lunedì 5 marzo 2012

QUELLI CHE DISSERO NO


Premier della destra “rimandati” in prescrizione, Zar russi riconfermati dal popolo “sentitamente” commossi... e c’è chi dice NO?

Analisi di una società dispersa, attraverso uno spaccato morale di un dopoguerra ancora drasticamente attuale, nelle pagine scritte da Arrigo Petacco.

“Veramente i campi erano cinque, ma formavano un blocco solo. Vi si praticavano tutti gli sport e si mangiava bene. Era proprio bello stare là. Le nostre baracche erano comode. Era un’altra vita. Credevi mai di essere trattato così bene dai nemici!”

Siamo ancora sempre italiani, oggi come allora, quando l’8 settembre ’43, l’allora capo del Governo Pietro Badoglio annunciò la firma dell’Armistizio con gli Alleati, trasformando in fantasmi quei quasi seicentomila soldati, prigionieri nei vari campi allestiti da inglesi e americani, senza una bandiera a cui fare riferimento, divisi dal fascismo crollato e un re costretto alla fuga.

“Fascismo o antifascismo, monarchia o repubblica non rappresentavano d’altronde i veri termini del dissenso. Ciascuno avrebbe voluto dire la sua, spiegare il perchè e il percome della propria decisione, ma non c’era verso: era consentito soltanto un monosillabo, si o no”.

La stessa domanda che ci facciamo oggi, ricercando un improbabile ordine tra “giochi di potere” che rimandano a farse rielaborate, in preda ai deliri di onniscenza che padroneggiano, con sfacciata, denigrante imposizione, le trame di un mediatico processo di autoassoluzione. Chi sono i vinti e i vincitori? Un Luigi Fasulo emulò un attacco terroristico, “atterrando” contro il nostrano grattacielo Pirelli (ma sì, chiamiamolo pure PIRELLONE), attoniti e increduli, “mooolto” di meno di uno Schettino che ammonisce con un pittoresco “iamme... và”, ammutinando una nave da crociera, telefonino in mano, sotto le imprecazioni di un Capitano De Falco, rimpiangendo forse i fasti di un Poseidon, arenato “tra le braccia del Titanic”. Eppure continuiamo a voler credere che possa essere tutto frutto di una “dissacratoria” voglia di emulazione, con tanto di veri protagonisti di un Reality Show raccapricciante, sulle spalle di una crisi economica che oscilla sulle parole esangui di un Monti che sembra costretto a fare il doposcuola, mentre Berlusconi si “dimentica” che c’è un Segretario di Partito in carica, rimediando un calcio d’angolo con incursioni da ritrovato Presidente di un Milan, rollando un Galliani che sembra partecipare a “Quelli che il Calcio”, imprecando per poi sorridere, dietro le traversie di un Signori, che reclama una Nazionale “onesta” all’unico che crede di fare squadra nel nome che fu in quel di Prandelli (o a brandelli), mentre continuiamo a essere italiani.

“Anni dopo, nel 1951, il competente distretto militare inviò a utti i “condannati”, il seguente comunicato

La punizione a gg.5 A.S. inflitta – all’atto del rimpatrio – dalla commissione centrale per l’interrogatorio degli ufficiali reduci dalla prigionia è da considerarsi annullata.

Fu un’ipocrita riabilitazione generale o la riparazione consapevole di un’ingiustizia? Chissà...”

Paolo Vannucci

martedì 14 febbraio 2012

DiCinema: la nuova Hollywood


Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide

Uno dei Sex Symbol più acclamati dell’ultima generazione, nel camaleontico fascino del degno erede di Robert Redford, Brad Pitt.

