto dell’Unicorno, questo è il titolo dell’opera inedita di Spielberg, definito dall’autore stesso, prima che venisse a mancare nell’83, “l’unico Genio che possa far rivivere il mio personaggio”, e il regista ha devoluto un film all’altezza di ogni aspettativa, coadiuvato da Wyne Stables, artefice degli effetti visivi della Weta Digital, sotto la stessa produzione del regista e l’accoppiata Peter Jackson e Kethleen Kennedy, il primo già collaudato padrone della Trilogia de Il Signore degli Anelli e del remake di King Kong, autentico pioniere di quella Motion Capture che ha visto, per la prima volta, l’attore Andy Serkis cimentarsi in entrambi i ruoli di Gollum e Kong (non di meno importanza il ruolo comprimario di Caesar ne L’Alba del Pianeta delle Scimmie). Questa volta è il turno del Capitano Haddock, il Lupo di Mare che accoglie un inconsapevole TinTin (Jamie Bill) a bordo di quella nave con la quale solcherà le fervide porte della fantasia. Oltre al fedele Milou, il piccolo Terrier bianco, ci sono Daniel Craig nelle “transgeniche” fattezze di Rackham il Rosso (in contemporanea con Cow Boy & Aliens, insieme a Harrison Ford), Simon Pegg e Nick Frost nei ruoli dell’ispettore Dupond e Dupond. Una sceneggiatura che trae spunto da tre racconti della serie (in italia pubblicata da due differenti Editori, la Comic ART e la Lizard), rispettivamente Il granchio d'oro, Il segreto del Liocorno e Il tesoro di Rakham il Rosso. Sicuramente il film di Spielberg non avrà nulla da temere rispetto ai precedenti in pellicola girati cronologicamente da Jean-Jacques Vierne nel 1961 intitolato Tintin et le mystère de la toison d'or, e Philippe Condroye per il secondo, Tintin et les oranges bleues, del 1964, entrambi interpretati da Jean Pierre Talbot. Abbandoniamoci, dunque, a questo sogno che solo Spielberg poteva firmare... con tanto di ciuffo in testa rosso e lentiggini... come lo stesso personaggio dell’intimenticabile Hergè abbia potuto desiderare.

Paolo Arfelli

venerdì 2 settembre 2011

SPIELBERG Super 8!


Il “Ritorno al Passato” del regista in veste di produttore, in una parabola “vintage anni ‘70”, in coppia col regista J.J. Abrams

Esordienti geniali si raccontano, dietro l’obiettivo amatoriale che ha aperto la nuova stagione cinematografica.

Un gruppo di ragazzini, adolescenti in fase creativa, che elaborano un lutto cimentandosi dietro una cinepresa amatoriale in Super 8 (appunto). Se non fosse per il fatto che il giovane regista in erba Joe (l’attore Joel Courtney) ricalchi gli esordi precoci di un ragazzino di sette anni di nome Steven Spielberg, dietro il dissenso di una madre che gli proibiva di vedere film alla Tv, questo nuovo prodigio diretto da J.J. “Star Trek” Abrams non si sarebbe mai potuto realizzare, lasciando un colossale vuoto temporale nella cinematografia mondiale. Misteriose sparizioni, campi magnetici che si materializzano in un vortice creato dai voleri di un alieno che riassume tutta la filmografia dello stesso regista-produttore, in quel filmino autoprodotto a 11 anni, The Last Train Wrek (storia di un incidente ferroviario con trenini giocattolo), per proseguire sino ai 18 con il primo lungometraggio di ben 140 minuti, un piccolo Kolossal fantascientifico sugli UFO, scritto dalla sorella Nancy, Firelight, che ha richiesto l’affitto di una sala cinematografica per essere appositamente proiettato, sotto i voleri dello stesso padre. Un film che ne racconta innumerevoli altri, in un domino di rimandi al passato che, per gli adulti di oggi, sembra ancora recente, ambientato alla fine degli anni ’70, quando ancora la società non comunicava in wireless e la Televisione sapeva ancora di Bianco e Nero. Il regista Abrams, reduce dal successo di Star Trek, è la ciliegina sulla torta di un film realizzato per lo spettacolo visivo che narra in tutta la sua storia, sceneggiata a quattro mani con lo stesso Spielberg, devolvendo un cast degno del migliore Rob Reiner nel suo Stand by Me, completamente immerso in quella suspance dispensata ne La guerra dei Mondi e nella claustrofobica fantascienza in stile Deep Space Nine, “causata” dal tocco di entrambi gli autori. Azione, Dramma e Amarcord, tutto condito con la maestria di chi sa elargire un cinema all’altezza dei nostri tempi, non solo per la bravura dei giovani interpreti (deliziosa Elle Fanning nel ruolo di Alice e la collaudata esperienza di Kyle Chandler nel ruolo del vice-sceriffo Lamb), ma per la stessa magia devoluta in quelle cineprese che dal comune filmino amatoriale può celarsi l’ardimentoso talento di neonati registi in erba, in ardimentose voglie di successo... tutto rigorosamente girato in Super 8 mm, ovviamente!

Paolo Arfelli