Tanti aspiranti giovani attori hanno sfidato la sorte, cimentandosi all’ombra del “Gigante”, troppo breve per poter elargire meriti più eccelsi e troppo grande per poter essere riciclato nel limbo delle stelle cadenti di Hollywood. Sicuramente, di strada ne ha fatta, quel “ragazzotto” dell’Oklahoma dotato non solo di fascino (indispensabile, per carità), ancora troppo acerbo per poter essere accostato al suo più accreditato pigmalione, quel mito consacrato da “Rob” Redforfd, che lo ha voluto, diretto e impalmato nella maturazione d’attore, necessaria per poter meritarsi lo scettro di autentico, insostituibile, bellissimo astro della eterna Mecca del cinema mondiale. Classe ’63, mancato giornalista (per fortuna!), quello sprovveduto “uomo-sandwiches” che si aggirava per le strade in cerca di soldi e aspirazioni, prima di diventare l’autostoppista Robin Hood del Thelma e Louise di Ridley Scott, ha fatto la sua robusta gavetta nelle accreditate partecipazioni televisive, passando tra i set di Genitori in Blue Jeans, Dallas e 21 Jump Street (un episodio, al fianco dell’amico e confermato protagonista della serie, Johnny Depp), per arrivare al cinema da vero “new-talent”. Tutto ha inizio con Senza via di scampo, battesimo nel genere spionistico che lo rivedrà protagonista nei successivi Seven di David Fincher, L’Ombra del Diavolo di A.J.Pakula (ottimo Harrison Ford come spalla) e Spy Game di Tony Scott, riuscitissima incursione al fianco di Redford, che dieci anni prima lo dirige nel romanzato In mezzo scorre il Fiume, nei panni del reporter pescatore Paul McLean (Oscar alla fotografia per il francese Philippe Rousselot). Divagazioni nel fantasy adolescenziale, prima con Johnny Suede (scanzonato rockabilly diretto da Tom DiCillo) e nel clone di Roger Rabbit, Fuga dal mondo dei Sogni, investigatore dandy alle prese con una seducente Kim Basinger “disegnata” da Gabriel Byrne. Sballato e maledetto, al fianco della partner sentimentale del periodo, Juliette Lewis, nel Kalifornia di Dominic Sena, semi-riuscito road movie di facile presa, per riprenderne lo stile nel successivo Una Vita al massimo, ennesima opera di Tony Scott, con una sceneggiatura firmata da Quentin Tarantino. Neil Jordan lo “immortala” seducente vampiro nell’ Intervista col Vampiro (appunto), al fianco di un demoniaco iniziatore Tom Cruise, per passare all’epico posticcio di Edward Zwick, Vento di Passioni, affiancato da un patriarcale Anthony Hopkins e dall’ennesima partner sentimentale di turno Julia Ormond. Terry Gilliam lo vuole “pazzo e rasato” al fianco di Bruce Willis (come lo stesso Nicholson potrebbe desiderare), ne L’esercito delle 12 Scimmie, mentre Jean Jaques Annaud lo converte al buddismo (dopo un passato in Scientology) nel monumentale Sette anni in Tibet. E’ il turno di Martin Brest, miracolato dal Profumo di Donna, per l’ennesimo remake di Vi presento Joe Black, bellissima rivisitazione al classico patinato, supportato da Hopkins e l’ennesima partner Claire Forlani. Gore Verbinski lo impasta nel suo tipico stile onirico-demenziale, con The Mexican (Julia Roberts quasi non accreditata), per “affondare” nei vari Oceans Eleven-Twelve-Thirteen, diretti in pacco da Steven Soderbergh, con ciliegina George Clooney. Capolavoro, nella rivisitazione omerica ricostruita da Wolfgang Petersen, Troy, nei pani di Achille (ottimo Eric Bana nel troiano Ettore), per affiancarsi alla partner e consolidata moglie Angelina Jolie, nella “movimentata” coppia di Mr. & Mrs. Smith. Finalmente la prima consacrazione agli oneri di miglior attore, nella Coppa Volpi vinta con L’Assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, per sfiorare l’Oscar con Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher e il successivo Bastardi senza Gloria, sgangherata parodia demenzial-nazzista voluta da Quentin Tarantino. Baciato dal “furbesco” tocco di Terrence Malick sul “viale del tramonto” nel The Tree of Life, lo ritroviamo, oggi, alle prese con una squadra di baseball da rilanciare ne L’Arte di Vincere di Bennett Miller, senza tralasciare le felici incursioni al doppiaggio di Megamind e Happy Feet 2.

Di seguito, tutti i film interpretati dall’attore:

Senza via di scampo (No Way Out), regia di Roger Donaldson (1987) - Non accreditato
La fine del gioco (No Man's Land), regia di Peter Werner (1987) - Non accreditato
Al di là di tutti i limiti (Less Than Zero), regia di Marek Kanievska (1987) - Non accreditato
Innamorati pazzi (Happy Together), regia di Mel Damski (1989)
Giovani omicidi (Cutting Class), regia di Rospo Pallenberg (1989)
Vite dannate, regia di Robert Markowitz (1990)
Una pista per due (Across the Tracks), regia di Sandy Tung (1991)
Thelma & Louise, regia di Ridley Scott (1991)
Johnny Suede, regia di Tom DiCillo (1991)
Contact, regia di Jonathan Darby (1992) - Cortometraggio
Fuga dal mondo dei sogni (Cool World), regia di Ralph Bakshi (1992)
In mezzo scorre il fiume (A River Runs Through It), regia di Robert Redford (1992)
Kalifornia, regia di Dominic Sena (1993)
Una vita al massimo (True Romance), regia di Tony Scott (1993)
A letto con l'amico (The Favor), regia di Donald Petrie (1994)
Intervista col vampiro (Interview with the Vampire), regia di Neil Jordan (1994)
Vento di passioni (Legends of the Fall), regia di Edward Zwick (1994)
Seven (Se7en), regia di David Fincher (1995)
L'esercito delle 12 scimmie (12 Monkeys), regia di Terry Gilliam (1995)
Sleepers, regia di Barry Levinson (1996)
L'ombra del diavolo (The Devil's Own), regia di Alan J. Pakula (1997)
Sette anni in Tibet (Seven Years in Tibet), regia di Jean-Jacques Annaud (1997)
The Dark Side of the Sun, regia di Bozidar Nikolić (1997)
Vi presento Joe Black (Meet Joe Black), regia di Martin Brest (1998)
Fight Club, regia di David Fincher (1999)
Snatch - Lo strappo (Snatch), regia di Guy Ritchie (2000)
The Mexican - Amore senza sicura (The Mexican), regia di Gore Verbinski (2001)
Spy Game, regia di Tony Scott (2001)
Ocean's Eleven - Fate il vostro gioco (Ocean's Eleven), regia di Steven Soderbergh (2001)
Confessioni di una mente pericolosa (Confessions of a Dangerous Mind), regia di George Clooney (2002) - Cameo
Full Frontal, regia di Steven Soderbergh (2002) - Cameo
Troy, regia di Wolfgang Petersen (2004)
Ocean's Twelve, regia di Steven Soderbergh (2004)
Mr. & Mrs. Smith, regia di Doug Liman (2005)
Babel, regia di Alejandro González Iñárritu (2006)
Ocean's Thirteen, regia di Steven Soderbergh (2007)
L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford), regia di Andrew Dominik (2007)
Burn After Reading - A prova di spia (Burn After Reading), regia di Joel ed Ethan Coen (2008)
Il curioso caso di Benjamin Button (The Curious Case of Benjamin Button), regia di David Fincher (2008)
Bastardi senza gloria (Inglourious Bastards), regia di Quentin Tarantino (2009)
The Tree of Life, regia di Terrence Malick (2011)
L'arte di vincere (Moneyball), regia di Bennett Miller (2011)

lunedì 6 febbraio 2012

STRAORDINARIO SCORSESE con HUGO CABRET


Un ritorno alla regia del “maestro” Scorsese, ridisegnando il romanzo di Brian Selznick, nel tributo più spettacolare all’inventore del cinema George Méliès

Effetti speciali e culto romanzato, per il biopic più celebrativo del regista, tra magia, sogni e storia del cinema.

Nel 1861, nasceva a Parigi un uomo che avrebbe segnato la storia di quell’invenzione “brevettata” dai fratelli Lumière, per trasformare il neonato cinema in quel prodigio di illusione e realtà, conditi con sapiente maestria “di parte”. Il suo nome era George Mèliés, illusionista di mestiere e pioniere di quelle tecniche cinematografiche che hanno segnato l’immaginario di ogni cineasta che si è cimentato dietro la macchina da presa, sino ai giorni nostri. Dal memorabile Viaggio nella Luna (Le Voyage dans la Lune) del 1902, si sono susseguiti innumerevoli capolavori di montaggio (Viaggio attraverso l’impossibile e lo stesso antecedente L'homme à la tête en cahoutchouc) che hanno devoluto l’illusione effimera di quegli effetti speciali all’avanguardia (fotogrammi colorati minuziosamente a mano e dissolvenze), che hanno portato alla bancarotta la stessa Star Film di Mèliér. Oggi, quel lascito di 1500 pellicole lo ha “meticolosamente” rieditato un altro grande del Cinema, rappresentante della “Nuova Hollywood”, adattando il romanzo scritto nel 2007 da Brian Selznick (La straordinaria invenzione di Hugo Cabret) per farne un autentico capolavoro di cinema degno di tanta veemenza di stile. Il regista non poteva che essere Martin Scorsese, Classe ’42, dalle salde radici italiane devolute nel suo film-documentario Italoamericani, omaggio ai genitori e a tutti gli immigranti che hanno caratterizzato la Little Italy newyorchese. Cresciuto sotto una rigida educazione cattolica e segnato da un’asma che lo ha portato a concentrare ogni sua attitudine all’amore per il cinema (quei primi storyboard disegnati, sostituendo la cinepresa con la meticolosa riproduzione di scenari e personaggi), Hugo Cabret è il più imponente viaggio nel fantastico che Scorsese abbia potuto realizzare, riflettendo la propria adolescenza nella caratterizzazione di quei personaggi narrati da Selznick, nell’omonima storia scritta in due parti, impreziosita da centocinquantotto disegni e una pragmatica evocazione “Collodiana” allacciata allo stesso Georges Mèliés, nell’automa ritrovato dal padre orologiaio (un rinato Jude Law passato dal Lucignolo di A.I. a neo-Geppetto di Scorsese), portatore di un segreto rinchiuso nello stesso patrigno della ragazza, Isabelle (Chloè Moretz), amica del giovane Hugo (Asa Butterfield), orfano che vive di espedienti nella capitale parigina degli anni trenta. La rincorsa contro il tempo nel riunire l’automa al suo omonimo proprietario (Ben Kingsley, nella straordinaria somiglianza con l’autentico Mèliés), diventano un nostalgico monito a riappropriarsi di quel mestiere artigianale che non può essere soppiantato dalle prodezze delle nuove ere tecnologiche (benvenga il 3D!), quando ogni successione è sempre il risultato dell’evoluzione precedente, come la stessa alchimia riposta tra i due “riconosciuti” padri fondatori del cinema, i fratelli Lumière e Mèlière, nella stessa evocazione citata da Jean-Luc Godard, definendo i primi, portatori dello “Straordinario nell’Ordinario” e il secondo, dell’ “Ordinario nello Straordinario”. Rimane, in assoluto, un tributo al cinema fantastico in ogni tempo, dall’elaborazioni al computer del pionieristico Tron di Lisberger allacciato allo stesso Viaggio nella Luna, in quella panoramica di colore e luci sulla Torre Eiffel, epicentro di ogni animo artistico degno solo di essere ammirato. Da ogni critica di giudizio. Per sempre.

Paolo Vannucci

mercoledì 11 gennaio 2012

DiCaprio torna a capo dell'F.B.I.


Cleant Eastwood dirige Leonardo DiCaprio, in una pragmatica biografia della vita di J. Edgar Hoover, storico direttore dell’F.B.I... ed è profumo di Oscar?

Due talenti consolidati del cinema americano, per una ennesima pagina di storia statunitense, riletta con volere intimista e lucida cronaca contemporanea.

Per far “crescere” Leo DiCaprio ci voleva la proverbiale durezza di un regista come Eastwood, abile infarinatore di soggetti cinematografici che attingono da una realtà capace di scuotere la morale, oltre ogni colore di bandiera, educando un pubblico che non sempre riesce a conciliare i tempi di una narrazione devoluta agli attori, con le incursioni volute da un regista che è cresciuto facendo entrambi i mestieri. I tempi degli spaghetti-western sembrano ormai un lontano ricordo, diventando sempre più un vanto da cineamatore, nell’ostentare ancora quei titoli nati da un maestro come Sergio Leone. Oggi, la maschera del granitico pistolero ha allungato le pretese, senza tralasciare gli oneri di quel passato, devoluti nel suo personale tributo a un genere, nel film diretto nel ’92, Gli Spietati, per arricchire il proprio curriculum con una invidiabile plètora di film che hanno conciliato buongusto e stile, passando dall’azzardato Million Dollar Baby, al poetico I Ponti di Madison County, distaccati lasciti di un genere che facilmente si possono aggraziare i consensi riposti nel suo ultimo film, J. Edgar, senza trascurare i più attinenti titoli legati alla serie poliziesca dell’ispettore Harry Callaghan. Una ennesima pagina di grande storia americana, dopo il trionfo visivo di Flags of Our Fathers, che sicuramente subisce fortemente le inflessioni narrative regalate da Michael Mann, nel suo Nemico Pubblico, complici la riuscita coppia Bale-Depp. Ma il cinismo “sarcastico” di Eastwood riesce a prevalere nella sua inedita biografia sul fondatore dell’F.B.I (Federal Bureau of Investigation), preoccupandosi di sondare l’emotività e le problematiche di un personaggio che ha dedicato la propria vita al Governo di un Paese, passando dalla “porta di servizio”. Un DiCaprio appesantito da un trucco che sembra voler tracciare un “sentito” limite tra la stessa vera identità di Hoover, nominato direttore nel 1924, fino alla sua morte, in quel prologo appesantito dagli anni, in cui ripercorre la propria vita, narrandone gli accadimenti. Tutto sembra incentrato sulla vulnerabilità di un uomo segnato dalle ambizioni di una madre amorevole e protettiva (Judi Dench), che forma il carattere di un ragazzo che impone la propria personalità, dettandone le regole e schivandone le ripercussioni sulla vita privata e sentimentale (il legame dell’amicizia velato da quel sapore assoluto dell’omosessualità, rappresentato dal collega Clyde Tolson). Principi morali e valori estetici che vuole fondere con il protocollo interno di un Organo di Giustizia, più volte attaccato per i sistemi ritenuti poco ortodossi, adottati dallo stesso Hoover. Accuse che sottolineano, inesorabilmente, una sorta di superficialità dimostrata da Edgar, in quella quasi assenza, sentita come una forma di gelosia, nelle azioni determinanti portate a termine dagli agenti che hanno lavorato sotto le sue direttive. Un DiCaprio che sembra far prevalere l’attore sul personaggio, come vuole lo stesso Eastwood, citando Brian De Palma nel suo Gli intoccabili, come forma di istruzione in quelle tecniche pionieristiche, impartite con ingenua meticolosità. La fotografia di Tom Stern e la sceneggiatura di Dustin Lance Black incorniciano un film che sembra destinato a forti ambizioni... ma su DiCaprio incombono pesanti perplessità di “Stato”. Cleant Eastwood ha fatto di nuovo centro, comunque vada...

Paolo Vannucci

domenica 8 gennaio 2012

DiCinema: la nuova Hollywood


Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide

Volto scolpito nella recitazione, per un attore che ha segnato il successo passando dal movie gangster di Leone alla commedia, nelle qualità di James Woods.


Ci sono volti che nascono per essere destinati alla simbiosi identificativa del carattere svestito con naturalezza e pronti per essere riciclati a nuova vita, mantenendo viva quella immedesimazione che è la dote più ambita da ogni attore... e James Woods, indubbiamente, è uno dei grandi attori dell’ultima generazione hollywoodiana, consacrato non solo dai ruoli sostenuti, ma supportato da un Q.I. (168 e il prestigio di appartenere al Mensa) che lo ha agievolato nel proprio cammino di artista. Identificato nella sua interpretazione più autorevole nelle mani di Sergio Leone in C’era una volta in America, in coppia con Robert DeNiro e una giovanissima Jennifer Connelly al suo battesimo cinematografico (sostituita da Elizabeth McGovern nella versione adulta n.d.r.), ma supportato da una gavetta televisiva e cinematografica iniziata nel ’69 con La sua Calda Estate, dopo aver lasciato gli studi universitari di Scienze politiche e proseguita con Sulle Strade della California e la più identificativa in Olocausto. I successi commerciali cominciano ad arrivare con Videodrome, diretto da David Cronenberg, psicodramma ad effetti speciali (Rick Baker) sull’ossessiva visione degli stereotipi legati al sesso-carne-morte riflessi nei media. Cinema d’impegno nelle mani di Oliver Stone nel film-denuncia Salvador, che gli ha valso la sua prima nomination all’Oscar, e il successivo Cocaina di Harold Backer, affiancato da Sean Young nel travaglio autodistruttivo del personaggio, causato dalla tossicodipendenza. Seguono Verdetto finale, nei disimpegni commerciali di un’aula di tribunale e Insieme per forza, felice commedia diretta da John Badham, in coppia con Michael J. Fox e Annabella Sciorra. Slalom senza difficoltà tra il doppiaggio ne I Simpson, e i film-cassetta Lo specialista (Sharon Stone e “Sly” Stallone da cornice) e il remake del film di Peckinpah, Getaway, con Alec Baldwin nel sostituire McQueen e Kim Basinger nel ruolo della complice. Meritevole di nota rimane Legami di famiglia, sulle delicate note del tema dell’affidamento, sulle provate spalle di una collaudata Glenn Close e la giovane coppia Masterson-Dillon. Seconda nomination all’Oscar per L’Agguato, diretto da Rob Reiner ed ennesima denuncia sulla discriminazione razziale da parte dei neri d’America, sulla scia di Mississipi Burning e sceneggiato da Lewis Colick, tratto da reali accadimenti. Degni di nota sono Il giardino delle Vergini suicide, diretto nel ‘99 da Sofia Coppola, l’incursione nel comico-demenziale Scary Movie 2 e le ennesime incursioni da doppiatore nei Stuart Little 2, Hercules e Surf’s up- I Re delle Onde. A concludere, la citazione di un meritevole Shark-Giustizia a tutti i costi, sulla scia delle neonate serie televisive americane che mirano a rispolverare i miti cinematografici di una generazione ancora meritevole di consensi.

Di seguito, tutti i film dell’attore:

La sua calda estate (Out of It, 1969)

I visitatori (The Visitors) (1972)

La morte arriva con la valigia bianca (Hickey & Boggs, 1972)

Come eravamo (The Way We Were, 1973)

40.000 dollari per non morire (The Gambler, 1974)

Bersaglio di notte (Night Moves, 1975)

A tutte le auto della polizia (The Rookies) (1975) - Serie Tv

Sulle strade della California (Police Story) (1975-1976) - Serie Tv

Uno sceriffo a New York (McCloud) (1976) - Serie Tv

La zingara di Alex (Alex & the Gypsy, 1976)

I ragazzi del coro (The Choirboys, 1977)

Olocausto (film TV) (Holocaust, 1977)

Uno scomodo testimone (Eyewitness, 1981)

Videodrome (1983)

C'era una volta in America (Once Upon a Time in America, 1984)

L'occhio del Gatto (Cat's Eye, 1985)

Salvador (Salvador, 1986)

Best Seller (Best Seller, 1987)

Cocaina (The boost, 1988)

Verdetto Finale (True Believer, 1989)

Insieme per forza (The hard way, 1991)

Charlot (1992)

I Simpson (serie TV, 1994)

Lo specialista (The Specialist, 1994)

Getaway (The Getaway, 1994)

Casinò (1995)

Gli intrighi del potere - Nixon (1995)

L'agguato (Ghosts from the Past)', 1996)

Contact (1997)

Hercules (1997) (voce di Hades)

Un altro giorno in paradiso (Another Day in Paradise) (1998)

Vampires (John Carpenter's Vampires, 1998)

Il giardino delle vergini suicide (The Virgin Suicides, 1999)

Fino a prova contraria (1999)

La figlia del generale (The General's Daughter, 1999)

Ogni maledetta domenica (Any given sunday, 2000)

I ragazzi della mia vita (2001)

Ricreazione - La scuola è finita (Recess: School's Out, 2001) (voce)

Scary Movie 2 (2001)

Final Fantasy: The Spirits Within (2001) (voce)

Stuart Little 2 (2002) (voce)

John Q (2002)

Be Cool (2005)

Shark - Giustizia a tutti i costi (serie TV, 2006 - 2008)

End Game (2006)

Surf's up - I re delle onde (Surf's up, 2007) (voce)

An American Carol (2008)

Cane di paglia (2010)

lunedì 12 dicembre 2011

Un Natale da Favola, con Il Principe Schiaccianoci e Il Gatto con gli Stivali, tra i regali sotto l’albero!



I fratelli Grimm contro Il celebre balletto di Tchaikovsky, a contendersi i favori delle strenne natalizie firmate 3D

Woody Allen apripista della stagione cinematografica “sotto l’albero”, tra gli arrivismi di Clooney e il rocambolesco sequel di Holmes, infarciti nel cinepanettone italiano conteso da Pieraccioni.

Se con il prodigio di Spielberg TINTIN, potevamo credere di perdere la magia del grande cinema di Natale, in quella uscita posticipata ad Ottobre, oggi ci troviamo “sorprendentemente travolti” da una riguardevole elite di personaggi, attinti dalla tradizione popolare regalata alla favola, tra anteprime slittate per l’occasione, nel botteghino delle strenne natalizie d’autore. Ad introdurci nel clima festivo velato di romantica ironia, ci ha pensato il grande “Woody” con il suo Midnight in Paris, presentato in anteprima al Festival Di Cannes, la scorsa primavera, e magicamente distribuito i primi di Dicembre, con un sorprendente Owen Wilson come alter-ego del regista, nei panni di uno sceneggiatore che si vuole dedicare alla stesura del suo primo romanzo, nella complicità dell’accomodante capitale parigina, in un paradosso temporale degno del riuscito La Rosa Purpurea del Cairo, girato nell’85, con Jeff Daniels e Mia Farrow ad allietare le fantasiose divagazioni tra realtà e finzione del regista. Ma tutte le attenzioni sono rivolte alle favole più attese dai piccini, con la solita strizzata d’occhio ad un pubblico adulto, appassionato da un 3D capace sempre di rinnovarsi. Andrei Konchalovsky ha deliziato le attese con il suo Lo Schiaccianoci, ispirato alla nota favola musicata dal compositore russo Pëtr Tchaikovsky, abilmente rieditata da Eduard Artemiev con le canzoni inedite di Tim Rice, in una coproduzione anglo-ungherese che si concede il privilegio di poter attingere da quell’enfasi disneyana che tanto ha insegnato, nei felici richiami dei sempreverdi classici del calibro di Pomi d’ottone e manici di scopa e il celeberrimo Mary Poppins di Robert Stevenson. La storia rinomata del piccolo principe esiliato dal suo mondo reale e imprigionato dal consueto sortilegio di rito, si avvale della felice recitazione dei giovani protagonisti; la ritrovata Elle Fanning nel ruolo della piccola Mary, affiancata da un entusiasmante Nathan Lane nei panni dello “Zio” Albert, contro il tirannico mondo del Re Topo John Turturro, nel ghigno ossigenato più glamour che il cinema possa desiderare. Non da meno poteva essere il vero protagonista dell’araldo di casa DreamWorks, nella saga dedicata all’orco Shrek, Il Gatto con gli Stivali, nell’omonimo lungometraggio sempre doppiato da Antonio Banderas, con al fianco una deliziosa Kitty Zampe di Velluto, nella sensuale voce di Salma Hayek, a contendersi i favori di una storia, nata originariamente da quella tradizione popolare europea trascritta da Giovanni Francesco Straparola nelle sue Piacevoli Notti (la raccolta di racconti) e in seguito adottata da quel romanticismo tedesco che ha ispirato i Fratelli Grimm e lo stesso Charles Perrault. Un vero full d’Assi, completato con l’attualità riletta da un amaro George Clooney, nel suo Le Idi di Marzo, al fianco di un angosciato Ryan Gosling reduce da Drive, e il rocambolesco sequel di Sherlock Holmes, nei disimpegni atipici di un rinverdito Robert Downey Jr. Non poteva mancare il classico cinepanettone di De Sica, nel ritorno alle origini con Vacanze di Natale-a Cortina, affiancato dal goliardico Pieraccioni nel suo Finalmente la Felicità. Buon CineNatale a tutti!
Paolo Vannucci

martedì 15 novembre 2011

SHAKESPEARE o non SHAKESPEARE?


Il regista Roland Emmerich firma la più irriverente biografia del drammaturgo poeta, padre della letteratura inglese... ed è scandalo?

Una originale e visionaria rilettura del mistero che nasconde la vita di William Shakespeare, rivalutando il celebrato “classico” di John Madden.

La ripartitura è iniziata circa dieci anni fa, con l’audacia inventiva di un regista che ha voluto interpretare le opere del più importante autore inglese, conosciuto come “Will” Shakespeare, focalizzando l’apice dell’inestimabile produzione letteraria nel dramma d’amore più rivelatore, titolandolo “Shakespeare in Love”, critica e pubblico entusiasti, attori (in)compresi, 3 Globi d’Oro e sette statuette, a suggellare il lascito di John Madden, oggi raccolto da un regista reduce da una “corposa” produzione cinematografica che sembra non temere pareri discordi dalla propria fervida abilità di “narratore”, passando da Independence Day a L’Alba del Giorno Dopo, per “finire” nel preistorico passato dell’umanità nel rocambolesco 10.000 AC, epilogo meno riuscito del più celebre Godzilla, diretto nel ’98 (anno di buon auspicio, nel “contemporaneo” pluripremiato di Madden), dietro la scia del pionieristico Jurassic Park di Spielberg e propiziatorio per il Kong di Jackson. Oggi, Emmerich vuole sfidare la razionale convenzionalità di una icona classica della storia letteraria, con i ritmi attuali di un cinema che si addentra sempre di più nel pragmatico rigore voluto dalla tradizione, e i risultati non sembrano mai deludere le aspettative (vedi il recente restyling firmato Oliver Parker, nel classico di Oscar Wilde, Dorian Gray). Un viaggio nella fantasia del regista, esplorando un rinascimento inglese rispolverato per l’occasione, spogliandolo dei belletti tipici di una cura estetica che sapeva nascondere le macabre imperfezioni di una nobiltà sopravvalutata da ogni epoca, regalando un illeggittimo erede alla Regina Elisabetta, un talentuoso Edward de Vere (l’attore Rhys Ifans), prodigioso autore diffidato dai burocrati di corte (37 sono le opere ufficiali attribuite alla reale produzione firmata da Shakespeare) e dai natali “segretamente” custoditi dal padre William Cecil, tanto da diventare passione incestuosa tra lo stesso Edward e gli entusiasmi che la madre ripone nei consensi per le opere del figlio. Un conflitto Edipico abilmente ricreato dal regista, sorretto da una fotografia firmata Anna Foerster e dagli ambienti ricostruiti dai rituali effetti speciali curati da Wolfgang Higler e Rolf Hanke. Un’eccentricità che sicuramente sarà reclamata dai sostenitori di una discendenza esclusivamente italiana del dibattuto poeta, secondo quanto fortemente sostenuto dalla stessa cattedra inglese, in un articolo pubblicato nel “Times” l’8 Aprile 2000, attribuendo, allo scrittore, i natali nella città di Messina, sotto il nome di Michelangelo Florio Crollalanza (il cognome materno), fuggito dal rito della Santa Inquisizione, per il credo Calvinista dei genitori, trovando fortuna in terra inglese, iniziando la sua vita letteraria nell’ufficializzata Stratford-Upon-Avon, trasformando il nome materno Guglielma nell’equivalente maschile che tutto il mondo conosce. Una disputa letteraria che nasce sotto ogni buon auspicio, visto quanto sostiene lo stesso Roland Emmerich, più che mai convinto che il dovere del cinema, oggi, sia di elaborare storie che possano arricchire lo spettatore per rinvigorire il cinema stesso, visto che è la storia ad insegnarci quale strada continuare a percorrere per tramandare il valore della conoscenza.

Paolo Vannucci